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RESOCONTO DEL TERZO INCONTRO 18 OTTOBRE “Paesi tuoi. La comunità contadina”

di: Laurana Lajologli

L’incontro è stato aperto da Betti Zambruno trio con la canzone Un paese ci vuole tratto da un brano de La luna e i falò di Cesare Pavese. Brano che è stato letto dall’attore Aldo Delaude dopo aver ricevuto il Premio Davide Lajolo – Il ramarro.

Il tema dell’incontro, la comunità contadina, è stato introdotto da Laurana Lajolo che ha sottolineato la profonda trasformazione avvenuta anche nelle piccole comunità rurali, ma anche come la pandemia richieda una nuova riscoperta della comunità. Il Covid 19 rappresenta inevitabilmente, anche per la lunghezza del contagio, una svolta epocale, impone dei cambiamenti di vita, di luoghi, di sistema di lavoro mettendo in crisi le metropoli e riproponendo la possibile attrattività dei paesi. Per ora ne parlano sociologi e scienziati e la consapevolezza non è ancora generalizzata, ma quelle valutazioni indicano una linea di tendenza, che, per essere attuata, richiede investimenti pubblici e privati e un’efficiente rete di servizi. D’altro canto la modernizzazione ha cambiato nel tempo la comunità contadina e le tecniche di coltivazione e di produzione e anche in campagna è finito il rassicurante tempo ciclico e si è affermata l’insicurezza della frammentarietà del tempo presente.

Il sociologo Renato Grimaldi, docente di Metodologia e tecnica della ricerca sociale e direttore della Scuola di Scienze Umanistiche Dipartimento di Filosofia e Scienza dell’Educazione dell’Università di Torino, è autore, tra l’altro, di Comunità si collina: un sistema di sistemi (2017), in cui ha presentato il suo studio su Cossano Belbo. Ha considerato il suo paese natale come paese laboratorio applicando alla ricerca l’approccio metodologico proposto dal sociologo Luciano Gallino. Ha cioè studiato la comunità come un sistema di sistemi, interpretati secondo un modello evoluzionistico, esplorando in concreto il concetto di cultura, intesa come insieme di istruzioni e programmi di comportamento, elaborati nel corso dell’interazione uomo/uomo e uomo/natura. La cultura della comunità, di cui fanno parte anche edifici e supporti materiali di vario genere storicamente stratificati viene memorizzata al sistema psichico degli individui della popolazione stabilendo l’identità della comunità e permettendo la trasmissione di conoscenza da una generazione all’altra. Ogni paese può essere studiato come un meta-paese, un contenitore di piccole storie e di grande storia.

Riferendosi a Pavese e alla sua descrizione delle influenze della luna sul mondo contadino, Renato Grimaldi ha ammesso che la scienza non ha avallato le credenze contadine che hanno dominato nascite e raccolto, ma in Pavese il “farsi terra” è una metafora ciclica. Del mondo contadino andrebbe salvata la biodiversità genetica e la capacità creativa del saper fare.

L’antropologo Piercarlo Grimaldi, già Rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e coordinatore del progetto “I granai della memoria”,  autore tra l’altro di Il calendario rituale contadino (1993)  ha affermato con convinzione dichiarando che il mondo contadino è morto perché si è persa l’oralità contadina cioè la trasmissione di memorie e di saperi. Il gesto e la parola si sono interrotti definitivamente. La digitalizzazione ha cambiato l’espressività.

Ha citato i libri di Nuto Revelli, Il mondo dei vinti e L’anello forte, scritti negli anni Settanta, quando era ancora possibile rilevare con le ricerche antropologiche e le interviste il profondo legame tra narrazione orale e immaginario.

Il vivere la comunità contadina si fondava sulla conoscenza reciproca di tutti i suoi componenti, sul parlare tra loro delle donne nei luoghi di incontro, dal forno al lavatoio, nei campi e dopo la messa.

Ricordando il suo libro Il calendario rituale contadino, ha constatato che nella società metropolitana si è perso completamente il senso sacrale del tempo dell’eterno ritorno e del senso del sacro ne avremmo bisogno anche oggi.

