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Sovranità alimentare, questa sconosciuta

di: Luca Chiusano, Centro di Ricerca per l’Enologia di Asti

Festival paesaggio 2018 fronteIl cibo sano e l’agroindustria

L’agricoltura è, notoriamente, il settore primario, la base della manifattura e dell’operato dell’uomo, il primo punto di contatto tra noi e la natura. Circa 10.000 anni fa, l’uomo ha iniziato a modificare l’ambiente per produrre cibo: da cacciatore-raccoglitore è diventato agricoltore. Tutto è filato liscio per circa 9930 anni, poi, dalla metà del XX secolo (rivoluzione verde) le cose hanno iniziato a cambiare….e sono cominciati i guai.

Oggi, la Commissione Internazionale di Stratigrafia ha aggiornato la scala dei tempi geologici introducendone una nuova: l’Antropocene, la prima in cui l’uomo diventa la forza più potente che modifica (in peggio, ovviamente) il pianeta. Anche l’agricoltura, in qualità di attività antropica, non è esclusa ed è finita anch’essa sul banco degli imputati.

In questo contesto, s’inserisce il concetto di sovranità alimentare. Da una parte abbiamo il diritto dei popoli all’accesso al cibo, un cibo sano, che sia nutriente e che venga prodotto con metodi che non distruggano l’ambiente; dall’altro, ci sono l’agroindustria, la distruzione della biodiversità, anche alimentare, l’omologazione, la perdita di suolo, il land grabbing, e così via. E questo è lo schema imperante.

Il concetto di sovranità alimentare è nato sul finire del secolo scorso, ed è nato dal basso, con approccio “bottom up”, come tutti i movimenti autentici, quelli che davvero hanno a cuore il futuro del pianeta. È fatto dai contadini, dai consumatori attenti e con uno spiccato spirito critico, che sono dei “co-produttori”.

Ricordiamoci, infatti, che il vero potere, quello che cambia il mondo, non risiede nelle mani di pochi, di quelli che, ai vertici delle multinazionali del cibo, devono far quadrare i loro bilanci. Dobbiamo iniziare ad attuare una vera rivoluzione, silenziosa e pacifica: il vero potere è nelle mani di ognuno di noi, e siamo noi che decidiamo quando sfruttarlo. Ad esempio, facendo la spesa.

La sovranità alimentare

Qualche definizione di sovranità alimentare nella sua genesi storica. La sovranità alimentare è il diritto dei popoli ad un cibo sano e culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi ecologici e sostenibili, nonché il loro diritto a definire i propri sistemi alimentari e modelli di agricoltura(Via Campesina, https://viacampesina.org/en/). Il termine “sovranità alimentare” è stato introdotto nel 1996 dal movimento contadino internazionale Via Campesina, nella riunione di Tlaxcala (Messico), e riaffermato nel forum parallelo al World Food Summit di Roma. Trova una definitiva elaborazione nella Dichiarazione di Nyéléni del 2007, durante il Forum Internazionale sulla Sovranità Alimentare tenutosi in Mali (https://agriregionieuropa.univpm.it/it/content/article/31/33/politiche-e-pratiche-di-sovranitaalimentare).

E’ dunque necessario che i diritti di accesso e gestione delle nostre terre, dei nostri territori, della nostra acqua, delle nostre sementi, del nostro bestiame e della biodiversità, siano in mano a chi produce gli alimenti. La sovranità alimentare implica nuove relazioni sociali libere da oppressioni e disuguaglianze fra uomini e donne, popoli, razze, classi sociali e generazioni.

Purtroppo questa descrizione non corrisponde quasi per nulla a quanto succede nel mondo, tutto vero.

Infatti, la realtà attuale è dominata da un modello di sviluppo iniquo, dannoso e insostenibile dal punto di vista economico, ambientale e sociale. E, purtroppo per gli ecosistemi, le specie e l’ambiente in generale, questo modello è stato applicato anche all’agricoltura ed alla produzione di cibo.

