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Caro signor Crusoe

di: Jamaica Kincaid

James Joyce ha definito Robinson Crusoe come Il vero simbolo della conquista britannica, prototipo del colono britannico, come Venerdì (il fido selvaggio, che arriva in un giorno sfortunato) è il simbolo delle razze sottomesse. Tutto lo spirito anglosassone è in Crusoe: l’indipendenza virile; la crudeltà inconscia; la persistenza; l’intelligenza lenta ma efficiente; l’apatia sessuale; la religiosità pratica ed equilibrata; la taciturnità calcolatrice. La scrittrice antiguo-barbudana indirizza una lettera al simbolo Crusoe.

Caro signor Crusoe, ti prego di restare a casa. Non c’è bisogno di questo stratagemma, andare a fare un viaggio di commercio in cui il più delle volte la merce che scambiate è gente come me, Venerdì. Non c’è alcun bisogno di lasciare il tuo bel letto e la tua bella moglie e i tuoi bei figli (tutto è sempre bello intorno a te, tranne te stesso) e saltare su una nave che sta per naufragare in una tempesta di notte (le tempeste amano il buio) e tutti (non il gatto, non il cane) si perdono in mare tranne te fortunato e per-niente-gentile, e sei vicino a un’isola che vedi alla prima luce del giorno e poi la tua vita, la tua vera vita, comincia. Quella vita in Europa era bella, solo bella; questa vita che vedi per la prima volta alle prime luci dell’alba è l’inizio della tua nuova nascita, il tuo nuovo inizio, il modo in cui conoscerai te stesso – non il ladro connivente e delirante che sei veramente, ma chi credi di essere veramente, un uomo virtuoso che può sopravvivere tutto solo nel mondo di una piccola isola dimenticata da Dio. Tutto bene, ma perché non hai vissuto la tua vita in questo posto, perché hai sentito il bisogno di introdurre me, Venerdì, in questo falso racconto delle tue virtù e del tuo istinto di sopravvivenza? Continua a dirti che la geografia è storia e che quindi fa la storia, non che la geografia è l’incubo che la storia racconta.

Forse è un errore chiedere a una come me, una Venerdi, se mai ce n’è stato uno, un Venerdì in tutto tranne che nel nome, che apprezzi questo classico molto amato e ammirato, questo libro che sembra offrire a ogni generazione che lo incontra, a volte da bambini e a volte da adulti che diventano bambini quando lo leggono, il brivido dell’avventura di un uomo che si perde in mare, poi trova sicurezza su un’isola che sembra essere occupata da nessuno, e poi si fa un mondo che è molto nutriente per lui fisicamente e spiritualmente.

Da bambina ero una lettrice vorace. (…) Tra le molte cose che mi perseguitavano c’erano questi tre libriL’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, I bambini dell’acqua di Charles Kingsley e Robinson Crusoe di Daniel Defoe. Sì, sì, la mia prima educazione consisteva in gran parte nell’ignorare che i nativi europei erano un popolo immorale e ripugnante che ignorava la maggior parte delle altre persone che abitavano questa meravigliosa terra. Inoltre, erano ottimi scrittori, questo era abbastanza vero.

Cosa faceva sì che un nativo d’Europa, meno di duecento anni dopo che Cristoforo Colombo aveva vagato nel mezzo dell’Oceano Atlantico (dove aveva trovato un paradiso e aveva proceduto a disfarlo), si immaginasse solo su un’isola lontana da casa sua? Il suo mondo, il mondo dell’Europa, era diventato così opprimente per lui, e la presenza di tutta quella nuova gente e le cose da fare per loro nel loro “Nuovo Mondo” erano diventate così gravose, che “tutto da solo” lo trasforma in un paradiso e in un rifugio, una metafora utile per diventare una nuova persona, una persona perfetta? Cosa fa sì che una tale persona si immagini (perché sarebbe un lui) come l’unico sopravvissuto di una catastrofe in mare, e trovandosi solo su un’isola sconosciuta (a lui sconosciuta) costruisca un sé che è sicuro, completo e ragionevole (entro tali confini), sicuro del suo posto nell’ordine delle cose, al comando dell’ordine delle cose? Perché non ci sono veri momenti di dubbio in questa narrazione che tutto andrà bene, o che lui uscirà da questa catastrofe migliorato in tutti i modi che la sua valorizzazione richiede. (…)

