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I cambiamenti climatici e la coltivazione della vite

di: Alberto Maffiotti Dirigente Arpa Piemonte Laura Erbetta, Fisico Ambientale

Secondo il parere di undicimila scienziati di 153 paesi, autori di una recente lettera pubblicata sulla rivista BioScience[1], “Gli scienziati hanno l'obbligo morale di avvertire chiaramente l'umanità di ogni minaccia catastrofica e di raccontare le cose come stanno”. Per evitare, proseguono, “indicibili sofferenze dovute alla crisi climatica”.

La sfida dei cambiamenti climatici è oggi nell’agenda di tutte le istituzioni governative e non, da quelle a scala globale fino a quelle di scala locale ma ciò potrebbe non essere sufficiente se questo non entrasse anche nella agenda quotidiana di ciascuno di noi. Nonostante un generalizzato riconoscimento dell’urgenza con cui la comunità internazionale deve agire per contrastare lo sviluppo del fenomeno ed i suoi effetti, al tema viene data maggiore o minore rilevanza a seconda di come il fenomeno in questione si ripercuote, o si pensa possa ripercuotersi, sui sistemi sociali, economici e territoriali delle varie aree del pianeta. Purtroppo il cambiamento climatico stenta ancora ad essere compreso e fronteggiato su piccola scala, perché considerato un fenomeno da gestire su scala globale. E’ invece urgente adottare una lente di ingrandimento che focalizzi il problema su scala locale, di singoli territori. Aspettare che i piani di azione internazionali scendano a livello ultra locale non è la scelta giusta e sarebbe, qualora arrivassero tali decisioni, una scelta tardiva, mentre diversi sono gli strumenti specifici che si possono già adottare su piccola scala.

In una regione come il Piemonte con una serie importante di colline poste in una posizione centrale, circondate da montagne non lontane dal mar Tirreno, l’argomento è oggetto di approfondite riflessioni sui vari aspetti connessi al surriscaldamento del pianeta attraverso un percorso di azioni di informazione e sensibilizzazionedelle comunità locali. Ma ciò che più urge ora è soprattutto adottare localmente azioni di contrasto e adattamento al cambiamento climatico in atto attrezzandoci con strumenti di gestione degli impatti di volta in volta rilevati nel territorio e di quanto si verificherà negli anni a venire.

Allo stato attuale, alcuni studi mostrano la rilevanza degli effetti che i cambiamenti del clima potrebbero determinare nel territorio Astigiano Monferrino e delle Langhe, incidendo su attività che fanno parte integrante del patrimonio territoriale, socioeconomico e culturale della regione. L’innalzamento della temperatura, l’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi estremi (piogge intense alternate a lunghi periodi di siccità), i cambiamenti nelle caratteristiche delle stagionalità, causeranno nei prossimi decenni effetti importanti sull’agricoltura che si potranno tradurre nel rallentamento e modifica dei processi di crescita e sviluppo vegetale, in un deficit del bilancio idrico con conseguente aumento del rischio siccità, danni alle coltivazioni per effetto di grandine e piogge torrenziali, difficoltà di gestione delle fasi di coltivazione e riduzione della resa delle colture. Non sono da trascurare, inoltre, gli effetti dal punto di vista del dissesto idrogeologico, che negli ultimi anni ha visto aumentare il suo potenziale distruttivo a seguito dell’aumento delle precipitazioni intense con conseguente incremento delle piene fluviali e dei fenomeni alluvionali che in collina si traducono in aumento dei fenomeni franosi e di erosione. Si cita un numero per tutti: a Gavi, importante distretto vitivinicolo dell’alto Monferrato alessandrino, il 21 ottobre 2019 sono piovuti 480mm di pioggia in un giorno di cui 428mm (mezzo metro di acqua!)  in sole 12 ore. Si tratta di quantità di acqua mai registrate prima, l’equivalente di quanto piove nelle regioni del sud Italia in 1 anno. Questi fenomeni sono destinati a ripetersi per via anche della collocazione oro-geografica del basso Piemonte, chiuso dalla catena appenninica a ridosso del mare. Questo la rende un’area particolarmente vulnerabile ad eventi alluvionali sempre più frequenti che sconfinano ripetutamente, dal 1994 in poi, dall’area ligure a quella piemontese sia per la forzante orografica che per gli effetti di innesco delle circolazioni di aria a grande scala tra le correnti umide provenienti dal mare sempre più caldo e quelle fredde settentrionali. Le alluvioni si generano infatti da eventi meteorologici la cui portata dipende dal carico di vapore acqueo che precipita in forma di pioggia. Nel caso della Liguria e del Basso Piemonte, la maggior umidità si origina dal vicino Mediterraneo, un bacino particolarmente sensibile al surriscaldamento indotto dal cambiamento climatico.

