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Filo della memoria e le tradizioni contadine: esperienze e proposte

di: Pierfisio Bozzola

Festival paesaggio 2018 fronte

Cortiglione 30 settembre 2018

Da quando mi occupo del museo di civiltà contadina di Cortiglione  organizzo, in occasione della festa del paese, mostre tematiche che testimoniano aspetti  che non voglio solo ricordare, ma con il ricordo tramandare e attualizzare. Questo era l’intento di Meo Becuti donatore della raccolta di contadinerie che costituisce il nucleo museo. E’ per questo che è nata la Bricula: associazione culturale che si propone di valorizzare questi beni e di conservarne la memoria.

Abbiamo subito realizzato una catalogazione ed una schedatura bilingue sicuramente utile ad un pubblico già motivato ma gli  oggetti della donazione iniziale rimanevano tuttavia confinati in uno spazio ristretto.

E’ qui che è nata l’idea di proporre delle esposizioni a tema.

Sono stati trasferiti  in un magazzino gli oggetti da troppo tempo ammassati nell’unico locale del museo e da lì vengono prelevati ogni anno quelli pertinenti al tema prescelto per l’esposizione. Non solo, ma anche quelli cercati, trovati e generosamente concessi in comodato dai cortiglionesi.

E’ Proprio il caso di dire “pescati”, non solo metaforicamente, con la Bricula (strumento a bilico utilizzato per prelevare acqua dai pozzi superficiali) nel pozzo dei ricordi.

Con lo stesso criterio si raccolgono oggetti dai musei dei paesi del circondario, vengono esposti con la loro scheda ed indicazione di provenienza, per poi essere restituiti a fine mostra. Capita spesso che i visitatori, in occasione delle mostre, scoprano l’esistenza di realtà museali anche importanti a pochi chilometri di distanza da casa loro.

La chiave di quello che penso possa essere considerato un discreto successo penso che stia nella partecipazione, nella ricerca, nel piacere dell’allestimento, nella sorpresa di ritrovarsi dopo un lungo periodo di smarrimento a raccontarsi e ricostruire una storia comune. Spesso la ricerca di un oggetto introvabile è l’occasione per andare a visitare un parente, un amico che da troppo tempo non si vede più. Dura solo quattro giorni la mostra nel museo di Cortiglione che rimane poi aperto in occasione di qualche altra festività o ricorrenza fino a fine anno. Quattro giorni compresa l’appendice del lunedi’ dopo la festa, con la visita guidata dei bambini delle elementari. Il viaggio per gli alunni è molto breve (devono solo scendere le scale) ma l’attenzione è tanta e sono curiosi di sapere di cosa si parlerà quest’anno e anche il prossimo.

Di seguito, brevemente, i testi di presentazione e  le immagini delle ultime edizioni delle mostre tematiche del museo.   

 

 

Quando ne facevano..di cotte e di crude

Cortiglione museo della bricula (4-5 ottobre 2014)

Questi oggetti sono usciti dalle cantine e dai portici polverosi di proprietari che spesso non sapevano di averli e si mostrano qui per insegnarci ancora qualcosa, usi e nomenclature specifiche spesso dimenticate anche dagli”addetti ai lavori”, che si portano dietro però, oltre ad un carico di nostalgia e di ricordi, anche un sapere e un saper fare che ci arricchisce.

Quando questi oggetti torneranno “a casa”, avranno acquisito una nuova dignità, saranno “stati in mostra” e forse i loro proprietari li guarderanno con occhi diversi. E forse il passo tra la conservazione di un utensile e la conservazione di un manufatto per il quale  è stato usato: la casa, non è poi così lungo. Quella casa che con adeguate cure, forse neppure così costose, potrebbe tornare a vivere. Forse a qualcuno avremo “attaccato” quel “mòl d'la preja” di cui noi siamo malati da sempre.

Quelle case fatte di terra e di legno, fatte con le mani e pochi semplici attrezzi, il ferro necessario lavorato sapientemente, i gesti dei nostri nonni per amalgamare quei pochi “ingredienti” che costituiscono ancora il tessuto di un paesaggio che l'UNESCO ci ha riconosciuto come unico e degno di essere conservato. 

