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Boschi, ecologia scientifica e saperi del mondo rurale tradizionale

di: Franco Correggia, naturalista, consulente scientifico, saggista

Festival paesaggio 2018 fronte

Le matrici fondamentali e gli elementi peculiari che più incisivamente concorrono a definire e caratterizzare il paesaggio e il registro bioculturale delle campagne collinari astigiane possono essere ridotti (con qualche semplificazione) a tre.

  • ●Il primo è costituito dalla componente urbanistico-insediativa tradizionale, che sostanzialmente si risolve nelle fluide teorie di villaggi arroccati di sommità che si intrecciano lungo le creste ondulate dei rilievi.
  • ● Il secondo è rappresentato dal mosaico grafico e cromatico dei coltivi, in cui si fondono e si giustappongono le poliedriche geometrie dei campi e dei prati, le scansioni regolari degli impianti arborei e le simmetrie ordinate dei vigneti.
  • ● Il terzo è individuato dalle relitte superfici boscate che (in forme più o meno frammentate, confinate e insularizzate a seconda delle aree considerate) occupano alcuni settori dei versanti collinari esposti a nord e delle incisioni vallive om­brose incuneate fra i dossi. È proprio questo terzo ingrediente della formula alchemica capace di generare il fenotipo degli ecomosaici astigiano-monferrini che vorremmo mettere al centro di questa breve nota.

Il bosco maturo

Attualmente gli ecosistemi forestali del territorio astigiano sono in larga prevalenza costituiti da formazioni degradate e involute, impoverite sul piano floristico, caratteriz­zate da un sottobosco banale, semplificato e monotono, in cui figurano specie nitrofile ubiquiste ad ampia adattabi­lità. Tale situazione è in genere connessa con un forte e ingravescente inquinamento da robinia (Robinia pseudoacacia) e, in minor misura, da altre specie alloctone. All’interno di tale uniforme e scialbo contesto boschivo si sono tuttavia conservati, come isole disperse nell’oceano, frammentari lembi di formazioni forestali naturaliformi, in cui si associano numerose latifo­glie decidue autoctone. Questa tipologia di bosco maturo collinare plurispecifico e ad alta complessità ecologica assume declinazioni e configurazioni diverse a seconda delle caratteristiche topoaltimetriche, geopedologiche, edafiche e microclimatiche degli ambienti occupati: negli impluvi e sui bassi versanti freschi sopravvivono porzioni di querco-carpineto mesofilo; nei fondovalle acquitrinosi, nelle zone a facies lentica e nelle depressioni con suoli idromorfi permangono frammenti di alneto impaludato e di saliceto igrofilo; presso le sommità aride dei rilievi e nelle esposizioni più calde di cresta resistono fasce di orno-querceto termoxerofilo.

Tutte queste tipologie di formazioni forestali paranaturali conservano al loro interno elevati livelli di varietà biologica, di interrelazione ecologica, di informazione, di autorganizzazione strutturale e funzionale. Per l’ambito bioregionale in cui sono incluse, si configurano come importanti giacimenti di naturalità, come strategici serbatoi di biodiversità e come efficienti attrattori e motori di complessità ecosistemica e biogenetica. Ma questo patrimonio ambientale di pregio è oggetto di una continua erosione e di una progressiva dissoluzione, legate al fatto che negli ultimi decenni (con il declino della società rurale e l’affermarsi del paradigma tecnoindustriale) il trattamento dei boschi collinari è stato spesso calibrato e modellato esclusivamente in funzione dell’ottimizzazione dei profitti economici immediati e del massimo sfruttamento possibile delle risorse presenti. E dunque senza alcuna attenzione alla fisiologia, agli equilibri omeostatici e alla conservazione delle capacità di ripresa, rinnovamento e autorigenerazione degli ecosistemi forestali.