Il cambiamento climatico e i paradossi esponenziali

Ma cosa si intende esattamente per cambiamento climatico? Il cambiamento climatico è definito come l’insieme dei cambiamenti registrati e statisticamente verificati, dei valori medi e delle fluttuazioni delle principali caratteristiche di stato del clima (temperatura, pioggia, vento, umidità), che persistono nel tempo per un periodo prolungato, tipicamente superiore a qualche decade.

Gli studi realizzati in questo settore hanno consentito negli ultimi anni di accrescere notevolmente la conoscenza relativa alle dinamiche dei più importanti fenomeni climatici, sia riguardo ai fattori di determinazione degli stessi che al grado di affidabilità delle evidenze empiriche e di attendibilità delle previsioni.

Il tema in questione è, evidentemente, di estrema complessità proprio per la molteplicità di fattori naturali e antropici da considerare e anche per la variabilità di comportamento con cui singoli fattori e le loro interazioni si manifestano. Tuttavia, la poderosa mole di dati scientifici raccolti negli ultimi decenni rafforzano l’evidenza al di là di ogni possibile dubbio che l’azione dell’uomo abbia avuto un ruolo preponderante nel mutare alcune proprietà del clima.

L'intensificarsi dell’effetto serra è in questo ambito il fenomeno più rilevante. L’effetto serra è un fenomeno naturale che parte da complessi meccanismi di bilancio radiativo tra terra e sole attraverso l’azione termoregolatrice dell’atmosfera terrestre grazie ad alcuni gas in essa presenti (anidride carbonica, metano e molti altri). L’effetto benefico di questi gas è quello di trattenere il calore creando una sorta di “coperta termica” attorno alla terra che garantisce una temperatura media superficiale di circa 15°C compatibile con la vita di molte specie compresa la nostra. Senza effetto serra “naturale” la terra sarebbe fredda e inospitale.

L'aumento abnorme della concentrazione dei gas atmosferici che trattengono il calore, i famosi gas a effetto serra, causato dalla crescita delle attività umane post rivoluzione industriale e dall’aumento della popolazione mondiale, ha alterato il normale equilibrio termico del pianeta. E’ come se il termostato del riscaldamento della nostra abitazione avesse cominciato inesorabilmente a salire di temperatura senza possibilità di fermarsi e, quel che è peggio, sempre più velocemente. La pandemia COVID19 che ha colpito il pianeta ha reso tragicamente comprensibile a tutti noi cosa significhi crescita esponenziale. Anche il surriscaldamento globale ha una crescita esponenziale come le epidemie , ovvero la velocità di crescita del fenomeno non è costante, bensì aumenta di giorno in giorno. L’aspetto noto di tali fenomeni è che il fattore tempo è determinante: all’inizio di una crescita esponenziale i numeri sembrano bassi ma poi, improvvisamente, si impennano. Nel famoso libro “I limiti dello sviluppo”[2], si descrive efficacemente tale situazione con un aneddoto-indovinello: la superficie dello stagno di un agricoltore viene coperta a poco a poco dalle ninfee le cui dimensioni raddoppiano ogni giorno. Se fosse consentito loro di crescere incontrollate esse coprirebbero lo stagno in 30 giorni, soffocando ogni altra forma di vita nell'acqua. L'agricoltore non se ne preoccupa e decide di non tagliare le ninfee finché queste non abbiano coperto metà dello stagno. Ma in quale giorno accadrà? Naturalmente, la risposta è: il ventinovesimo giorno, poiché raddoppiando ogni giorno, il trentesimo tutta la superficie del lago sarà ricoperta. All'agricoltore rimane quindi un solo giorno per salvare il suo stagno! Che si tratti di ninfee, virus o anidride carbonica in atmosfera, ci poniamo il problema quando frenare la curva di crescita diventa estremamente difficile, se non impossibile. Occorre invece intervenire quando la crescita è piccola, all’inizio, ma a quel punto nessuno se ne preoccupa: questo è il paradosso delle crescite esponenziali!