Franca Reggio

 

Le abitazioni di Cortiglione oggi

 

Totale abitazioni n°

struttura in c.a.

struttura mista

strutt.muratura

337

51     (15,13%)

76    (22,55%)

210  (62,31%)

 

Totale pertinenze n°

struttura in c.a.

struttura mista

strutt.muratura

260

39        (15%)

71      (27,3%)

150     (57,7%)

 

1

 

 

 

Ambienti e forme del vino          

Cortiglione museo della bricula  (3-4 ottobre 2015)

 

“…. Quest'anno, in occasione della festa del paese si è inaugurata la mostra: "gli ambienti e le forme del vino". Scostata una tenda di....tappi si entra in una vecchia botte!! brillante di cristalli di tartaro: "la ròsa" che si è formata negli anni, vinificazione dopo vinificazione, stratificandosi in questo "antro" segreto ai più, osservato finora solo da quei contadini che vi entravano per le pulizie annuali al fioco lume di una candela.

Da questa si accede al museo, dove delimitate e divise dai cerchi in ferro di una botte, ci sono le terre di Cortiglione, raccolte sulle colline del paese: Brondoli, Belario, Serra, Serralunga, Bricco, Calore.....terre che sono state e sono ancora terre da vino, ora sabbiose, ora argillose, rosse e forti come il vino che producono, una barbera che "da i scrulòn" come ricorda un  foglietto  appeso al muro insieme a molti altri tutt'intorno al limitare tra il muro e la volta. Una originale rassegna dei modi di dire sul vino in dialetto con traduzione in italiano con una pennellata di vino novello che ne evoca il significato.

L'intento della mostra è stato quello di ricostruire attraverso i contenitori (bigonce, brente, bigoncioli, botti, damigiane,....) il percorso dell'uva che diventa vino e poi nettare sulle nostre tavole ( pinte, bottiglie, caraffe e bicchieri di varie forme). Tavole povere dei contadini e lussuose dei ricchi o dei giorni di festa, ricostruite con il gusto di tornare indietro di un secolo a ritrovare oggetti della memoria ma anche del cuore e della fatica, emozioni forti da stemperare in un buon bicchiere......” 

Pierfisio Bozzola

2

 

 Il bosco e il legno                      

 Il bòsch, il bòsch da travajé, il bòsch da brisé 

(Il bosco, il legname da lavorare, la legna da ardere)

 Cortiglione museo della bricula  (3-4 ottobre 2016)

 Un mobile di casa, la stufa in cui arde un ciocco di legno, in autunno o in inverno: nulla di più “riposante” di questa immagine domestica che sa tanto di nido e di riposo. Eppure dietro quel ciocco che arde, dietro quel mobile famigliare c’è una lunga storia di fatiche e di lavoro. Proveremo qui a evocare, per schede, l’intensa attività che ha portato a quel momento di calore e di pace la cui immagine compare sovente nelle pubblicità durante le stagioni fredde. Il legno è infatti materiale ovunque presente e tale era sentito dal mondo contadino, se, mentre in italiano distinguiamo fra bosco, legno da lavorare, legna da ardere, in parlata locale c’è un solo vocabolo: bòsch.

Lungo e faticoso è il processo che dal bosco conduce alla legna da ardere o al legno da lavorare per le travature e le casseforme dell’edilizia, per le opere del falegname, per il raffinato lavoro dell’ebanista.

Il legno infatti è materiale che compare in tutti gli ambiti dell’ambiente umano: oltre ai settori accennati, di legno erano le suole degli zoccoli (sèp dil sòcli), degli scarponi (suclòn), di legno erano i sabots (ciabò), di legno sono gli arnesi della agricoltura o parti di essi,  dalla bigoncia e dalla brenta (òrbi, brènta), ai bigonciòli (garòcc), alle botti e ai carratelli (vasséli, butti, bonsi) al torchio (tòrcc), ai carri (còr), ai manici degli attrezzi, alle cassette da frutta; di legno erano le trebbiatrici, di legno i mobili delle nostre case (mubìlia), dalla culla (chön-na), alla cassapanca dotale che un tempo si usava (còfu dla spusa), al letto (lecc), alla madia (èrca), al tavolo da cucina o da sala (taula), alla credenza (cherdensa, bifè), alla sedia (cadrega) e giù giù, sino al catalèt e alla  còssa da mòrt.