L’intervento delle grandi banche

Il modello neoliberista, dove è il mercato a decidere le sorti dei prodotti, è stato applicato anche al settore agricolo: il massimo profitto a fronte di investimenti minimi, lo sfruttamento spregiudicato delle risorse ambientali, la precarizzazione estrema di chi opera nel settore, tanto per citare solo alcuni degli aspetti che caratterizzano l’attuale industria alimentare.

Fino a non troppo tempo fa, ogni territorio produceva solo ciò che le sue caratteristiche geo-climatiche rendevano possibile, e i suoi abitanti avevano un’alimentazione basata prevalentemente su quei prodotti.  Oggi, il progresso scientifico-tecnologico permette di produrre quantità sempre maggiori di alimenti, in stagioni e zone in precedenza impensabili, con il risultato di poter accedere a qualunque prodotto in qualsiasi momento e i costi maggiori se li sobbarcano i piccoli produttori, gli agricoltori, i campesinos e….l’ambiente.

Un altro cambiamento decisivo è avvenuto con l’ingresso di grandi banche e fondi d’investimento nel settore alimentare già dagli anni ‘70, che ha subìto uno slancio con la crisi economica del 2008, e la conseguente ricerca di beni d’investimento più sicuri e redditizi di quelli tradizionali su cui investire. Il caso di Crispin Odey, manager di un importante fondo d’investimento londinese, che all’epoca consigliava la formula del ‘‘vendere le banche e acquistare formaggio’’, è esemplificativo. Il cibo è andato così trasformandosi da bene primario, necessario alla sopravvivenza umana, in una semplice merce di scambio, una commodity, da vendere sui mercati finanziari globali secondo le leggi della domanda e dell’offerta. (The Vision - https://thevision.com/attualita/sovranita-alimentare/), come qualunque altro manufatto umano.

Il consumo globale di cibo pessimo

Il giornalista Stefano Liberti, che ha condotto un importantissimo lavoro di ricerca con la sua inchiesta del 2016 I signori del cibo: viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta, in cui ha analizzato, in molti paesi le conseguenze del nuovo sistema di produzione, ad esempio riguardo alla filiera di produzione di alcuni alimenti di largo consumo globale, tra cui la carne di maiale e la passata di pomodoro. Ciò che ne emerge è che un’industria sempre più omologata produce cibo di pessima qualità, spostando materie prime per decine di migliaia di chilometri, sfruttando oltre le capacità di auto-rigenerazione le risorse ambientali e condannando a un’esistenza sempre più precaria i lavoratori del settore. E il prodotto finale è portato a prezzi infimi a vantaggio delle aziende produttrici, definite ‘‘aziende locusta’’, a scapito dell’ecosistema mondiale e della qualità della vita dell’uomo.

(The Vision - https://thevision.com/attualita/sovranita-alimentare/)

Uno degli esempi più rappresentativi è quello dell’industria della carne e dei prodotti di origine animale che, attraverso il modello degli allevamenti intensivi, nato negli anni ’20 negli Stati Uniti e in seguito diffusosi in tutto il pianeta, stipa in spazi minimi un numero impressionante di esemplari la cui esistenza è funzionale alla sola produzione alimentare. Il sistema ha portato la popolazione mondiale di bestiame a raggiungere l’inedita cifra di 70 miliardi di capi, due terzi dei quali rinchiusi negli allevamenti intensivi.

Allo stesso tempo, dal bisogno di garantire grandi quantità di carne a prezzi stracciati, ha avuto origine un sistematico processo di maltrattamento che tra inseminazioni artificiali, sovraffollamento degli spazi, condizioni di sfruttamento ai limiti della sopravvivenza e crudeltà nella fase di macellazione. Ma allevare e produrre carne si può (anzi di deve) fare tenendo conto del benessere animale.

