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A proposito di Tosca

di: Pier Giorgio Bricchi, musicologo

Raramente una “prima” della Scala ha avuto consensi unanimi da parte di appassionati, critici togati e militanti come la Tosca che ha aperto la stagione della Scala il 7 dicembre scorso. Fermo restando che il trionfatore della serata è stato il Presidente Mattarella e che un paio di incertezze nel corso della recita ci sono state, va detto che, in considerazione dell’importanza della serata e dello stress che essa comporta, le cose sono andate più che bene.

Il maestro Chailly non solo è un prestigioso musicista ma, per quanto concerne Puccini, mi sento di affermare che è un profondo studioso di questo autore del quale ha in programma di rappresentare alla Scala tutte le opere scritte dal compositore nella versione originale (cioè senza gli interventi successivi), come è avvenuto in questa edizione di Tosca dove sono stati ripristinati otto pezzi (ma li chiamerei “frammenti”) che Puccini ritenne superflui dopo la prima romana del 1900.

Il regista, Davide Livermore è persona geniale e anche molto astuta. Dovendo confezionare un prodotto che doveva essere accettato da un pubblico piuttosto tradizionalista come quello della Scala e del pubblico televisivo italiano, alla tradizione si è attenuto senza però rinunciare ad alcune soluzioni innovative come la Tosca svolazzante dell’ultima scena. In particolare gli sono grato per averci finalmente liberati dai fastidiosi doppi (mimi che si aggirano sul palcoscenico abbigliati come i cantanti distraendo pubblico e, mi dicono, anche alcuni protagonisti) e che sono una sua fissazione. Cosicché, alla fine dello spettacolo, anche il regista è stato applaudito cosa che, specialmente alla prima della Scala, avviene raramente.

Ma gli occhi del pubblico erano concentrati sulla protagonista, il soprano russo Anna Netrebko, che ha aperto la stagione scaligera per la quarta volta (dopo Don Giovanni, Giovanna d’Arco e Attila) e che oggi è da molti considerata la numero 1, almeno tra i soprani. Ma io non amo le classifiche, specialmente in fatto di cantanti d’opera. Devo comunque riconoscere che la sua Tosca è stata coinvolgente e che, pur ascoltata televisivamente, mi ha confermato nell’opinione positiva che ho avuto quest’estate quando sono corso a Verona per sentirla dal vivo nel Trovatore. Tra l’altro la cantante è apprezzata da Katia Ricciarelli e Raina Kabaiwanska, non certo inclini a  lodi per le colleghe di oggi.

Contrariamente a quanto leggerete tra poco, devo dire che anche il tenore Francesco Meli, cantante dalla bella e luminosa voce italiana, ha cantato e fraseggiato benissimo, come pure mi è parso convincente il baritono Luca Salsi (cantante per il quale non vado pazzo) nel ruolo del barone Scarpia. Nelle rispettive categorie vocali, i due sono comunque oggi i cantanti italiani più apprezzati.

Le critiche

Giudizi positivi, come ho detto, ma non da parte di tutti. Durante lo spettacolo ho raccolto alcuni interventi espressi in diretta su facebook da alcuni videoascoltatori. Ve ne cito alcuni perché li trovo, non so come dire, disarmanti? Involontariamente divertenti? Di certo non disturbanti la mia pace interiore. Vale la pena riportarne qualcuno. A proposito del regista Davide Livermore, un messaggio lo invitava a cambiare mestiere e a “tornare a fare il tenore comprimario come faceva prima”, senza dircene per altro le ragioni.

La Netrebko (siccome ha delle note basse piuttosto “scure”) è stata paragonata a Fedora Barbieri, un mezzosoprano-contralto degli anni Cinquanta dal gusto verista che, per classe e charme, sta alla Netrebko come Ronaldo sta al centravanti della squadra allenata da Lino Banfi nell’Allenatore nel pallone. Altri l’hanno trovata “grassa (infatti la bella Anuska ultimamente è un po’ rinciccita, ma non mi pare cavalleresco farlo notare), inadatta alla parte, insomma non era "Tosca” mentre invece lo erano una sfilza di soprani del passato a cominciare da Hariclea Darclée che fu la prima interprete il 14 gennaio 1900  e che evidentemente alcuni degli scriventi ancora ricordano. Un altro ascoltatore ha ritenuto di intervenire rimpiangendo una Tosca  del 1953 (alla Scala?) con la Callas e Tagliavini, spettacolo che sono ben lieto di non aver visto, non certo per la Callas, ma per il tenore Tagliavini e per una regia (ammesso che ci fosse) che certamente ci riportava al teatro Alfieri di Asti ai tempi di Braggio e Bertone.  

E poi critiche indirette a Meli e a Salsi tramite battute spiritose che a me, che non ho sense of humour, non hanno fatto ridere, tipo “il migliore in campo era il sacrista”, oppure “il più bravo è stato Spoletta” (un anziano tenore che, oltre a essere sempre stato un comprimario, ora per cantare le quattro battute che ha il suo personaggio, deve raschiare il fondo del barile). In particolare il baritono Salsi, che canta Verdi da una vita, da uno spettatore è stato considerato degno al massimo di impersonare il personaggio buffo di Belcore nell’Elisir d’amore di Donizetti. Insomma, “non era Scarpia” e tutti i teatri dell’orbe terracqueo hanno preso un abbaglio tranne il dotto scrivente. Meli invece “non era Cavaradossi” e tutti ci siamo lasciati incantare dalla sua voce, senza accorgerci che era buono al massimo per il Don Pasquale, che il suo normalissimo “vittoria!” era “straziante” o giù di lì. E soprattutto che in qualche caso è ricorso al “falsetto” che i vociologi di oggi non perdonano ai tenori (qualcuno un giorno mi spiegherà  il perche’)

Ma, per degnamente concludere, vi dirò che neppure Riccardo Chailly è stato risparmiato. Il massimo interprete pucciniano di oggi è stato definito "pesante, lento, ridondante nel dirigere Puccini come se eseguisse Bruckner, Mahler, Wagner (che, chissà perché, dovrebbero essere eseguiti in modo più retorico di Puccini)”. Insomma tutti gli interpreti avrebbero fatto rimpiangere un elenco interminabile di fantasmi  del passato alcuni dei quali ho sentito dal vivo, altri in disco e che, personalmente, almeno in Tosca, io non rimpiango affatto.

Perché tanta meschinità e cattiveria? Si domanda, sempre su facebook, un ingenuo ascoltatore. Premesso che nessuno è perfetto, ricorro non alla psicologia ma al buon senso per dare una risposta. La critica velenosa a bravi professionisti è sempre esistita e sempre esisterà. Essa deriva, a mio modo di vedere. prima di tutto dal narcisismo di chi vuole cantare fuori dal coro accampando conoscenze e competenze che non so di che grado siano. Inoltre il passato dagli anziani viene spesso mitizzato, ed ecco che una sfilza di tenori e baritoni che vanno da Pavarotti e Bruson a mezze figure, sarebbero tutti  stati meglio di Meli e Salsi, colpevoli solo di aver aperto la Stagione 2019-20 della Scala il 7 dicembre. Sappiamo infine che l’altrui successo induce molte persone al più umano ma anche al più odioso dei peccati capitali e cioè all’invidia, a cui pochissimi si sottraggono. E quindi la mia opinione è che queste ingiuste critiche, come sottolineato anche da altri videoascoltatori, finisce per essere, da parte di chi le muove, una specie di ingenua e involontaria confessione di aver ceduto alla più stupida delle passioni umane.


Nella foto: Anna Netrebko

Tags: opera lirica, teatro, Scala di Milano

 


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