ULISSE SULLE COLLINE

Poesia, natura, musica, arte

XXVI edizione

Sabato 25 maggio 2019 - ore 15

Vinchio

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Due fiocchi di neve uguali

di: Laura Calosso, scrittrice

Hikikomori è uno dei temi del mio nuovo romanzo in uscita da SEM (Società Editrice Milanese) il 24 gennaio prossimo. Si intitola Due fiocchi di neve uguali, un ossimoro scelto apposta per descrivere la situazione critica di due adolescenti che non riescono a trovare il proprio posto nella società contemporanea.

Per esprimere il concetto “stare in disparte” i Giapponesi hanno un’unica parola: Hikikomori.

E’ questo il nome che viene dato agli adolescenti (e non solo) che a un certo punto della loro vita decidono di fare un passo di lato e si rinchiudono volontariamente nella propria stanza non uscendone più, talvolta per anni. Il fenomeno Hikikomori è stato considerato fino ad alcuni anni fa una conseguenza della rigida impostazione della società giapponese. Oggi, in Giappone, il numero dei “ragazzi ritirati” si aggira intorno alle 541mila persone.

Solo di recente ci si è accorti che la situazione riguarda anche l’Italia. Il Dr. Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, stima che il numero degli italiani reclusi raggiunga le 100mila unità. E’ difficile fare un calcolo preciso. La cifra potrebbe anche essere superiore se consideriamo i dati del Rapporto Istat 2018 sul “Benessere Equo e sostenibile”. L’indagine rileva che in Italia 1 giovane su 4 è NEET (ovvero persone non impegnate nello studio, né nel lavoro, né nella formazione).  La percentuale è andata peggiorando negli anni. Nel nostro Paese, si legge nel rapporto, i principali indicatori dell’istruzione e della formazione si mantengono molto inferiori alla media europea. Poiché tutti gli hikikomori sono NEET (anche se i due fenomeni non vanno confusi perché non tutti i NEET sono hikikomori), una percentuale così alta di NEET in Italia fa pensare che pure il numero dei “ragazzi ritirati” sia ingente.

Ho voluto occuparmi del problema perché sono venuta a conoscenza di un caso reale, un ragazzo che dopo numerose assenze da scuola, una mattina non è più riuscito a varcare la soglia del liceo e ha iniziato così una reclusione volontaria nella sua stanza, con le tapparelle abbassate giorno e notte, collegato al mondo solo attraverso Internet (la dipendenza da Internet è spesso una conseguenza del ritiro, non la causa, come invece si tende a credere).

Ma chi sono gli hikikomori? Sono ragazzi intelligenti e sensibili (appartenenti a famiglie benestanti e istruite) che non reggono alle pressioni della società. Le aspettative di successo che la famiglia proietta su di loro (spesso la madre è istruita e si dedica al figlio con eccessiva attenzione) alimentano il loro complesso narcisistico che non tollera piccoli fallimenti. Tentano così di evitare l’incontro con il reale e con il proprio corpo che percepiscono goffo rispetto a quello degli altri e motivo di vergogna. Come i ragazzi giapponesi, gli italiani manifestano con il ritiro una forma di ribellione sociale ai ruoli imposti. Si ribellano all’ingiunzione di essere socialmente visibili, di esibire il corpo e di conquistare popolarità.

Chi sceglie la via del hikikomori, sceglie di tagliare fuori le relazioni vere, considerate troppo problematiche e sempre deludenti. Di fatto, questi ragazzi sono profondamente sfiduciati e hanno paura del futuro, che percepiscono come una caduta. Spesso, alla base di una scelta di ritiro non ci sono episodi di bullismo, ma il bullismo può essere talvolta una causa.

Il mio libro parla anche di “ascensore sociale” bloccato, fenomeno confermato in questi giorni dagli articoli di giornale a commento della relazione 2018 di Bankitalia. L’Italia sembra non essere più “un Paese per giovani”.

Al proposito, mi pare utile citare anche il Rapporto annuale 2018 del Censis che in merito alla scuola scrive: “L’Italia continua a investire in istruzione e formazione un modesto 3,9% del Pil, contro una media europea del 4,7%. Solo quattro Paesi fanno peggio: Slovacchia (3,8%), Romania (3,7%), Bulgaria (3,4%) e Irlanda (3,3%)”. Dai dati sembra assai probabile che il basso investimento in istruzione - dovuto al fatto che la politica considera la scuola un “costo” e non un “investimento” - sia, non forse l’unica, ma tra le cause più rilevanti che hanno condotto all’arresto dell’ascensore sociale.

Mi pare giunto il tempo di porre rimedio a questo disastro.

Tags: giovani, futuro, istruzione, delusione

 


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