Inoltre, l’applicazione di modelli di produzione industriale al prodotto “carne” determina anche enormi inquinamenti e pressioni ambientali. Le emissioni di gas nocivi causate dagli allevamenti intensivi sono ormai ufficialmente considerate la maggiore causa di inquinamento esistente, (vd. Jonathan Safran Foer nel saggioSe niente importa: perché mangiamo gli animali?”).  Dall’allevamento di bestiame proviene il 18% di gas serra (quasi il doppio di quello prodotto dall’intero settore dei trasporti considerato nel complesso), e il 65% delle emissioni antropogeniche di ossido nitroso, sostanza con un Potenziale di Riscaldamento Globale (GWP) 296 volte superiore a quello dell’anidride carbonica.

(The Vision - https://thevision.com/attualita/sovranita-alimentare/)

Il sistema capitalistico della produzione del cibo

 Anche gli spostamenti delle merci determina anch’essa fonte di inquinamento e consumo di risorse.

Una volta che sono state raccolte, infatti, le merci viaggiano per migliaia di chilometri, fino a raggiungere la destinazione in cui la loro vendita si rivela più vantaggiosa: centinaia di tonnellate di soia dal Brasile arrivano in Cina per sfamare 700 milioni di maiali degli allevamenti intensivi; partite di grano si muovono dal Canada all’Italia, dove i coltivatori sopravvivono solo grazie ai sussidi dell’Unione Europea; una parte considerevole del pomodoro concentrato prodotto in Cina è inviato nel nostro Paese, lavorato con un banale allungamento a base di acqua e sale e rispedito negli stati africani, dove accordi di libero commercio ne rendono l’importazione estremamente conveniente e i prezzi ridotti all’inverosimile segnano la morte delle colture prima fiorenti sul luogo. È un modello creato dalla grande industria per la grande industria, e ciò che ne deriva sono prodotti impoveriti dal punto di vista nutrizionale e del sapore, di provenienza ignota (con etichette che dietro diciture vaghe nascondono la reale zona di produzione di verdure, farine e prodotti animali, specie se in prodotti lavorati). I costi di produzione sono altissimi, ma interamente scaricati sulle spalle dell’ambiente e dei lavoratori, garantiscono comunque prezzi irrisori sugli scaffali, e guadagni significativi nelle tasche delle multinazionali produttrici.

Appare evidente, quindi, come il settore alimentare sia oggi interamente subordinato alle leggi del sistema economico capitalista che sacrifica i diritti di lavoratori e popolazioni, distrugge  la biodiversità ambientale e agroalimentare, non rispetta il benessere animale, aumentando le emissioni nell’atmosfera e, nel contempo, la corsa all’abbassamento dei prezzi. Così si distrugge il pianeta giorno dopo giorno.

 

Il ruolo consapevole dei consumatori

Ma possiamo essere noi, con le nostre scelte quotidiane, che possiamo decidere di impedire questa logica capitalistica, scegliendo consapevolmente cosa acquistare e unendosi per fare la cosa giusta. Scegliere cibi locali, i cosiddetti cibi di prossimità, frutta e verdura di stagione, meglio se acquistati direttamente dal produttore (abitiamo tutti in zona rurale), mantenendo viva l’economia reale. In tal modo si supporta le aziende agricole locali e crea posti di lavoro anche nell’indotto, avvantaggiando il territorio. Elimina la catena dei trasporti e quindi emissioni di gas climalteranti, etc...; riduce i rifiuti: con la catena corta di distribuzione; si consuma il cibo locale più fresco, più buono, che favorisce la diversificazione dell’agricoltura locale, che riduce la dipendenza da monocolture-singole coltivate su una vasta area a scapito dei suoli. Questo tipo di consumo attrae i turisti nelle piccole aziende, oltre al fatto che i cibi locali creano comunità più vivaci, collegando consumatori con gli agricoltori. (http://www.bioresistenze.it/10-motivi-per-consumare-piu-cibi-locali/). Così si promuovono la cultura rurale e il perpetuarsi delle tradizioni: acquistare in cascina è anche il modo di riappropriarsi di esperienze umane comuni, educando  alla campagna i nostri bimbi con esperienze sensoriali impagabili. E quando lo facciamo, mi raccomando: parliamo in piemontese!! E ricordiamoci, che, per dirla come Wendell Berry: “mangiare è un atto agricolo”.

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