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Un pastore errante e il deficit del Teatro Regio di Torino

di: Pier Giorgio Bricchi, musicologo

Il Regio di una volta

Fino a qualche anno fa (ma potrei dire fino a qualche mese fa) noi appassionati d’opera del Piemonte andavamo fieri del nostro teatro di riferimento, il Regio di Torino. I responsabili del teatro, la stampa, il Sovrintendente, i vari sindaci che si sono susseguiti (ricordo che il sindaco di Torino è anche Presidente del Consiglio di Indirizzo della Fondazione del Teatro stesso) ci tranquillizzavano affermando che il  Regio, a differenza di altre Fondazioni Liriche italiane che erano moribonde o commissariate o pronte a essere declassate, godeva di buona, per non dire ottima, salute, avendo un bilancio in pareggio, stagioni non esaltanti ma di un certo prestigio, artisti soddisfatti di esibirsi a Torino perché sapevano di essere puntualmente retribuiti e accolti da un pubblico competente ed educato (magari un po’ freddo, ma noi piemontesi siamo fatti così).

Chi scrive è abbonato al Regio dalla sua riapertura avvenuta nella primavera del 1973, dopo 37 anni di chiusura dall’incendio che distrusse lo storico vecchio teatro nel febbraio del 1936 (come si può notare, Asti  non è un caso unico di chiusure decennali), e posso dire di aver visto  (e annotato con puntiglio)  tutte le produzioni dei 45 anni di vita del Teatro stesso. Ebbene, ora che mi sto avviando verso la quarta età e che avrei  bisogno di serenità e di qualche certezza, me ne viene a mancare una fondamentale. 

La voragine

Dai media vengo a sapere che il Regio, la mia casa torinese, non solo non è quel modello di buona amministrazione che ci facevano credere, ma è sul lastrico esattamente come le altre Fondazioni italiane. Ha una voragine di debiti (3, 4, 5 milioni di euro? le fonti sono discordi e parlano di milioni come io parlo del prezzo di una pizza e una birra piccola); il teatro rischia di essere commissariato o declassato, i 300 dipendenti sono  preoccupati per eventuali decurtazioni di stipendio o addirittura per il posto di lavoro e gli spettacoli operistici iniziano non con l’ouverture di un’opera lirica, ma con i lavoratori del teatro che salgono sul palcoscenico a leggere un comunicato sindacale.

Chi è il colpevole di questo sfracello? Ma ovviamente nessuno! O, meglio, i colpevoli ci sono (e io qualche sospetto ce l’ho) ma mica vengono a dirlo a noi, pubblico indifferenziato che paghiamo abbonamenti  e biglietti e che siamo, ho già avuto occasione di dirlo, come il pastore errante di Leopardi che pone domande alla luna senza avere risposte, e intanto continua la sua grama vita di abbonato (scusate, di pastore). Questo deficit che durava, pare, da tempo, era evidentemente sfuggito al controllo del Collegio dei Revisori e dell’Organismo di Vigilanza, cosa che comprendo benissimo essendo il Regio una piccola realtà rispetto, per fare un esempio, all’Associazione Amici della Musica “Beppe Valpreda” che ha 40 iscritti e che deve rendicontare fino all’ultimo centesimo i magri e sofferti stanziamenti che le vengono concessi.

Il risultato di tutto questo sono state le dimissioni (o allontanamento? mah) di Sovrintendente, Direttore musicale e Direttore artistico (personaggio, quest’ultimo, che pochi hanno capito che compito avesse in realtà) e la comparsa di un nuovo Sovrintendente e di un nuovo (uso un eufemismo visto che lavora al Regio da una vita) Direttore artistico, naturalmente graditi all’attuale sindaca.

Il cartellone 2018-2019

Questi ultimi, col probabile intento di raccogliere un alto numero di abbonamenti (è la supposizione del pastore errante cui nulla viene detto), ci hanno propinato il cartellone più prevedibile e banale che mente umana potesse concepire: una sfilza di Trovatori, Traviate, Rigoletti, Madame Butterfly, Cavallerie rusticane, Elisir d’amore, Italiane in Algeri e Sonnambule, più un balletto russo (visto e rivisto) e l’immancabile Roberto Bolle (ovviamente non in abbonamento).

Unici titoli fuori dal comune l’Agnese di Paer (un compositore parmense vissuto tra Settecento e Ottocento), il Porgy and Bess di Gershwin e un’opera per bambini, Pinocchio  di Pierangelo Valtinoni (forse in onore di chi ci ha raccontato tutte le bufale di cui sopra).

Ma è un errore che un teatro lirico presenti i classici di cui sopra? No di certo se essi fossero presentati in allestimenti che ne dessero una lettura nuova e originale e soprattutto con artisti di comprovati bravura e carisma. Facendo eccezione per il Rigoletto che viene presentato con la regia di John Turturro (già andata in scena a Palermo), se date un’occhiata agli allestimenti e ai cast che il Regio ci propina per quest’anno, avrete l’impressione di essere soggetti a quel misterioso fenomeno che tutti conosciamo e che va sotto il nome di “déjà vu”.  

Qualche proposta “nuova”

E intanto dal 1973 continuiamo a illuderci che il Regio si decida a dare titoli di grande importanza storica e artistica che nessun Sovrintendente o Direttore artistico in tanti anni ha mai proposto. Qualche esempio? Il pirata di Bellini, l’opera che consacrò il mito del tenore ottocentesco, Gli Ugonotti di Mayerbeer, prototipo del “grand-opéra” francese, il Franco cacciatore di Weber, la prima opera romantica in assoluto, i grandi melodrammi rossiniani del periodo napoletano (Mosè in Egitto, La donna del lago, Otello, Maometto II, Ermione, Armida…), le opere di Catalani alcune delle quali videro la luce a Torino,  una rivisitazione del teatro di Mercadante o Pacini per sentire i quali bisogna andare al Festival di Martina Franca che non è proprio dietro l’angolo, i titoli del maggior compositore d’opere del Novecento e cioè Richard Strauss. Per non parlare delle promesse fatte e poi non realizzate: il Cavaliere della rosa dello stesso Strauss, La rondine di Puccini, la Siberia di Giordano, l’Amico Fritz di Mascagni, o delle imprese iniziate e poi lasciate a metà; il “Trittico” di Puccini senza il Tabarro, le tre opere di Janacek con la regia di Robert Carsen senza la Jenufa e così via…

Ho più volte letto il cartellone del Regio con la disperata speranza di trovare un qualche elemento di interesse, e mi sono illuso che almeno servisse ad aumentare il numero degli abbonamenti e quindi a rimpinguare le casse del Teatro. Ma pare che lo scipito cartellone non sia servito neppure a questo. Infatti mi è giunta notizia che, nonostante i tentativi fatti, il numero degli abbonati si sia ulteriormente ridotto. Allora mi sono detto: cui prodest? Torneremo sull’argomento quando avrò visto le opere in programma. Intanto continuerò ad attendere, per i prossimi anni, uno dei titoli che sopra ho  citato, ma, ahimè, l’arte è lunga e la vita è breve! Quindi temo che invecchierò in una vana attesa e farò la stessa riflessione del vecchio maggiordomo del Il giardino dei ciliegi di Cecov: “E’ passata la vita (nell’attesa del Pirata di Bellini, aggiungo io) ed è come se non l’avessi vissuta”.


Tags: opera lirica, melodramma, cartellone 2018-19, amministrazioni, Teatro Regio di Torino, deficit

 


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