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Il valore del lavoro, intervista a Luca Quagliotti

di: Luca Quagliotti, segretario della Camera del Lavoro di Asti

Intervista a Luca Quagliotti, segretario della Camera del Lavoro di Asti. Una riflessione schietta sul sindacato e indicazioni sulle prospettive possibili

 

Mi dai una definizione della dignità del lavoro?

Parlando di dignità del lavoro mi viene subito in mente l’art. 1 della Costituzione, che ne è l’espressione massima: “L’Italia è una Repubblica Fondata sul Lavoro”. Giuseppe Di Vittorio, a mio avviso il più grande sindacalista italiano sosteneva che il lavoro è fondamento della dignità della persona e la via per l’emancipazione sociale. Oggi viviamo un periodo terribile, per la mancanza di lavoro, specie per le nuove generazioni e per la diffusa condizione di sotto salario, che stride a confronto degli emolumenti di alcuni manager d’azienda che  guadagnano 3000 volte di più del singolo lavoratore. Adriano Olivetti, uno degli imprenditori più illuminati del ‘900, sosteneva che un dirigente non poteva guadagnare più di 10 volte rispetto ad un operaio. Il disagio di oggi è frutto di una società che ha il suo perno nel denaro e un’immagine distorta del lavoro, che, a prescindere dalle mansioni, deve avere la sua dignità. La sinistra e anche la CGIL, per certi aspetti, devono ridare al salario il giusto valore. Un giovane che ha studiato oggi guadagna meno di uno che non ha studiato e vive anni di precarietà e sfruttamento prima di vedere riconosciuto, ammesso che ciò capiti, il proprio percorso di studi. L’Italia è uno dei Paesi OCSE con il più alto grado di dispersione scolastica e il più basso numero di laureati.  Se all’estero è il titolo di studio a promuovere la mobilità sociale. In Italia non succede. Ne consegue che non solo i singoli ma l’intera società è bloccata.

Che cosa ha fatto e fa il sindacato per combattere la disuguaglianza sociale?

Il sindacato è stato costretto a giocare in difesa. Per difendere tutti i posti di lavoro esso, a volte, ha sbagliato le sue valutazioni cercando di salvare, attraverso gli ammortizzatori sociali, anche aziende ormai destinate inevitabilmente alla chiusura o ad un forte ridimensionamento. Il sistema di tutela sociale, infatti,  investe molti più soldi nelle politiche passive del lavoro rispetto a quelle attive. Un dato su tutti: nel 2016 l’Italia aveva meno di 8.000 occupati nei Centri per l’Impiego, la Germania 110.000. Chi ha governato in questi anni ha continuato ad elargire risorse alle imprese senza distinguere tra quanti investivano in tecnologia, ricerca e sviluppo e chi sostituiva parte del turn over. Il risultato è che il nostro Paese ha aumentato il proprio ritardo sull’industria/impresa 4.0, sugli investimenti, ecc. Con il piano del lavoro nel 2013, la CGIL proposto di incentivare le assunzioni e gli investimenti proprio in questi settori oltre che nella tutela del territorio e nelle infrastrutture, ma non è stato così. I salari nel nostro Paese sono troppo bassi e così si mortifica il singolo lavoratore, si deprime i consumi delle famiglie e si limita  la crescita del PIL.

Che ruolo positivo può avere il pubblico?

Il ruolo del pubblico e della direzione politica è strategico, ad esempio per la manutenzione del territorio come dimostra il tragico esempio del crollo del ponte Morandi. La TAV è necessaria e vanno riattivate le linee ferroviarie secondarie per il trasporto merci e rendere efficiente il trasporto per i pendolari.  L’altro tema è quello salariale, che riguarda in particolare il personale professionalmente e culturalmente qualificato della Pubblica amministrazione, che deve garantire l’uguaglianza tra i cittadini attraverso la scuola, la sanità, il welfare, ecc., e ha il compito di tutela e di controllo del territorio, delle infrastrutture  e degli appalti in rapporto costante e diretto con i cittadini. Il tentativo di talune forze politiche di ignorare queste funzioni, volendo un contatto diretto con i cittadini, diventa una patologia della democrazia.

Una volta il sindacato usava molto la pratica della lotta e ora?