Prima di diventare mobile o ciòcco (süch) da bruciare nel camino, nel forno, nella stufa, il legno ha una lunga e faticosissima storia. Faticosissimo è infatti abbattere un bosco (fé ‘l bòsch), da quando ci si entra dopo un minimo di dieci anni alla catasta (bòrca) di tronchi disposta ad essiccare ai margini del bosco, al trasporto nell’aia (éra) dove si segava (arsié) in ciocchi (süc) o si trasformava in assi o si facevano pali da vigna, all’accatastamento sotto un portico (pórti) all’asciutto in attesa di finire nel camino (camén), nel fornello Runford (runfò), nella stufa (stiva) a scaldare e a cuocere mnéstri e pitansi, cunsòrvi e cumpòsti.

Attorno al legno si muove una miriade di operatori dal contadino (paisan), al boscaiolo, al carrettiere (caraté), al bottaio (butalé), al falegname generico (mèst da bòsch), al carpentiere (carpenté),  al minusiere (minusié), al carradore (saròn).

Al bosco, soprattutto di robinia (gasìa) impiegata per ardere, si riservavano di solito - allorché gli appezzamenti coltivati erano ben più diffusi di oggi, quando l’abbandono delle terre è pressoché drammatico -  i terreni meno adatti alle vigne, ai frutteti, al prato, per cui erano terreni impervi e dall’accentuata pendenza (rivi) o molto lontani dalla cascina: il bosco non richiede infatti una cura assidua. Si abbatteva perlopiù dopo un decennio (vi erano periodi stabiliti per legge, tipo per tipo) nei casi più diffusi: di crescita più rapida era il pioppo (òlbra), di crescita assai lenta era il noce (nus, nuséra), tanto che si diceva che la nus i la piantu ij amsé e i la tòju ij anvud).

Prima di entrare in un bosco da abbattere occorreva un lungo e faticoso lavoro di pulizia del terreno, di disinfestazione dai rampicanti (brassabòsch…), di eliminazione dei rami più bassi. Si individuava quindi il verso in cui i tronchi abbattuti dovevano cadere e, dopo aver inciso con la scure (sü) il tronco, si procedeva  con la sega a due manici (arsiòn) all’abbattimento. La caduta era guidata da operatori, tramite funi (cavester) legate al tronco: è una fase assai pericolosa.

Quindi si tagliavano i rami, si mondava il tronco, che con l’arsion (sega a due manici) azionato da due operatori era ridotto in segmenti che si potessero caricare sul carro.  I tronchi (biòn) così sezionati erano accatastati ai margini del bosco, in zona pianeggiante, che il carro potesse raggiungere.  Lasciati per anni essiccare, venivano di volta in volta trasportati nell’aia o nelle aie dove  si sezionava in ciocchi da ardere (la legna di vendeva e il mercato era florido, soprattutto nelle città) o – per le essenze più nobili, come il noce, il pero, o comunque atte ad esser lavorate, come  l’olmo (gòba) da cui si ricavavano sabots e suole di zoccoli (sòcli) e di scarponi da lavoro (suclòn) – ridotta in assi più o meno spessi.

Francesco De Caria                                                             

 3

 

 I favolosi (?) anni  '60

 Cortiglione museo della bricula  (29  settembre - 1° ottobre 2017)

