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GLI UOMINI DELL’ARCOBALENO - Davide Lajolo

di: Laurana Lajolo

CAPITOLO PRIMO

INNAMORATO DELL’ARTE E DELLA POESIA

Sicuramente è stata quella professoressa di storia dell'arte negli anni del liceo a impastarmi la fantasia di segni e colori. La ricordo rappresa nel marrone dei suoi vestiti, nel suo corpicino snello, gli occhi scattanti intelligenza e solitudine, la voce dolce, o così la voleva rendere per forza di volontà, perché, ripeteva spesso, davanti all'arte bisognava riuscire a parlare piano visto che non poteva farci lezione in silenzio come avrebbe desiderato, lasciando parlare soltanto le immagini alle quali ci poneva di fronte. Quelle ore di lezione erano per me così intense di emozioni che cambiavo addirittura carattere e atteggiamento. Mi trasformavo, da capintesta dello scherzo e dell’indisciplina, in uno scolaro attento, tutto orecchi, sicché gli altri, che non capivano il fascino dei segni e dei colori, mi compativano convinti che mi fossi innamorato di quella professoressa che, per il suo aspetto fisico e il suo comportamento, assomigliava più ad una nostra compagna che ad un'insegnante.

Furono senz'altro quelle sue lezioni ed anche quei suoi occhi, che riflettevano l’amore per le opere e gli artisti di cui parlava, a farmi curioso e innamorato dell'arte e dei suoi protagonisti.

Credo che sia valso anche quel pizzico di follia (la professoressa di storia dell'arte la definiva fantasia creativa) che avevo dentro, alimentato altresì dall'altro professore che è rimasto nel ricordo di quegli anni lontani: l’insegnante di filosofia. Mentre alle lezioni sull'arte, la professoressa mi incantava con i colori, lui mi rubava per un'ora consecutiva tutta la curiosità con la dialettica formidabile delle parole e non una cadeva fuori posto.

L'una e l'altro mi aiutavano a scoprire il mondo e l'uomo e l'albero e il mistero stesso della vita nel chiuso di quella stanza. Davanti alle diapositive, nel buio dietro gli scuri delle finestre, la voce di lei che spiegava diventava di velluto, mentre il professore di filosofia ci introduceva nei mondi razionali, e perciò non meno misteriosi, di Socrate, di Bacone, di Kant, di Hegel, di Marx fino a Croce.

Prendendo avvio dai banchi del liceo, devo ricordare che proprio ammirando certi dipinti e certe sculture, sono penetrati nella mia comprensione anche poeti e scrittori, che nelle ore d'italiano si studiavano svogliatamente a memoria, quasi una noia, una costrizione rivolta ad incasellarli per date e tempi cosicché anche i versi più alti si trasformavano in litanie e la noia ricamava altri pensieri contro la luce della finestra, dove entrava la libertà dell'aria a portarmi lontano.

Era tutto diverso invece quando, davanti ai dipinti di Giotto la professoressa parlava di Dante e ne citava i versi. Dante perdeva la corona d'alloro attorno alla testa e pareva inserirsi tra noi, nei banchi, vivo per presentarci Beatrice. Come di fronte alle scoperte dei disegni a carboncino sul «Diluvio» di Leonardo, si capiva cos'era l’infinito di Leopardi e nello sguardo dall'ambiguo sorriso della «Gioconda» diventava umanissimo il grido dolente e notturno del pastore errante dell'Asia.

Venivo da un paese di campagna. Ero cresciuto in mezzo ai colori naturali là dove il sole aveva proprio il suo colore nell'illuminare le colline a splendere sulla cipria dei fiori di mandorlo, là dove la luna trapassava il buio della notte e allineava i filari dei vigneti dando volti misteriosi alle piante, voci arcane ai grilli, luci rilucenti alle lucciole, eppure soltanto in quelle ore di lezione di storia dell'arte quei colori si ridipingevano negli occhi dell’anima. Finalmente capivo la felicità, fino allora rimasta arcana, che s'impossessava di me quando, bambino, sgranavo, attonito, pupille e sentimenti per penetrare anche fisicamente in quelle meraviglie.

Dopo quelle lezioni ho sempre unito assieme, nel mio conscio e nell’inconscio, le sensazioni dell'infanzia, il sapore della terra, i segni e i colori dei pittori, il ragionare e lo sragionare senza fine della filosofia ed ho dato alla vita un particolare significato camminando negli anni attraverso il mondo fra guerre e frastuoni a tu per tu con gli uomini buoni e perfidi.

