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I paesi-polvere

di: Aldo Bonomi, sociologo

È tempo di rovesciare il paradigma dell’attesa dello sviluppo che arriva da fuori dal centro. Se non ora quando, visto che la crisi ecologica ha posto la questione della green economy e di un altro modello di sviluppo. (…)

Il salto d’epoca nell’antropocene ha rovesciato il paradigma: il problema non è il vuoto, ma il pieno; non è il margine, ma il centro il problema. Non è solo questione che riguarda il paesee ciò che resta della comunità, ma rimanda alla città e alla società che viene avanti. Non è solo questione di paesologia o di urbanisti riconvertiti o di ministero per le aree interne.

A maggior ragione nell’arcipelago fatto di migliaia di piccoli comuni, di cento città e di aree metropolitane non ancora megalopoli che ci rimanda la geografia del nostro Paese.

Partendo dal margine occorre mettersi in mezzo ai grandi interrogativi epocali che interrogano le forme di convivenza. Alzando lo sguardo, come ci invita a fare l’antropologa Tarpino, dalla sociologia delle macerie dei paesi abbandonati che sono una risorsa del vuoto. Ma anche guardando al pieno abbassando lo sguardo verso le terre basse delle città infinite dell’urbano regionale delle villette a schiera, fabbrichetta dopo fabbrichetta, capannone dopo capannone, perché non ci sarà smart city senza smart land. Pare se ne siano accorti anche laggiù, quelli dell’Economia, di essere «terre fragili» se sto all’ultimo libro di Antonio Calabrò titolato Oltre la fragilità. Che parte dalla parola da noi sempre evocata, «comunità», con tanto di riflessione sulla fragilità della «grande Milano» per arrivare a interrogarsi sull’umanesimo di impresa.

 


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