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Un paese ci vuole

di: Franco Vaccaneo, studioso di Cesare Pavese

Tutte le civiltà sono state contadine, così Cesare Pavese introduce il dialogo “I fuochi” dai Dialoghi con Leucò.  Ma questa civiltà, oggi, nel mondo post-moderno della globalizzazione è finita, senza possibilità di resurrezione. Che cos’è La luna e i falò, ultimo romanzo pavesiano, se non il malinconico canto del cigno di un mondo che sta per finire e che coincide, non a caso, con la fine largamente preannunciata di uno dei suoi ultimi interpreti. Quest’ultima stagione contadina che, da secoli, era stata sostanzialmente identica, Pavese la rappresentò nella sua agonia, al tramonto, e decise di andarsene con lei, non potendola più farla rivivere. La sensazione di fine di un mondo che si avverte ne La luna e i falò non si può disgiungere dalla percezione della morte annunciata del suo autore che registra il lutto per una civiltà rurale sull’orlo del precipizio. Lo scrittore tenta con il suo ultimo romanzo di ricucire lo strappo tra i suoi due mondi: quello cittadino della modernità dove si era formato e dov’era vissuto e quello arcaico dell’infanzia nella campagna abitata dal “dio-caprone”, incarnazione del primitivo che resiste a due passi dalla città.

Era stato Pinolo Scaglione, il Nuto del romanzo, l’amico di tutta la vita, che gli aveva fatto conoscere l’altro, il popolo della Langa di cui costruisce l’apparato etnografico alla luce dei suoi studi di etnologia con cui introdurrà in Italia, attraverso la Collana viola della casa editrice Einaudi, i principali autori europei del suo tempo, a cominciare da Mircea Eliade. Nuto rappresenta il mediatore, depositario dell’oralità contadina, un ricco mosaico di storie che si andava ricomponendo nella memoria dell’amico scrittore per il quale i miti nascono da realtà rielaborate dal pensiero. Nonostante i suoi legami popolari, uno scrittore borghese o piccolo-borghese come Pavese che voglia rappresentare una classe sociale che non è la sua, deve servirsi di un intermediario. Così fece anche Pasolini con Sergio Citti che lo introdusse nelle borgate romane e nei suoi gerghi per scrivere Ragazzi di vita. Dai racconti orali del Nuto Pavese attinge a piene mani, reinventa e trasfigura. Così le Langhe della storia, della guerra civile, della miseria e della fatica dei contadini, diventano le Langhe senza storia e senza tempo del mito.

Ma perché oggi, sempre di più, guardiamo al nostro passato contadino, con un misto di nostalgia e rimpianto per un mondo perduto, con sentimenti più pasoliniani che pavesiani. Già una grande scrittrice inglese, Virginia Woolf, aveva in qualche modo anticipato questo sentimento quando scriveva che i contadini sono il grande santuario dell’equilibrio, la campagna è l’estremo baluardo della felicità. Quando cesseranno di esistere la razza umana avrà perso ogni speranza. Non è un caso che in tutte le epoche la mitica età dell’oro sia alle nostre spalle, nel passato, poiché il presente è incerto e il futuro spaventa. Però questo sentimento nostalgico intriso di dolore per la perdita di un tempo presunto felice ci porta spesso a dimenticare che quel tempo tale non era, come ci rappresenta bene l’altro grande scrittore delle Langhe, Beppe Fenoglio, in quello splendido romanzo breve che è La malora. Quello che ci attrae del mondo contadino del passato, nella modernità liquida in cui viviamo dominata dal nichilismo, è il senso di comunità, una necessità allora, che noi, ripiegati come siamo nella cura del nostro “particolare”, siamo spesso portati a idealizzare. Guardando L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi ci prende un senso di forte commozione ma siamo sicuri di riuscire a vivere, oggi, in quel modo?

La ruota della storia non gira mai all’indietro ed è con la complessità della vita e dei rapporti sociali che oggi dobbiamo fare i conti, nostro malgrado. Quindi non voglio mettermi a suonare il piffero di un’elegia che diventa spesso agiografia. Pavese stesso non amava l’elegia che avvolge la realtà di una retorica insopportabile e mistificatrice. Per lui la campagna è “fatica e dolore” e i tanti fuochi che divampano ne La luna e i falò suggellano un destino di morte e distruzione (Il Valino, Santina). Per cui anche il molto spesso citato Un paese ci vuole andrebbe spogliato dei suoi connotati campanilistici di paese in senso idillico e bucolico, quella presunta armonia nei rapporti sociali che nei paesi non è mai esistita. Il senso di un paese ci vuole consiste in un antidodo alla solitudine (Un paese vuol dire non essere soli) che è la condizione esistenziale dei nostri tempi in cui siamo interconnessi in ogni momento della nostra vita ma sprofondiamo in un drammatico isolamento interiore. Non essere soli vuol dire recuperare un senso di comunità e di condivisione che deriva dal sentirsi radicati in una terra comune, quella terra che “attende e non dice parola”. Per questo il personaggio pavesiano ritorna per cercare di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione, come recita lo splendido incipit de La luna e i falò. Ma per Pavese il ricongiungimento con la terra natale, seppur desiderato, non riuscì a realizzarsi e il ritorno non è risolutivo dei suoi conflitti esistenziali. Come scrisse all’amico Nicola Enrichens: Io amo Santo Stefano alla follia ma perché vengo da molto lontano e in questa lontananza è destinato a perdersi.

 


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