Quest'anno abbiamo scelto di raccontare un periodo particolare: gli anni del boom economico (i “favolosi” anni '60) che hanno prodotto uno sconvolgimento significativo nella nostra società. Oggetti, testimonianze, immagini e musica per raccontare dal di dentro come è stato visto e vissuto il vero e proprio “assalto” della modernità con il suo portato rivoluzionario di fenomeni epocali quali l'industrializzazione massiccia, l’eccezionale sviluppo tecnologico dai ritmi  e dagli esiti inediti per la storia della civiltà occidentale, la “rivoluzione” che i nuovi mezzi di comunicazione hanno causato  a vari livelli, dall’informazione, alla lingua e al linguaggio, alla moda, al comportamento. E' il periodo che segna la definitiva scomparsa della civiltà contadina? Sicuramente la modifica al punto da renderla irriconoscibile così come l'abbiamo conosciuta e definita in una sintesi millenaria che ha visto poche variazioni formali. Le memorie dei testimoni aiuteranno, assieme al materiale iconografico, la sintetica ricostruzione di quel passaggio storico dalle inedite caratteristiche. E molti – in particolare dai sessantenni in su – si scopriranno testimoni di un processo evolutivo che in pochi decenni equivale a millenni della storia tradizionale: la zappa e la vanga, l’aratro e il carro a traino animale, il forno a a legna per il pane con cupola in laterizio, la penna che andava intinta nell’inchiostro quasi ad ogni parola hanno avuto una storia documentata di decine di migliaia di anni: oggi un elaboratore o un telefonino sono desueti dopo una manciata di anni. Non vale più  la sapienza tramandata dai vecchi: in molti campi è il figlio, se non il nipote, che deve insegnare al padre o al nonno nuovi linguaggi e nuove tecnologie. Così pure il dialetto, legato al modo di produzione tradizionale, è destinato a scomparire, dopo essersi contaminato con centinaia di vocaboli di altre lingue e nuovi lessici: nelle varie schede infatti, compariranno neologismi con vocaboli in lingua nazionale (television, telefuno, legatris …) che poco a poco determineranno il tramonto delle parlate locali, adatte al modo di produzione “arcaico”, ma poi imbastardite con la lingua nazionale o, più tardi, con termini tecnici inglesi. Questo significa – con buona pace di alcuni – l’inevitabile tramonto di quelle parlate, che potrànno rimanere solo per narrare memorie del passato? La lingua è simbiotica con la cultura (civiltà, Kultur) che deve esprimere: quando una civiltà tramonta con tutti i suoi oggetti, anche la lingua che la esprime è destinata al tramonto.                                           

Pierfisio Bozzola – Francesco De Caria                                                             

 

statistiche “d'epoca” relative al possesso di elettrodomestici negli anni del “boom”economico

 

4

 

Riuso e riciclo nella civiltà contadina

“Campùmli nènt via”

Cortiglione museo della bricula  (5 – 7  ottobre 2018)

Il difficile cammino a ritroso necessario, dopo l’ubriacatura consumistica ,  per  il progetto di una civiltà ecosostenibile,  passa attraverso virtuosi comportamenti  individuali e collettivi  che prevedono la riduzione, il riuso ed il riciclo di materiali ed oggetti destinati a rifiuto: in apparenza un passaggio semplice, in qualche caso persino economicamente vantaggioso.

Si può  considerare la civiltà contadina pre-consumistica una società a rifiuti  quasi zero!. “Sghèira nént”(non sprecare), “tén da cònt”(metti da parte), “dòij ‘n-anualò” (dagli un’aggiustata) sono frasi  che riecheggiano ancora oggi nel ricordo degli adulti di una certa età (nonni e bisnonni per i più giovani):  gli oggetti  da loro usati rimangono  a testimoniare quanto sono stati  tenuti “da cònt” , avendo subito più di una “anualò” , nel rispetto dell’imperativo categorico di “sghèira nént”.

Questi comportamenti , comuni a tutte le civiltà contadine, non erano certo frutto di consapevolezza ecologica, ma conseguenza di uno stato di necessità.  Il risultato però era produrre pochissimi rifiuti,  solo dopo aver riusato più volte gli oggetti e praticato, ove possibile , un riciclo naturale.

Oggetti fatti per durare, con i quali si aveva un rapporto personale fatto di amore e odio, sono stati  riparati fino all’inverosimile con grande cura e perizia per prolungarne la vita e sono diventati ormai rari. Con l’avvento dei beni di consumo e la possibilità di comprarne di nuove, molto spesso le cose vecchie, soprattutto se “arciapatòje”(rattoppate) , sono state le prime ad essere buttate e sostituite.  Quelle  rimaste nelle nostre case, per affezione o per dimenticanza, sono state recuperate e verranno esposte per  testimoniare la dignità di chi le ha utilizzate e la creatività  delle soluzioni di riuso e riciclo praticate.

