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La ricerca sulla musica popolare e il “rombo del cannon”

di: Betti Zambruno

Conversazione con Franco Castelli

Le ricerca sulle tradizioni popolari

Incontro Franco a Palazzo Guasco, sede dell’ISRAL, luogo dove io, giovane universitaria nei lontani anni ‘70, cercavo di sperimentare le acquisizioni di metodo e pratica della ricerca storica, esplorando tematiche legate al territorio in cui ero nata e vivevo, l’alessandrino.

Erano gli anni del dibattito su storia e microstorie, sul rapporto tra grande storia e storia locale, sull’utilizzo delle fonti documentarie e della gestione, in particolare, delle fonti orali. Anni di grande fermento politico e culturale, di forti contapposizioni ideologiche che hanno mobilitato energie conoscitive importanti e aiutato a costruire consapevolezze culturali per gruppi sociali fino a quel momento considerati subalterni alla cultura dominante.

Franco Castelli a partire dagli anni ‘60 conduce un’ampia ricerca sulle tradizioni popolari del Piemonte meridionale, con particolare attenzione ai canti, al patrimonio dialettale e alla ritualità. Negli anni ‘70, con la fondazione dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Alessandria, prende corpo il Centro di cultura popolare “Giuseppe Ferraro”, che accanto ad una ricca documentazione cartacea, fotografica e video raccolta sul campo, custodisce nel suo Archivio sonoro chilometri di nastri magnetici registrati da Franco intervistando testimoni popolari (contadini, artigiani, operai, ex mondine, ex filandiere, militanti politici di base, antifascisti, partigiani ecc. ecc.). E io aiutavo, “sbobinando”, trascrivendo e … imparando.

Da lì nasce la nostra amicizia, che continua e che ha contribuito ad alimentare la mia passione per il canto popolare e la sua riproposta.

Le ricerche di Franco hanno sostenuto, fornito materiale originale e integrato il lavoro di tanti gruppi musicali che, da quell’epoca fino ad oggi, hanno rivisitato e diffuso la musica tradizionale, dalle ballate arcaiche ai canti del mondo contadino, dai balli alle canzoni di protesta e di lotta.

Nel nostro incontro abbiamo riflettuto sullo stato attuale dei percorsi di ricerca e sulle proposte culturali che riguardano la musica popolare, e la prima considerazione che Franco ha espresso è stata un po’ triste: “La strada del consumo, anche di qualità, della musica popolare, imboccata già da una ventina di anni, non riflette più le origini e la genesi del percorso, che era di conoscenza storica e antropologica, sulle orme di Gramsci e De Martino. Con questo non voglio dire che rimpiango quegli schemi ideologici datati, ma ciò che fa la differenza secondo me è la ricerca. Ricerca sul campo, che da una parte significa calarsi nel mondo popolare con un contatto fisico ed emotivo (empatico) con i testimoni popolari, ma anche sforzo di comprensione e di conoscenza di quella “altra cultura”, totalmente estranea alle logiche del profitto.”

 

Un patrimonio sapienziale

Nel momento in cui i media (in senso molto ampio, dalla televisione alla rete) si sono appropriati “dell’oggetto” musica popolare, lo hanno decontestualizzato, destorificato e presentato come “oggetto” di consumo. Questo ha significato ignorare e tradire quella valenza di coscienza culturale per le persone che custodivano canti, storie, patrimoni di cultura immateriale, pezzi di passato della vita quotidiana; coscienza che si sviluppa spesso nel momento della ricerca stessa. Su questo tema Franco mi ha raccontato quanto aveva riscontrato, negli anni ‘60, intervistando i suoi genitori: anch'essi, come quasi tutti i testimoni, sminuivano l’importanza di ciò che ricordavano e conoscevano del mondo contadino e della cultura popolare a cui appartenevano.

Solo condividendo l'ascolto dei mitici Dischi del Sole, alla madre contadina era affiorato alla memoria un eccezionale repertorio di ballate antiche imparate dai nonni in campagna o nelle veglie invernali, mentre allo stesso Franco, giovanissimo, si era rivelata tutta la portata storico-sociale dei canti malandrini (Il general Cadorna ha scritto alla regina..., La moglie di Cecco Beppe l'andava ans l'altalena... bim bim bom al rombo del canon!) con cui il padre contrappuntava il suo quotidiano lavoro di falegname.

E' proprio questo lavoro paziente e partecipe (quasi maieutico) di scavo nella memoria, questo ricordare insieme, che aiuta a recuperare un patrimonio sapienziale rimosso, e riesce a fare emergere la consapevolezza di far parte di una cultura collettiva subalterna ma vitalissima, che spezza localismi e campanilismi perché appartiene ad un ambito sovraregionale e sovranazionale (quante ballate cantate dai nostri contadini avevano diffusione europea, come già insegnava Costantino Nigra!).

Anch’io ho avuto esperienze simili facendo interviste (millesimali rispetto al lavoro enorme di Franco) in contesti contadini e urbani, e mi commuoveva la progressiva conquista di sicurezza in sé che certi anziani maturavano nel relativamente breve tempo dell’intervista.

“Certo il clima politico di quegli anni favorì la riscoperta e la motivazione a recuperare quel patrimonio di conoscenze, saperi, memoria fin lì negato o represso”: più o meno con queste parole Franco mi sintetizza un’intera epoca, quella del ‘68 e anni a seguire. Inevitabilmente mi viene da chiedergli: “E ora? Nel clima politico di oggi, il folk torna? Ma quale folk?”