Ma come ha fatto Daniel Defoe a concepire una parabola per l’avventura del 1492? E se Cristoforo Colombo e la sua banda di criminali incalliti e avventurieri dal cuore di pietra fossero arrivati nelle Antille e si fossero trovati bloccati senza possibilità di tornare indietro? Colombo sarebbe stato allora un rifugiato dipendente dalla gentilezza di questi stranieri? Crusoe, però, è quel raro tipo di rifugiato: il rifugiato che non soffre di difficoltà del tipo usuale legato a un rifugiato: difficoltà economiche, persecuzioni politiche; sta avendo una crisi esistenziale, una crisi apparentemente nota solo al privilegiato europeo, arrivato con il suo illuminismo. Sapete chi non ha una tale crisi? Una persona che vive abbastanza comodamente in un clima che si dice paradisiaco e che non ha bisogno di molti vestiti, con, non lontano sullo sfondo, una giungla, non una foresta.

L’ennui, una versione addomesticata e localizzata di una crisi esistenziale, non è per i Venerdì di questo mondo. Siamo vulnerabili ai bisogni insani e all’avidità del nostro Altro, quello originario dell’Europa; abbiamo i nostri difetti, ma a questo punto noi Venerdì, quando si parla di noi, non siamo considerati come parte della vasta gamma dell’esperienza umana, siamo considerati come mancanti, come forme illegittime della famiglia umana, come forme di Esseri destinati a coltivare la canna da zucchero e a mietere il cotone, padroneggiando il ruolo di eseguire in perpetuo l’Altro, l’Altro che è sempre privo della piena forma e dignità che è la condizione umana.

Il ruolo vivido, vibrante, sottile, importante che il racconto di Robinson Crusoe, con il suo trionfo di resilienza e ingegno individuale avvolto nella sua identità europea, cioè bianca, ha giocato nella lunga, ininterrotta letteratura della conquista europea del resto del mondo non deve essere liquidato o ignorato o messo a tacere. Al contrario: è la prova dell’ignoranza, dell’assenza di conoscenza morale e di sentimento, la realizzazione ancora una volta che le persone che rivendicano l’“Illuminismo” avevano bisogno di illuminazione e che il resto di noi era perfettamente a posto e che a causa loro siamo alla ricerca di qualcosa che alcuni di noi già sapevano: quando ti trovi di fronte a una spada, afferrala per la lama, perché il manico porta solo a più lame, e più lame e più affilate ci attendono a lungo termine – e la vita è a lungo termine – non sono di nessuna utilità. Quindi, caro signor Crusoe, per favore, non venire. Rimani a casa e risolvi le tue cose, la tua anima, un bene a cui tieni molto, ne trarrai vantaggio.


Brano tratto dalla rivista www.gliasinirivista.org, 26 Febbraio 2021

Elaine Cynthia Potter Richardson, che dal 1973 usa il nome Jamaica,Kincaid, ha studiato ad Antigua ex colonia britannica. A 16 anni si è trasferita a New York, dove diventa giornalista e scrittrice. I suoi libri: i racconti At the Bottom of the River (1983), i romanzi Lucy (1990) e The Autobiography of My Mother (1996) sugli effetti del colonialismo. Insegna scrittura creativa alla Harvard University. Ha ricevuto una laurea honoris causa in lettere dalla Wesleyan University.

Tags: disuguaglianze, migrazioni, letteratura

 


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