Gli strumenti da lavoro aggiustati con il fil di ferro, i barattoli vuoti del caffè utilizzati come contenitori per chiodi, abiti e biancheria rattoppati ad arte, camere d’aria di biciclette ritagliate ed utilizzate per riparazioni creative, secchielli  bucati che diventavano vasi per gerani, lattine vuote utilizzate per seminare zucchini, pomodori, peperoni – anche la semenza era ricavata dagli ortaggi impiegati nella cucina – poi messi a sviluppare  in quelle serre fatte di vecchie ante a vetri, prima di trapiantarli a dimora,  erano consuetudine nella famiglia contadina.  Gli attrezzi agricoli erano tramandati di generazione in generazione, anche grazie ad una persistenza  millenaria della tecnologia agraria, dagli Egizi, da Esiodo e poi Virgilio e Columella, al Medioevo e giù giù sino agli anni Cinquanta del Novecento…

Poi, soprattutto dagli anni Cinquanta e Sessanta, con la produzione industriale di massa di oggetti di ogni tipo, con il continuo evolvere della tecnologia agraria e  l’introduzione massiccia  delle macchine agricole, con la produzione di oggetti effimeri e di poco prezzo – ed anche col benessere economico esteso a larghe fasce della popolazione - il riuso, pratica talora secolare di attrezzi ed oggetti,  è sempre meno praticato:  poco a poco vengono a mancare anche gli artigiani capaci di riparare gli oggetti, gli stessi materiali che ne consentono la riparazione,  per cui ad ogni guasto si prospetta  l’accantonamento del vecchio e l’acquisto del nuovo, con evidente vantaggio per la produzione ed il mercato.

 Cambia anche dagli anni Sessanta/Settanta l’atteggiamento nei confronti del reperimento dei capitali necessari ad acquistare un nuovo macchinario o a costruire secondo nuove tecnologie  stalle e magazzini e abitazioni, il “mutuo” diviene pratica comune, mentre  all’epoca dei nonni di chi oggi è fra i sessanta e i settanta farsi prestar soldi  era una sorta di “macchia”, il dover pagare una cambiale un’ossessione.

Si assiste nel campo dell’Agricoltura, tradizionalmente conservativo, una rapida e continua evoluzione, come nell’Industria:  preoccupa il fatto che anche l’essere umano, il lavoratore, l’agricoltore fa la stessa fine dei suoi oggetti, costretto ad un continuo aggiornamento. E’ ben lontana la “filosofia” contadina  per cui la vecchia generazione insegnava alla nuova: oggi il “vecchio” è desueto nelle sue abilità e conoscenze e, in una rivoluzione copernicana, sovente sono le nuove generazioni a dover insegnare agli anziani i fondamenti delle nuove tecnologie.

Tutto ciò ha provocato malessere nell’individuo, tramonto delle certezze acquisite,  perdita di valore dell’esperienza.  La pratica dell’ usa e getta ha causato gravi riflessi sull’ambiente – in cascina non si buttava via nulla, anche i mattoni degli edifici demoliti erano reimpiegati per nuovi edifici – per la grande massa di rifiuti non degradabili prodotti.

Oggi, però si assiste a qualche fenomeno che va in senso contrario: da qualche anno grande successo hanno, soprattutto in città, i “Mercatini dell’usato”,  le piccole officine promosse dai Comuni, i cui addetti – spesso pensionati ex artigiani o disoccupati con abilità artigianali – riparano elettrodomestici, mobili, biciclette poi rimessi sul mercato, riutilizzano rifiuto organico per farne concimi e terriccio........, comportamenti virtuosi con un indubbio valore didattico per i giovani.

A porre l’accento su questi fenomeni  - sul degrado portato dalla pratica dell’usa e getta e su un atteggiamento critico nei confronti di un consumismo esasperato – la mostra  sarà dedicata quest’anno  al riciclo e al riuso, alla pratica della riparazione e dell'adattamento,  anche  per il piacere di scoprire la creatività che c’è in ognuno di noi.

Cortiglione maggio 2018

Pierfisio Bozzola - Francesco De Caria

 

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Tags: campagna, memorie, contadini, Istituto Penna di Asti, recupero, Associazione culturale Bricula, museo, ricerca, reperti, archeologia rurale, Cortiglione, Festival del paesaggio agrario

 


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