Ovviamente l’aumento di gas serra e quindi di temperatura, già di per sé nocivo, innesca una miriade di alterazioni a livello planetario, dall’aumento degli incendi allo scioglimento dei ghiacci, dall’aumento del livello del mare alla acidificazione degli oceani fino alla migrazione di specie legata alla modificazione di interi habitat. Altri effetti ancora li scopriremo nei prossimi anni, quello che è certo è che il pianeta ne uscirà profondamente trasformato.

Come cambia il clima regionale e locale

Venendo alla situazione italiana ed europea, il bacino mediterraneo è una delle aree più soggette al riscaldamento. Per la nostra regione[3]  le proiezioni climatiche indicano un aumento di alcuni fenomeni che portano diverse conseguenze a medio lungo termine:

  • Ondate di calore più frequenti ed intense ➤ impatto sulla salute e sull’agricoltura
  • Periodi prolungati di siccità (+ evaporazione) ➤ impatto sull’agricoltura e gli animali
  • Precipitazioni intense (+ vapore d’acqua nell’atmosfera) ➤alluvioni, distruzione
  • Meno neve/ghiacciai sulle Alpi ➤ impatto sulle riserve d’acqua

I dati estrapolati per il basso Piemonte mostrano un netto aumento delle temperature abbinato ad una aumentata fluttuazione dei regimi di pioggia con alternanza di anni siccitosi ed anni piovosi e tendenza all’aumento dei fenomeni intensi.

Il 2019 è stato l'anno più caldo mai registrato per l'Europa con temperature medie di quasi 2 gradi al di sopra di quelle della seconda metà del XIX secolo. Secondo il rapporto di Copernicus[4] le temperature medie degli ultimi cinque anni sono in tutta Europa quasi 2 gradi al di sopra di quelle della seconda metà del XIX secolo. Nel 2019 la stazione meteo regionale di Alessandria Lobbi ha fatto registrare temperature mediamente più elevate di 0.6°C rispetto alla media storica registrata dal 1990 al 2009. Fatta eccezione per il mese di maggio che ha presentato una temperatura inferiore di -2.5°C rispetto alla media e quello di gennaio con -0.6°C, gli altri mesi fanno registrare tutti anomalie positive, in particolare ottobre e dicembre con +2.6°C e +2.9°C rispettivamente. Anche l’estate è stata più calda della media di circa 1.5°C [5].

Cambiamenti climatici e viticoltura

L’agricoltura è notoriamente condizionata dal clima e ogni variazione può modificare sensibilmente i risultati colturali, in particolare in viticoltura: ecco perché valutare gli effetti del cambiamento climatico in atto sul comportamento della vite può essere un ottimo caso studio. Le regioni climatiche mediterranee sono particolarmente adatte per la viticoltura, ma il cambiamento climatico potrebbe avere un impatto negativo sugli ecosistemi mediterranei e minacciare gli habitat di aree attualmente idonee alla viticoltura.

In un recente articolo scientifico sull’argomento pubblicato sulla rivista Climate of the Past[6] si osserva che la data della vendemmia nelle regioni che producono vino è talmente importante che viene registrata in documenti ufficiali e annali dal Medioevo, quindi è possibile osservare la variazione di questa data nel corso degli anni per effetto del cambiamento climatico sulla maturazione dei grappoli d’uva. Mettendo in sequenza le date dell’inizio vendemmia dal 1354 al 2018 registrati in Francia nella città di Baune e abbinandoli agli andamenti delle temperature, è risultato che fino al 1987 i raccolti dell’uva iniziavano generalmente intorno al 28 settembre, mentre dal 1988 in avanti sono iniziati in media 13 giorni prima. Ovvero la maturazione precoce dell’uva registrata negli ultimi 30 anni è evidentemente correlata con l’aumento delle temperature. Ancora di più i dati mostrano una forte accelerazione del fenomeno dagli anni 2000, caratterizzati da un susseguirsi di primavere ed estati molto calde dove, come mostra il grafico, gli anticipi di vendemmia arrivano a 20-30 giorni rispetto agli andamenti storici. Tutte osservazioni che si possono facilmente confermare anche nella nostra regione.

Il grafico riporta il giorno dell’anno di inizio vendemmia nel corso dei secoli a Baune in Francia

Fonte: T. Labbé et al.: The longest homogeneous series of grape harvest dates, Beaune, Clim. Past, 15, 1485–1501, 2019

La vite e l’uva sono particolarmente sensibili alla temperatura, come ben sanno i viticultori. Dalla quantità di acqua e dalla temperatura a cui gli acini sono esposti durante la maturazione dipende il grado alcolico del vino, che infatti è in aumento. Questi fattori, uniti a una velocizzazione della maturazione, avranno effetti sulle caratteristiche organolettiche e di bouquet del vino.