A tale proposito, non si può non rilevare un dato incontrovertibile e per molti aspetti paradossale: questo uso disinvolto, scriteriato e predatorio del patrimonio boschivo confligge simultaneamente sia con una lettura scientifica rigorosa e avanzata degli habitat forestali, sia con la visione che del bosco aveva il mondo contadino tradizionale preindustriale.

L’ecologia scientifica ci dice che le formazioni forestali mature con marcate caratteristiche di naturalità sono sistemi stabili in cui si registrano, per unità di flusso energetico disponibile, i livelli più alti di varietà vivente, di biomassa, di informazione, di interrelazione biocenotica, di articolazione e diversificazione delle nicchie ecologiche, di complessità dei cicli biologici, delle catene trofiche e delle reti alimentari. Si tratta di strutture autoregolate e ordinate, attraversate da bioprocessi dinamici ciclici, capaci di modulare, controllare e bilanciare in modo fine, duttile e flessibile il loro stato di autorganizzazione, il loro metabolismo interno e i loro assetti bioenergetici, ottimizzando attraverso collaudati servomeccanismi di retroazione e anelli multipli di feedback la loro integrità, la loro elasticità, la loro coesione e la loro stabilità. Come tali, addensano elevati contenuti di biodiversità (genetica e specifica), erogano servizi ecosistemici essenziali (di fornitura, di regolazione, di supporto, ecc.), concorrono a regolare il microclima locale e il ciclo dell’acqua, assicurano funzioni di protezione idrogeologica dei suoli e di depurazione ambientale, modulano in modo armonico l’equilibrio formale e il registro estetico del pae­saggio naturale e agrario, partecipano attivamente alla conservazione dell’omeostasi ecologica del territorio e della sua capacità di resilienza a fronte di perturbazioni, stress e crisi.

Il bosco ecocompatibile dei contadini

D’altro canto, in modo del tutto indipendente ma per molti versi parallelo rispetto alla lettura scientifica, anche il mondo contadino vernacolare aveva una visione del bosco assai differente da quella oggi dominante. Nella società rurale tradizionale, prima dell’avvento del paradigma economicista del consumo compulsivo e dell’agricoltura industriale, la stella polare che orientava l’uso e il governo del bosco era rappresentata da un approccio assennato e rispettoso alle (limitate) risorse ambientali disponibili, che noi oggi (forse con spreco di aggettivi fuorvianti, consunti e finanche patetici) definiremmo “sostenibile” o “ecocompatibile”.

I contadini esercitavano senza dubbio una pressione rilevante sugli ecosistemi forestali e da essi estraevano, in modo continuo e a ritmi sostenuti, prodotti e materiali utili alla loro sopravvivenza, dirottando a loro beneficio un flusso incessante e consistente di beni naturali generati dal bosco. Tuttavia, sapevano e realizzavano con chiarezza che dai sistemi biologici si poteva legittimamente prelevare solo il surplus, gli “interessi”, senza impoverire, svuotare, compromettere o fiaccare la complessità e la ricchezza del “capitale” naturale. Avevano, in altre parole, una percezione assai nitida delle soglie e dei limiti che non andavano superati e riservavano estrema attenzione a non pregiudicare e a non dissipare l’integrità, l’autosufficienza, la qualità, gli equilibri, la produttività, il pregio, le potenzialità, le capacità di recupero e le possibilità di autorigenerazione dei consorzi boschivi. Ai quali, per ragioni biologiche, energetiche, culturali, ontologiche e simboliche, erano legati in modo osmotico e simbiotico. La conservazione della copertura e dell’ombreggiamento, la selezione di piante portaseme, il mantenimento di un significativo grado di complessità e diversificazione biologica e la mitigazione dell’impatto sui microhabitat forestali erano una conseguenza automatica e necessaria di questa visione intuitiva ed empirica dell’ecosistema “bosco”, non appresa sui trattati dell’ecologia teorica ma non per questo meno profonda, efficace e virtuosa.

