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I classici italiani nei libretti d’opera dell’ottocento

di: Pier Giorgio Bricchi, musicologo

Avendo dedicato buona parte della vita all’ascolto di opere liriche a teatro, in dischi e in DVD ed avendo fatto numerosi incontri su questo argomento, ho notato che i librettisti italiani dell’Ottocento nei loro testi traevano spesso spunto dai classici della nostra letteratura, che essi ben conoscevano e nei confronti dei quali la citazione (più o meno esplicita) finiva per essere un tributo loro concesso. Inoltre per i librettisti era un modo, per così dire, indiretto, per fare sfoggio della propria erudizione e per nobilitare un genere letterario (la librettistica, appunto) ritenuto minore.  Ora che la mia giornata sta giungendo a sera, come dice Filippo II nel Don Carlo verdiano, ho pensato di raccogliere alcuni esempi tratti da vari  autori e anche dalle tragedie di Alfieri.

Mi è stato detto che alcune di queste citazioni possono essere casuali, e sono d’accordo. Tuttavia, tra i testi che ho preso in considerazione, penso che difficilmente mi si possa contestare il caso di Arrigo Boito, che nel verdiano Falstaff (siamo oramai alla fine dell’Ottocento) fa dire ai due giovani amanti Nannetta e Fenton: “Bocca baciata non perde ventura…anzi rinnova come fa la luna!”, che è la trasposizione letterale, e indubbiamente voluta, della conclusione della VII novella della seconda giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio (la lunga novella che racconta le avventure della bellissima Alatiel).

Ma anche sull’arcinota affermazione del Duca di Mantova, per il quale “la donna è mobile” avrei pochi dubbi: insomma, il Duca del verdiano Rigoletto e Francesco Maria Piave (suo librettista) scoprono l’acqua calda perché la “mobilità” dell’animo femminile era già stata rimarcata da Petrarca nel sonetto 173 del Canzoniere  (“femmina è cosa mobil per natura”), ed era stato ammesso da una fanciulla stessa nell’introduzione alla prima giornata del Decameron di Boccaccio (“noi donne siamo mobili”).

Un’espressione come “tergere i bei sudori” non si dimentica facilmente e credo che il conte Carlo Pepoli (amico di Leopardi ma senza il suo genio e di conseguenza, ai suoi tempi, molto più apprezzato di Giacomo) non se la sia inventata. Giurerei che al conte bolognese, improvvisato e impacciato librettista dei Puritani  di Vincenzo Bellini, frullavano nella mente i più intriganti “bei sudori” di cui si ammanta il corpo di Armida mentre seduce Rinaldo nella Gerusalemme liberata  di Torquato Tasso (altro autore che più volte i librettisti tennero presente). L’espressione si trova al verso 4, ottava 18 del canto sedicesimo del poema; il povero Bellini se la ritrovò nel libretto dei Puritani, riferita però, in modo meno conturbante (e anche, involontariamente, umoristico) a un anziano gentiluomo inglese che sta accingendosi  a combattere per difendere la sua patria (anzi, la sua parte politica).

A proposito di Leopardi: la “notturna lampa” che il Conte di Luna scorge nel primo atto del Trovatore  (libretto di Salvatore Cammarano) deriva verosimilmente dai vv. 5-6 della leopardiana Sera del di dì festa (“pei balconi | rara traluce la notturna lampa”), ma non escluderei che a sua volta il Maestro di Recanati, anch’egli piuttosto incline alle citazioni e notoriamente grande estimatore di Tasso, abbia avuto nella memoria il “notturno lampo” che risplende nell’ottava 83 del sesto canto della Gerusalemme liberata.

Sempre a proposito di Cammarano e del Conte di Luna, è ben noto a chi ama l’opera che il canto che questo personaggio intona all’amata Leonora, culmina con la frase “l’amore ond’ardo” (che i nostri padri, adusi più all’ascolto che alla lettura dei libretti, intendevano come “l’amore è un dardo”). Bene, questo verso, che può far sorridere, ha in realtà illustri precedenti, addirittura Dante nella Commedia, dove le espressioni “ond’io sempr’ardo” e “ond’io ardo” le troviamo rispettivamente al v. 15 e al v. 100 del canto XXXI del Paradiso, il solito Tasso (Gerusalemme liberata, canto XIX, ottava 96: “il foco ond’ardo”) e Parini (Il giorno. Mezzogiorno, v. 287: “ond’arde l’aere”).

Concludo con un ultimo  esempio che lascia adito a pochi dubbi, e riguarda ancora Francesco Maria Piave, sottovalutato (a torto!) come librettista in quanto esperto orditore di intrighi (anche perché guidato da Verdi). Piave, come saccheggiatore dei classici, credo sia praticamente sconosciuto. Quando Ernani (nell’omonima opera) intona la sua aria iniziale, i versi di Piave così dicono: “Come rugiada al cespite | d’un appassito fiore”. L’omaggio a Manzoni è evidente, posto che il coro dell’atto quarto dell’Adelchi  (troppo noto per essere ignorato) inizia la dodicesima strofa coi versi: “Come rugiada al cespite | dell’erba inaridita”.

E il nostro Alfieri? Anch’egli, come detto, non si sottrasse a questo omaggio dei librettisti d’opera, come vedremo, se avrete pazienza, nei prossimi interventi.

Tags: opera lirica, librettisti, citazioni, Ottocento

 


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