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Storia senza perdono di Walter Barberis

di: Federico Fornaro, storico

Con il lento e inesorabile incedere del tempo non solo si affievoliscono i ricordi, ma ci stanno lasciando uno dopo l’altro i testimoni delle grandi tragedie del Novecento, in primis della Shoah. Stiamo entrando, con scarsa consapevolezza collettiva, nell’età della post memoria, un’epoca in cui non solo gli storici di professione, ma tutti noi siamo chiamati al non facile compito di trasmettere una corretta memoria tra le generazioni, senza produrre pericolosi e assai rischiosi cortocircuiti.

I dati del Rapporto Eurispes pubblicati in occasione della Giornata della memoria 2020 ci restituiscono una realtà per molti versi scomoda e inaspettata, e devono indurre a più di una riflessione e a una molteplicità di preoccupazioni. Da questa ricerca emerge, infatti, che il 15% degli italiani è convinto che la Shoah sia propaganda (era il 2,7% nel 2004) e il 16,1% ne ridimensiona la portata. Ma non basta: il 22,2% pensa che gli ebrei controllino i mezzi di informazione e il 26,4% li ritiene l’ago della bilancia della politica americana. Ed è sufficiente ricordare amaramente come una delle ultime sopravvissute all’inferno di Auschwitz, la senatrice a vita Liliana Segre, debba essere accompagnata nella sua vita quotidiana da una scorta delle forze dell’ordine a causa delle minacce ricevute sul web, per rendersi conto della crescita, anche nel nostro paese, di un sentimento di odio antisemita, misto a un diffuso razzismo e di fenomeni di risorgenti gruppi neofascisti, quando non addirittura di neonazisti. Proprio nei giorni delle commemorazioni della Giornata della memoria di quest’anno, in diverse città italiane, sono apparse sui portoni delle case di ex deportati scritte antisemite; immagini che soltanto qualche anno fa sarebbe stato immaginare.

Anche nella vicina e civilissima Francia gli atti di antisemitismo sono in continuo aumento, dopo che già nel 2018 erano cresciuti del 74% rispetto all’anno precedente; atti che hanno preso la forma di auto vandalizzate, minacce, aggressioni, tombe profanate, pneumatici tagliati, svastiche e croci uncinate sui muri dei parcheggi. Episodi e clima che hanno riportato le lancette indietro nel tempo, ai tempi bui della persecuzione razziale contro gli ebrei. Di recente lo storico Davide Conti su “il manifesto” ha, inoltre, sottolineato l’esistenza oramai acclarata nel discorso pubblico del “populismo storico”, un nemico ancor più subdolo e difficile da combattere del classico negazionismo perché esso «ricava le proprie istanze dall’uso del più vecchio e consunto degli armamentari ideologici, quello della negazione, dell’autoassoluzione e della memoria selettiva».

Che fare dunque? Come rispondere a queste minacce e a questi autentici oltraggi alla memoria e attentati alla coscienza civile nazionale ed europea, che potrebbero trovare nuova linfa dalla progressiva scomparsa dei testimoni oculari? Per rispondere a questi interrogativi, di straordinaria e bruciante attualità, ci viene in soccorso un breve quanto intenso saggio di Walter Barberis, Storia senza perdono.

L’autore, docente di Storia moderna e metodologia della ricerca storica presso l’Università di Torino, inizia la sua riflessione ricordando la congiura del silenzio ordita da molte persone e dagli Stati nei primi anni del secondo dopoguerra con il deliberato intento – scrive Barberis – di «occultare un passato compromettente e cupo immaginando e promettendo nella pace ritrovata un miraggio di benessere. I conti col passato si dovevano chiudere assai presto, e non solo sul piano giudiziario. I più, non solo i collaborazionisti, ma i tantissimi inerti, la maggioranza dimissionaria da qualunque responsabilità morale e civile, si adoperarono perché i cattivi ricordi si estinguessero in una dissolvenza notturna. Affinché amnesia e amnistia consolassero in primo luogo le loro mezze coscienze».

La difficoltà di collocare in una fase di ricostruzione postbellica – tutta improntata alla speranza e al futuro – il lamento e i ricordi di pochi superstiti di uno sterminio senza precedenti, ma in assenza di eroi riconoscibili e con una massa imprecisata di vittime, rallentò, così, per molti anni, la diffusione nella letteratura, nella saggistica e nel dibattito pubblico dei racconti scritti e orali dei testimoni della Shoah. Quasi che le storie individuali di chi era scampato allo sterminio nazista disturbassero il sentimento collettivo prevalente di volersi lasciare alle spalle la guerra con i suoi drammi personali e collettivi, unita a una oggettiva difficoltà dei protagonisti nel descrivere quale livello di bassezza e di inumanità fosse stato raggiunto nei lager. «Non si sarà mai abbastanza grati a chi, come Levi, seppe aprire la strada delle parole per dire di Auschwitz» – osserva giustamente Barberis – perché sarà proprio con libri esemplari come Se questo è un uomo e il Diario di Anna Frank che la memoria di quello che era stato iniziò a circolare e a diffondersi nelle scuole italiane, sollecitando al tempo stesso gli storici contemporanei a confrontarsi con una delle pagine più drammatiche e nere della storia dell’umanità, fino a giungere al riconoscimento internazionale dell’unicità della Shoah.