Come si è detto, inoltre, il generale aumento delle temperature causato dal cambiamento climatico innesca molteplici effetti tra cui l’aumento della frequenza ed intensità degli eventi estremi come le ondate di calore, le precipitazioni intense, le grandinate o siccità particolarmente prolungate. Questi eventi possono determinare non solo la perdita dei raccolti ma spesso anche danni alle infrastrutture per l’agricoltura, generando ingenti perdite economiche e conseguentemente un forte indebolimento dell’intero sistema agricolo regionale.

Per stimare gli effetti del cambiamento del clima sull’agricoltura sono stati utilizzati da numerosi studiosi in i modelli matematici di simulazione che delineano previsioni sulle risposte delle colture sulla base delle variazioni dei gas in atmosfera, sul bilancio idrico e gli stress a cui saranno sottoposti i vari tipi di piante a causa delle variazioni climatiche.  Tra gli effetti probabili simulati vi è l’aumento dell’anidride carbonica disponibile in atmosfera rispetto alla produzione di biomassa delle piante che di fatto tenderà ad aumentare nelle prime decadi del XXI secolo grazie al fatto che l'aumento della concentrazione di anidride carbonica comporteranno un aumento del tasso fotosintetico e, dunque, della produttività. Questa situazione rimarrà positiva fino a quando le risorse idriche saranno sufficienti per lo sviluppo della pianta ma, nel momento in cui l’acqua venisse a mancare, la situazione cambierà completamente non solo con una diminuzione della resa dei prodotti coltivati ma ponendo a rischio l’intero raccolto.

In futuro per far fronte a queste modificazioni bisognerà prendere in considerazione la possibilità di spostare i vigneti in zone a quote più elevate ed anche in talune situazioni cambiare cultivar scegliendo quelle più idonee alle nuove condizioni climatiche. Si dovranno cercare o selezionare varietà più resistenti alla siccità, con maturazione tardiva oppure varietà che per natura accumulino meno zuccheri. Le strategie di adattamento basate sui cambiamenti delle cultivar o delle aree di coltivazione avranno maggiori implicazioni finanziarie per la viticoltura rispetto ad altre delle colture agricole, ciò a causa degli elevati costi dei nuovi impianti e del lento ritorno degli investimenti. Sempre per ridurre l’attività fotosintetica, come già avviene in altre regioni del sud Italia, si potrà pensare all’uso di tecniche di ombreggiamento totale o parziale della chioma tramite apposite reti. Ad esempio, un ombreggiamento limitato alla fascia grappoli potrebbe aiutare a contenere il surriscaldamento dei grappoli e quindi nel preservare una frazione più elevata di acido malico, componente essenziale in un’ottica di vinificazione per tipologie di vino frizzante e base spumante.

Per compensare il ridotto approvvigionamento idrico, sarà necessario considerare il "riutilizzo, trattamento e riciclo” dell'acqua per ridurre al minimo gli sprechi e appunto creare una risorsa d’acqua da poter utilizzare nei periodi in cui le precipitazioni saranno più scarse. Per compensare una riduzione dell'approvvigionamento idrico si dovrà considerare di migliorare l'equilibrio suolo-acqua attraverso l'irrigazione a goccia (per controllare e minimizzare la perdita di acqua), migliorare la struttura e la composizione del suolo (maggior apporto di sostanza organica) e tenendo sotto controllo l’erosione e la perdita di nutrienti magari attraverso l'uso di colture di copertura tra i filari.

Conclusioni

Ma come agire di fronte a questi eventi? Le azioni sono, come ormai noto, di due tipi, quelle di mitigazione e quelle di adattamento e gli strumenti della programmazione regionale, nelle sue varie articolazioni settoriali, ne contengono una buona rappresentazione.

Non dobbiamo creare false illusioni. Mentre l’adattamento dei nostri comportamenti rappresenta un’esigenza, una risposta conseguente a fenomeni in atto, per cui ad esempio, favorisco la creazione di bacini idrici per rispondere ai problemi di carenza idrica limitando la desertificazione o per sostenere l’attività agricola, la mitigazione è da collocarsi nel contesto più ampio perché non si può pensare che possa essere sufficiente una azione locale o regionale per contrastare il clima che cambia. Attualmente il problema più rilevante è, in senso globale, la capacità di innescare un effetto sostituzione nell’uso dei combustibili fossili e purtroppo siamo ancora molto lontani.