Il bosco tra scienza e tradizione

Alla luce di queste considerazioni, si profila oggi come istanza culturale fondamentale la necessità di reinnestare e implementare in forme nuove i saperi della cultura contadina (coniugandoli con la lettura scientifica rigorosa delle dinamiche e delle relazioni bioecologiche) nell’uso del patrimonio forestale locale, al fine di assicurarne una gestione sistemica, oculata e sostenibile. Senza alcuna asfittica concessione retorica a celebrazioni nostalgiche, a divagazioni folcloriche e a derive neobucoliche (inutili, vuote e fine a se stesse) orientate a un’elegiaca e sognante arcadia perduta, è oggi centrale registrare obiettivamente il gigantesco, clamoroso e desertificante processo di riduzione e semplificazione cui ha portato la repentina implosione del mondo contadino tradizionale. Collasso che si è tradotto di fatto nell’emorragia luttuosa (incontenibile, torrentizia, irreversibile) di un’ampia e articolata serie di elementi di tipo cognitivo, esperienziale, memoriale, valoriale e operativo. Nella fattispecie, è cruciale comprendere la gravità della progressiva scomparsa di quell’ermeneutica del bosco che, sul piano intuitivo ed empirico, caratterizzava il microcosmo rurale preindustriale (fondato sul legame atavico e inscindibile con la terra e con le reti, i flussi e i processi che governano il respiro ciclico dei sistemi viventi) e che assicurava la conservazione della qualità delle compagini forestali delle nostre colline. Un’ermeneutica che, ovviamente, va integrata, espansa e completata con la vasta conoscenza scientifica di carattere bioecologico di cui oggi disponiamo.

Il recupero e la riattualizzazione dei saperi concreti contadini (antichi e insieme modernissimi) e la contemporanea alfabetizzazione capillare e diffusa sulle dinamiche ecosistemiche elementari costituiscono due dei presidi basilari nella terapia per curare l’ingravescente cecità verso il firmamento di significati e le filigrane di codici che si addensano nelle formazioni forestali naturaliformi miracolosamente sopravvissute (sino ad oggi) alle motoseghe.

E dunque per risvegliare la consapevolezza che il valore degli ecosistemi forestali non è quello che deriva dalla miope quantificazione economica dell’utilità come legna da ardere degli alberi in essi contenuti, con riduzione dei boschi a semplici biomasse amorfe e inerti da bruciare, a mere “fabbriche di legname”, a scontato e inesauribile self-service di combustibili a buon mercato, a biorisorsa illimitata da depredare e sfruttare senza tanti complimenti. Ma al contrario è dato dal loro significato di sistemi viventi complessi che erogano incessantemente servizi ecosistemici essenziali alla nostra esistenza fisica e alla nostra crescita culturale.

Le risorse disponibili

Infine, un terzo ingrediente essenziale per ristabilire una relazione appropriata, empatica e sintonica con gli ambienti forestali è ovviamente rappresentato da una più razionale allocazione delle risorse economiche disponibili: è difficile accettare l’assunto che l’impianto di vigneti o di colture di mais sia meritevole di sostegno finanziario, mentre il riavvio a fustaia di una formazione forestale paranaturale (con conseguente conservazione della sua biodiversità, della sua complessità ecologica e delle sue funzioni ecosistemiche) non possa beneficiare di nessun incentivo economico.

La gestione attenta, responsabile e rispettosa del patrimonio forestale potrebbe diventare la sfera in cui si realizza un’osmosi positiva, un circuito virtuoso, un flusso di ibridazioni creative tra passato e futuro. Con un parziale rovesciamento degli schemi canonici, la memoria, le sedimentazioni e le conoscenze antiche del primo potrebbero tornare a fecondare gli snodi e la complessità del secondo.

 

Tags: risorse naturalistiche, campagna, urbanistica, ricerca, Festival del paesaggio agrario, bosco, ecosistemi

 


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