Uso il termine “folk” giusto per sintetizzare; in un'epoca in cui assistiamo a movimenti di popoli intensi, variegati per condizioni, livelli culturali e entriamo in contatto quotidianamente con culture diverse chi ha il coraggio di definire ciò che è folk? E’ un fenomeno gigantesco che non può non farci pensare ai patrimoni culturali che si stanno incontrando/scontrando nel mondo. Forse la musica può aiutare?

Franco, che è stato prima maestro, poi insegnante di lettere nelle medie, e che negli anni Sessanta-Settanta proponeva in Piemonte laboratori di didattica interculturale[1],  anche su questo tema sottolinea l’importanza di proposte formative (della scuola di base, dei Conservatori, dell'Università) che stimolino la conoscenza attraverso la ricerca, nel mix di culture che oggi si propongono facilmente nel quotidiano di tutti noi.

Identità e comunità

“C’è molta retorica ambigua sul tema dell’identità” mi dice, e concordo. Retorica che troppe volte spinge all'arroccamento, mentre dobbiamo pensare invece ad aperture, a sinergie e forme di confronto.

La musica tradizionale, i canti popolari hanno sempre portato in sé dei valori di democrazia e modernità, in un continuo mutamento aperto alle ibridazioni, agli innesti, a incroci vitali. Sbaglia chi parla di una cultura popolare astorica, e porta a convalida il “dettato formulistico”. Le formule, da Omero in poi, non sono mai state relitti fossili, ma nuclei di energia espressiva, formule vive! Le ballate raccontavano storie antiche ma al tempo stesso contemporanee, evidenziando con la forza degli exempla situazioni sociali, ingiustizie, conflitti, mentre i cantastorie portavano sulle piazze fatti di cronaca e fungevano da “giornale cantato” per il popolo; i canti di protesta denunciavano le ingiustizie e proponevano cambiamenti; la musica dei riti e delle feste era non solo - come oggi - strumento di aggregazione e incontro, ma rifondazione del tempo e rigenerazione del senso di comunità.

Il passato, la tradizione, i patrimoni culturali identitari non sono archeologia, fossili da tutelare; sono storia, da non strumentalizzare in funzione di isolamento e falsa identità. Sono storia collettiva, frutto di incontri e scontri, interazioni, scambi, in continuo percorso.

E Franco mi racconta delle emozioni straordinarie ricavate dalla scoperta e sistemazione della sua ultima fatica: i canti della prima guerra mondiale.

Al rombo del cannon

E’ in libreria Al rombo del cannon, un libro di 850 pagine e due Cd, scritto (come altri tre libri importanti: sui canti di risaia, sui canti operai e sul Nigra rieditato nei Millenni Einaudi) con Emilio Jona e Alberto Lovatto.

Un lavoro che mostra con tutta evidenza come la Grande guerra abbia fatto incontrare italiani “diversi” tra loro, per dialetti, culture, classi sociali, ma come l'esperienza della trincea abbia saputo accelerare processi di modernizzazione e acculturazione, di presa di coscienza.

In un contesto disumano e alienante, dentro una macchina bellica spaventosa, incredibilmente si cantava molto, e non tanto gli inni ufficiali su Trento e Trieste sfornati, quanto gli “stornelli maledetti” del Bombacè (Bim bim bon al rombo del cannon...) e i lamenti o le invettive come Gorizia tu sei maledetta.

Emozioni, storie di vita, drammi, parodie, disperata ironia sugli imboscati e sul “macello umano”: tutto questo si trova lì, nei canti dei soldati e in quella musica che riproponeva melodie antiche, che ne creava di nuove, che dava l’opportunità ai combattenti, nella stragrande maggioranza illetterati, di esprimersi e di reagire così all'orrore di una carneficina assurda. In una direzione ben contraria allo slogan “canta che ti passa” tanto sbandierato dalla retorica patriottarda della propaganda, ma con la lucida rabbia di un “ci ragiono e canto”.

E allora, concludiamo, ripartiamo a cercare/ricercare/studiare/interpretare: i patrimoni negati, rimossi, di culture soverchiate dal potere; le diversità espressive e le espressività individuali; tutto ciò che è fuori dalle etichettature (certo, anche il folk!), nella musica come in altre forme artistico-espressive. Per un confronto che porti alla convivenza pacifica, alla maturazione di un senso collettivo di identità civile e democratica, dove l’appartenenza territoriale o di gruppo non sia bandiera difensiva.

[1]   Vd. le dispense pubblicate  dall'Assessorato P.I. Cultura e Teatro del  Comune di Alessandria, Cantagagliaudo (spettacolo del Collettivo Cultura Popolare, su materiali originali registrati da Franco), Folklore  e didattica (1977), nonché il suo saggio Cultura popolare e didattica. Ipotesi e spunti per l’uso critico e creativo di elementi tratti dalle culture subalterne,  in  B. Ciuti (a cura di), Cultura popolare, scuola, territorio, Torino, Stampatori, 1979.

 


FRANCO CASTELLI ricercatore, storico e antropologo, lavora presso l’ISRAL e dirige il Centro di cultura popolare “G, Ferraro”. E’ membro del comitato scientifico del Laboratorio etno-antropologico di Rocca Grimalda e del Crel di Torino. Numerose le sue pubblicazioni e i saggi sulle fonti orali, sui canti, sulla poesia dialettale alessandrina e la memoria storica delle classi subalterne.

BETTI ZAMBRUNO si occupa di cultura popolare e di storia orale negli anni della formazione universitaria e, successivamente, come ricercatrice presso l’ISRAL, collaborando con il centro di cultura popolare “G. Ferraro”. Come cantante ha esperienze in vari ambiti, privilegiando il folk e il jazz; ha collaborato e collabora con diverse formazioni e ha all'attivo numerose incisioni discografiche.


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