Per questo motivo l’attivazione di politiche incentrate sulla mitigazione ha un’importanza di per sé ed è indipendente dalla reale capacità di produrre effetti sui cambiamenti climatici mentre la capacità di generare investimenti in settori nuovi, finora inesplorati o scarsamente esplorati, l’avvio di segmenti di filiere produttive incentrati sulle rinnovabili, la creazione di nuove filiere produttive in campo agricolo e forestale, un nuovo modo di disegnare la città e di pensare la mobilità, guardando all’efficienza e al contenimento dei consumi, solo per fare alcuni esempi, sono elementi portanti di una nuova strategia di sviluppo.

La risposta ai cambiamenti climatici deve dunque avvenire attraverso la realizzazione di nuovi processi di produzione e consumo: risparmio ed efficienza energetica, maggiore uso di fonti rinnovabili, differenti scelte di mobilità. Perché questo sia possibile, serve innovazione nell’edilizia, nei sistemi di trasporto, nelle tecniche di produzione di energia, in quelle di smaltimento dei rifiuti;  serve un’attenta gestione del ciclo dei rifiuti e promozione dei mercati delle materie seconde; serve un accurato uso delle risorse idriche e una buona gestione delle disponibilità; servono politiche formative e di sensibilizzazione (di lungo respiro) che insegnino almeno ai giovani i valori dell’ambiente; serve dunque un intervento forte di promozione di filiere produttive regionali orientate alla “produzione in loco” di eco-efficienza, soprattutto nel settore dei prodotti agricoli e dell'eco-edilizia.

Gli studi effettuati dimostrano che c’è ancora molta strada da fare per fermare, o almeno rallentare, il riscaldamento climatico dovuto alle attività umane. La cosa certa è che in futuro cambierà il nostro modo di pensare la viticoltura che si dovrà adattare a tali cambiamenti. Come sistema colturale, tuttavia, la viticoltura si è dimostrata nel passato tra le più praticabili in una vasta gamma di condizioni climatiche attraverso l'adattamento delle posizioni dei vigneti e alle pratiche di gestione dei vigneti. Sarà necessario che gli Stati aiutino i viticoltori e i produttori di vino ad attuare strategie di adattamento, inoltre è importante che si crei un’efficiente rete d’informazione per aggiornare i produttori su nuove strategie applicabili e sui possibili effetti del cambiamento climatico a lungo termine. Sarà necessario restare sempre aggiornati per sapere come agire e migliorare le cose. Molte aziende si stanno già impegnando ad avere una produzione il più possibile eco-sostenibile, abbassando la loro “carbon foot print”. [7]

In conclusione, il 2020 è da considerarsi un punto di partenza: da questa data abbiamo non più di 30 anni per conservare, trasformare, tutelare il territorio Piemontese di Langhe-Roero e Monferrato riconosciuto dall’UNESCO adattandolo ad un mondo che cambia. Cambiare clima significa cambiare modo di vivere il territorio, cambiare modo di coltivare, cambiare il paesaggio.


Autori:

Alberto Maffiotti, Professore a contratto Università di Torino  CCS Biologia dell’Ambiente – Dirigente Arpa Piemonte

Laura Erbetta, Fisico Ambientale

Pubblicato sul n. 67, 2020 “Quaderno di storia contemporanea” Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea della provincia di Alessandria"


[1] BioScience, Volume 70, Issue 1, January 2020, Pages 8–12, https://doi.org/10.1093/biosci/biz088

[2] “I limiti dello sviluppo”, rapporto del System Dynamics Group - MIT, per il progetto del Club di Roma sui dilemmi dell'umanità, ed Mondadori, Milano, 1972.

[3] http://www.arpa.piemonte.it/reporting/rapporto-sullo-stato-dellambiente-in-piemonte

[4] https://www.copernicus.eu/it

[5] http://www.arpa.piemonte.it/approfondimenti/territorio/alessandria/aria-1/relazioni-qualita-dellaria-mezzo-mobile/relazione-qualita-aria-stazione-fissa-alessandria-n-g07_2020_00495

[6] Clim. Past, 15, 1485–1501, 2019   https://doi.org/10.5194/cp-15-1485-2019

[7] Cambiamenti climatici: impatto sulla viticoltura e strategie di adattamento | Ilaria Carlini tesi di Laurea Corso di Viticoltura ed Enologia .Università di Torino anno 2018-2019

 


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