Ha aggiunto che gli è particolarmente cara la formula “Parlandone da vivo” che si usava per ricordare pregi e difetti dei morti e che ha usato come titolo per un altro suo libro: i morti facevano ancora parte della vita dei vivi e se ne parlava nel bene e nel male.

Ha quindi annotato che Pavese, pur conoscendo la parola comunità, non l’ha mai usata nei suoi romanzi, ha preferito la parola “paese”, parola che meglio rende la complessità della società contadina.

Infine, riprendendo un altro suo libro Parlandone da vivo (2007) ha sottolineato che le tradizioni e i saperi orali e gestuali rappresentano un insostituibile patrimonio materiale e immateriale, che costituisce non solo la società del passato, ma, nel lungo periodo, anche del futuro. Eppure gli studi sulla tradizione incontrano molte difficoltà dalle istituzioni politiche e economiche, che non ne comprendono l’importanza strategica. Anzi è diffusa la convinzione che con la globalizzazione e la crescita tecnologica anche nei mezzi di comunicazione che la tradizione sia un ostacolo allo sviluppo. E invece se il passato continuasse ad essere conservato, trasmesso e rappresentato potrebbe diventare una concreta soluzione alla crisi del modello di sviluppo contemporaneo.

Lo studioso pavesiano Franco Vaccaneo  ha ricordato i suoi colloqui formativi di adolescente con Davide Lajolo, autore de Il vizio assurdo. Storia di Cesare Pavese, e con Pinolo Scaglione, il Nuto, de La luna e i falò che gli hanno fatto conoscere Pavese scrittore e uomo.

Si è quindi soffermato su S. Stefano come paese mitizzato dell’infanzia da Cesare Pavese, che nella sua scrittura, seguendo Giovan Battista Vico, lo riproduce nel senso del primitivo e interpretando la vita contadina come tragedia e violenza, come fatica e dolore. Pavese, di famiglia piccolo borghese, vive la sua vita in città, nella Torino eroicamente antifascista, e incrocia la Langa con la letteratura anglosassone e agli studi etnografici che pubblica alla Casa editrice Einaudi.

Pavese rappresentò nella sua agonia la stagione contadina che, da secoli, era stata sostanzialmente identica e decise di andarsene con lei, non potendola più farla rivivere. La sensazione di fine di un mondo che si avverte ne La luna e i falò non si può disgiungere dalla percezione della morte annunciata del suo autore che registra il lutto per una civiltà rurale sull’orlo del precipizio. Lo scrittore tenta con il suo ultimo romanzo di ricucire lo strappo tra i suoi due mondi: quello cittadino della modernità dove si era formato e dov’era vissuto e quello arcaico dell’infanzia nella campagna abitata dal “dio-caprone”, incarnazione del primitivo che resiste a due passi dalla città.  (vd. F. Vaccaneo “Un paese ci vuole”)

Pier Sergio Bobbio ha presentato il progetto di ricerca “I suoni della campagna – Paesaggi sonori”, curato insieme al sociologo Enrico Ercole dell’Università del Piemonte orientale per Club UNESCO di Asti e di Canelli e del Centro UNESCO di Torino. Nel silenzio del lockdown si sono sentiti di nuovo dei suoni scomparsi nella quotidianità di vita, in cui non si tiene più in nessuna considerazione le diverse caratteristiche del suono. Quindi è venuta l’idea di registrare i suoni della campagna come quelli delle campane ad esempio, anche nei loro cambiamenti rispetto al passato, e ricostruire così un tessuto di conoscenze e di emozioni.

E’ intervenuta anche Betti Zambruno, ricercatrice di canzoni popolari del mondo contadino che ha poi miscelato nel suo repertorio con canzoni di altre parti del mondo. Condividendo l’assunto di Piercarlo Grimaldi che il mondo contadino è finito, ha tenuto a ribadire il grande valore dell’oralità per la trasmissione di conoscenze e di memorie e ha auspicato nuove modalità di ricerca per continuare a dare rilevanza alle fonti orali, raccogliendo le testimonianze della comunità di persone che hanno vissuto le grandi trasformazioni del Novecento. (vd. “Le storie cantate”).


Leggi anche "Un paese ci vuole" di Franco Vaccaneo e "Le storie cantate" di Betti Zambruno

 

 

 


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