Lo fa ancora nonostante le molte difficoltà. Le nuove generazioni “nascondono” la loro capacità di lotta.  A differenza di quanto accadeva nel ’68, negli anni 70 e 80, non si lotta più per affermare un principio o per conquistare un diritto, ma, al massimo, per mantenere quello che si ha. C’è un fatalismo nelle fabbriche e negli uffici, tra i giovani studenti o in cerca di occupazione, contro cui dobbiamo reagire. Tutto viene dato per scontato e, spesso, per perso. È una delle manifestazioni della crisi sociale e politica che coinvolge l’intera società e da cui non è immune il sindacato. La politica e l’azione sindacale devono essere fatte in mezzo alle persone. Io sostengo che i dirigenti sindacali non devono stare negli uffici, ma nei posti di lavoro, stando dentro la realtà lavorativa e ascoltando i lavoratori. Come possiamo conoscere i processi produttivi, le difficoltà dell’organizzazione del lavoro, le criticità delle aziende, e quindi poterle prevenire, lontani dai posti di lavoro? È dalla conoscenza e dalla lotta per obiettivi predefiniti e concordati con i lavoratori che viene la speranza di sviluppo.

Ma i giovani danno un valore di dignità al lavoro? E come è la situazione all’interno del sindacato?

Nella nostra società è venuto meno il valore del lavoro come realizzazione di se stesso ed elevazione della propria condizione sociale. Così come sono venute meno le relazioni interpersonali. Il modello trasmesso è quello del denaro e del successo a prescindere dal merito. Non si insegna ad assorbire l’insuccesso, non si spinge a rinnovarsi sempre, piuttosto ci si arrende o si cercano scorciatoie, al solo fine del vantaggio personale. Anche il sindacato deve affrontare due comportamenti negativi dannosi per l’unità e la qualità della sua azione e soprattutto per i lavoratori: gli “yesmen”, che sostengono i detentori delle decisioni, e i contestatori di “professione” che sperano di emergere con il loro essere contro. Per me, invece, è essenziale il confronto (anche acceso) come condizione per valorizzare le buone idee e la capacità di sintesi. Un buon sindacalista, un buon dirigente in genere, sa difendere le proprie idee confrontandosi e facendo proprie le idee degli altri, se le ritiene giuste.

Anche il sindacato è diventato liquido come la politica?

La politica nel suo complesso ha tentato di indebolire il sindacato e le associazioni di rappresentanza, i cosiddetti corpi intermedi. Siamo stati vilipesi e anche esclusi dal confronto, ma, nonostante le difficoltà, il sindacato è tutt’altro che liquido. Siamo presenti nei posti di lavoro, abbiamo milioni iscritti, c’è sempre grande partecipazione alle elezioni delle RSU, a differenza di quello che molti pensano.

Mi sembra che stia molto peggio la politica. I partiti sono quasi estinti come forza organizzata, ridurre tutto al “messaggio” al “sensazionismo” mortifica la funzione educativa e di guida della politica. Non si ritorna ai  partiti novecenteschi, ma non si può neppure affidare tutto agli avvelenatori di pozzi, perché, poi, a lungo andare, non ci sarà più acqua buona per nessuno!  Lo stesso Parlamento e le amministrazioni locali hanno sempre meno ruoli di decisione affidando il compito solo agli esecutivi e le minoranze non esercitano adeguatamente il loro ruolo di controllo nei confronti delle maggioranze. Un esempio per tutti: la riforma delle pensioni (cosiddetta FORNERO), norma iniqua che scarica i costi della crisi solo sui lavoratori e le lavoratrici e, soprattutto, sulle future generazioni, non ha avuto una vera opposizione politica in parlamento.

Ci sono prospettive per Asti e la sua provincia?

Asti ha il vantaggio di essere baricentrica tra Milano, Torino e Genova e dovrebbe attivarsi per favorire l’insediamento di imprese 4.0 legate allo sviluppo della progettazione tecnologica avanzata con un’alleanza con l’industria manifatturiera, con quella dell’e-commerce e il mondo del vino. Su questo tema abbiamo alcune idee su cui volgiamo confrontarci con CISL e UIL prioritariamente. Spero si possa presto avanzare una proposta unitaria alla città. Un'altra questione strategica è la valorizzazione ed il recupero del territorio cominciando dal cosiddetto “bando periferie” per il quale il Governo Gentiloni aveva finanziato anche ad Asti progetti importanti ma per i quali, per decisione del Governo gialloverde, sembra non ci sia futuro.

 

 

Tags: disoccupazione, giovani, lavoro, sindacato, politica, disuguaglianze, dispersione scolastica, salario, pubblico, lotta sindacale, dignità, imprese 4.0, futuro

 


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