La ricostruzione della complessa macchina burocratica e militare allestita dal nazismo per lo sterminio degli ebrei, mise, poi, gli italiani di fronte alle evidenti e manifeste responsabilità dello Stato fascista prima, a cominciare dalle leggi razziali del 1938 e dello Stato collaborazionista della Repubblica sociale italiana, dopo il 1943, con il supporto logistico e militare ai nazisti, nei rastrellamenti, gli eccidi e il trasporto dei deportati. Lo stereotipo autoassolutorio e duro a morire dello “italiani brava gente”, dietro cui si erano nascosti dopo la guerra non soltanto i fascisti del ventennio ma la larga maggioranza della popolazione mimetizzata nella cosiddetta “zona grigia”, si ruppe come un vaso di cristallo fatto cadere dal vento della memoria dei testimoni e dal lavoro scientifico degli storici.

Barberis mette, però, in guardia dall’eccesso di memoria, pericoloso quanto l’assenza di memoria, perché «vinta l’atrofia della memoria, si poneva allora il problema della sua ipertrofia». Una memoria, quella dei testimoni, che non può e non deve sostituire la buona ricerca storica. Senza voler togliere nulla all’importanza e alla fondamentale funzione dei testimoni, infatti, è solo con la storia che si possono cogliere, ad esempio, nei tratti fondanti della cultura fascista il nazionalismo, l’intolleranza e il razzismo, fenomeni destinati periodicamente, come un fiume carsico, a riaffiorare nelle società contemporanee anche in assenza della formale ricostituzione del Partito nazionale fascista, ma non per questo meno pericolosi e meritevoli di attenzione.

Senza il racconto di chi aveva visto e patito in prima persona la Shoah si sarebbe certamente persa la memoria di quella tragica stagione della storia europea, ma è altrettanto innegabile che solo con essa non si sarebbero potute comprendere le ragioni di un’adesione così largamente maggioritaria della popolazione tedesca al nazismo e la rete di complicità e silenzi della gente comune, senza la quale il sistema studiato e realizzato per lo sterminio degli ebrei avrebbe incontrato più di una difficoltà operativa.

In questa prospettiva storiografica le seppur rare testimonianze dei carnefici, dei delatori, di chi fu semplice spettatore-complice dei crimini della seconda guerra mondiale sono altrettanto importanti, qualora i loro racconti siano sinceri e superino il vaglio dello storico, perché aiutano a comprendere i meccanismi psicologici e di indottrinamento propagandistico di chi scelse di collaborare con i nazisti e i fascisti. Come sottolinea l’autore, infatti, «queste voci disturbanti, odiose, raccontano storie che, al di là della malafede, rimangono indubbiamente utili. Si impara comunque, non solo dalle vittime, ma anche dai loro persecutori».

La storia è, infine, un antidoto formidabile contro la facile scorciatoia dell’oblio e del perdono, perché, come annota acutamente Barberis, «il perdono è la più alta forma di amnistia; e la amnesia è la sua diretta conseguenza. Infatti, chi ha chiesto perdono, in genere, ha soprattutto desiderato la cancellazione della sua colpa, o quanto meno il suo oscuramento. Cosa può guadagnare la società dall’occultamento pacificatore del suo torbido passato? Il batterio portatore è sempre vivo e ogni azione di bonifica non è solo opportuna, è necessaria. L’igiene è la condizione per non ammalarsi. I vaccini sono indispensabili. La vita deve difendersi dalla morte».

Troppo facile, dunque, la scorciatoia popolare dell’“occhio non vede cuore non duole”, o meglio ancora addossare tutte le responsabilità a un manipolo di pazzi criminali guidati da dittatori abbietti e sanguinari; mentre assai più difficile, ma certamente più immunizzante da attacchi futuri, sarebbe finalmente fare i conti fino in fondo con la storia dell’ascesa del potere e della costruzione della macchina del consenso di fascismo e nazismo. In Italia, ciclicamente, poi, la destra preferisce percorrere la strada della richiesta della pacificazione – dimenticando l’amnistia del 1946 – e soprattutto quella della inaccettabile equiparazione morale e giuridica dei combattenti delle due parti, partigiani e repubblichini, lasciando al web il compito di diffondere ad arte le fake news delle buone cose che Mussolini avrebbe fatto in campo sociale ed economico. In una società globale, dominata dalla comunicazione in rete, l’oblio dei testimoni rappresenta un pericolo ancor più grave, perché senza le loro memorie testuali e le loro testimonianze vocali si corre il concreto rischio che gli avvenimenti di quegli anni siano avvolti da quella che Sergio Luzzatto ha definito la «nebbia dell’indistinzione» che rende con il passare del tempo sempre più difficile per le nuove generazioni avere chiaro quale fosse la linea di divisione tra le vittime e i carnefici e tra gli oppressi e gli oppressori.

Meritevole di una citazione finale è la lodevole scelta di accompagnare al testo una nota tematica e bibliografica per aiutare il lettore che volesse approfondire alcuni dei nodi storiografici del rapporto tra memoria e storia della Shoah.


W. Barberis, Storia senza perdono, Einaudi, Torino 2019.

Fonte: Rivista Italianieuropei

 


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