Fronte a fronte con le guerre, dove domina incontrastata la morte, ho potuto dare ad ogni cosa un suo colore, sforzandomi di cercare - spesso invano - le spiegazioni che rimanevano sempre ambigue e spesso desolanti.

Mi aiutava quel minimo grumo di follia lucida che Leopardi possedeva in massima parte, sicché riusciva a conquistare l'infinito, e Botticelli a esprimere la primavera con il vibratile linguaggio della felicità, e Goya a dare vita anche alla morte.

La storia dell'arte continuava così ad appassionarmi non più nei banchi di scuola ma nell'arena della vita. Anche nella tenda d'addiaccio in Albania – nei giorni di attesa per ritornare al fronte dove ci seppelliva il fuoco dei mortai e la marea di fango viscido e malarico - un collega capitano di complemento, professore di storia dell'arte nella vita normale, apriva una sua sottile, quadrata valigia, custodita con più gelosia del pane, che portava sempre con sé ed estraeva diapositive e libri con cui ripassavamo assieme le opere di pittori e scultori, mentre fuori una pioggia a diluvio inzuppava la terra che non aveva più crosta ma soltanto melma ed acqua.

Così continuava - tra vita e morte - la rivisitazione di pittori e scultori, ma i teschi e le strazianti torture e il grido lancinante della solitudine avevano riscontro nel reale appena aprivamo la tenda e dalla linea del fuoco scendevano barelle e morti, trasportati dai muli neri di mota e ansimanti. Nessuna autoambulanza o macchina poteva fare girare le ruote nel mezzo metro e più di fango che sprofondava tutto e tutti nell'inferno.

Bisognava imparare a coniugare la morte con la vita in un dialogo che, proprio essendo in guerra, non poteva essere impossibile altrimenti finiva il mondo con le tenebre. I nostri occhi filtravano tuttora luce mentre le mani stringevano il fucile, ma sapevamo ancora accarezzare, nel ricordo, i volti lontani. Allora era indispensabile saper penetrare nella mente e nel cuore dell'uomo capace di tutti i prodigi per abbacinarci in quel grido di follia per cui l'artista avrebbe data la vita, pur di esprimere la verità. Bisognava resistere alla prova, anche se la morte seguiva invece l’itinerario dell'uomo disperso nel vento come una foglia.

Così sempre, pur nel tumulto travagliante di un vivere tutto azione, l'oasi degli artisti non è stata mai con me avara di doni prestigiosi. Persino il gusto della libertà, così difficile da coltivare perché fosse autentica non soltanto per me ma per tutti, anche per coloro che parevano intesi a limitarla e distruggerla, è nato dall'ansito libertario che avevo individuato nell'artista.

L’artista era davvero tale perché non conosceva frontiere né schemi, né plagi, ma liberava segni e colori, desideri e terrori, come fosse il contributo necessario per liberare se stesso e gli altri. E  ho sempre trovato il tempo per i poeti maestri della parola.

Ma che potevano significare le liriche di Ungaretti e Montale, di Éluard e Hikmet, di Lorca e Neruda, di Gatto e Saba, di Quasimodo e Sereni, di Raboni e Testori, di Zanzotto e Pasolini, per restare ai coetanei dei miei anni, se non avessero potuto essere confrontati con i segni e i colori arcani evocati, cantati o mormorati con ritmi e linguaggi che non erano soltanto parole, ma misteriosi simboli dei precordi?

Ecco perché mi sono convinto, negli anni maturi, a scrivere un libro dal titolo «Poesia come pane».

La vita, se deve essere interamente vissuta, non può seguire un solo binario. L'azione non esclude la meditazione, la lotta per la libertà non contrasta con la ricerca del mistero e con la tenerezza e l’angoscia della poesia. Se no perché, nella vita randagia del guerrigliero partigiano portavo nello zaino le poesie di Esenin, Majakovskij e Montale e mi intestardivo a leggerle, nei momenti di tregua, nelle stalle o al lume di candela nelle tane, ai miei partigiani contadini? Perché ancora, questi, i più soltanto con l'istruzione delle elementari, se non coglievano il significato di ogni parola ne intendevano il senso, la musica, il sentimento e stavano a pupille accese?

Finito il tempo delle guerre, deposto il mitra, il libro tornò ad essere l'arma e il crogiolo preferito, il libro e l'immagine. Lo scrittore e l'artista furono i compagni di strada assieme all'operaio e al contadino. La nuova trincea era una redazione di un giornale, la redazione de “l’Unità” di Torino. Si lanciavano parole come frecce contro chi s'attardava a non capire né il valore del pane né quello della poesia.

 

 

Tags: Il giovane Lajolo, pittori, Scultori, Filosofi, Guerra, Poesia

 


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