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Nello zaino delle migranti

di: Beppe Amico direttore Caritas Diocesana Asti

Il 21 gennaio Maurizio Ambrosini, sociologo delle migrazioni, pubblicava su Avvenire un articolo a commento dei dati contenuti nel Rapporto ONU sul 2020 in tema di migrazioni. L’invito generale era quello che il tema delle migrazioni è pieno di luoghi comuni e che la via maestra per un approccio corretto e sano è quella di lasciarsi guidare dai dati oggettivi. Riguardo al genere ha affermato che solitamente si pensa che gli immigrati siano giovani uomini, ma le donne rappresentano in realtà quasi la metà dei migranti internazionali, e la maggioranza in Europa. Le Nazioni Unite ne tessono l’elogio, definendole «catalizzatrici del cambiamento», in quanto promotrici di progressi sociali, culturali e politici nelle loro famiglie e comunità. Promuovere cambiamento e produrre progresso è un percorso che richiede un supplemento di energie perché si tratta di trovare una soluzione alla tensione generata dalle differenze che chi migra vive in prima persona. Per farlo occorre attrezzarsi. Di che cosa? Ho cercato di comprenderlo dialogando con alcune delle tante donne migranti a cui la Caritas ha dato accoglienza facendosi per un tratto della loro vita compagna di viaggio.

S. Acome Somalia era nel gruppo dei 40 richiedenti asilo che dieci anni fa veniva accolta dalla Caritas all’Oasi dell’Immacolata. Aveva 23 anni quando è dovuta scappare dalla sua terra devastata dalla guerra civile. Il gruppo di fondamentalisti islamici Al Shabab aveva fatto irruzione nella sua vita rompendo gli equilibri su cui si reggeva. Nel preparare il bagaglio che l’ha accompagnata fino ad oggi ha messo le lacrime. Ha pianto per gli affetti che doveva lasciare, per i legami che ha dovuto spezzare, per i tanti punti di riferimento che ha dovuto abbandonare e che erano la sua vita. Ha pianto fino a quando le lacrime si sono trasformate in nostalgia. Una nostalgia che l’accompagna ancora: è forte il desiderio di vedere sua mamma, i suoi nipoti, di rivedere la luce del suo Paese, i suoi profumi e sapori. Ha avuto paura. Paura perché non conosceva nessuno ed era sola. Paura perché i pericoli erano tanti e ha visto cadaveri lungo la strada che le ricordavano che non stava percorrendo una strada sicura. Paura degli uomini che incontrava durante il viaggio: ciascuno di loro poteva essere un pericolo e lei, il suo corpo, la loro preda. Una paura che la sveglia ancora oggi quando è in preda ad incubi. Rivede la scena dell’assassinio di suo padre e di due suoi fratelli avvenuta proprio sotto i suoi occhi. Ripercorre le minacce ricevute e i momenti pericolosissimi del lungo viaggio nel deserto e poi in mare. Durante il viaggio, nonostante la paura, si rendeva conto di non avere alternative: non poteva tornare indietro, non aveva i soldi per farlo e soprattutto sarebbe ritornata nelle mani di chi l’aveva minacciata. “Vai avanti” si ripeteva ogni giorno, “vai avanti in cerca del futuro”. Un futuro che oggi ha preso forma: vive in un Paese in pace, soggiorna regolarmente con lo status di profuga e lavora come caregiver a servizio di persone anziane.

A. come Albania oggi non è più ad Asti ma in altro Comune dove ha trovato lavoro in una vetreria. E’ partita a 20 anni dall’Albania. Aveva tra le braccia suo figlio di soli tre mesi affetto da una grave malformazione al cuore. In Albania sarebbe morto. Lavorava a tempo indeterminato nella polizia di Stato. L’amore per il figlio l’ha spinta a lasciare il lavoro e a mettersi in viaggio. “Avevo paura perché non sapevo come sarebbe finita per la salute di mio figlio e per la mia vita. Mi sono messa in viaggio senza essere in regola con i documenti e questo mi ha procurato ansia. Ho ricevuto aiuti da diverse persone. Ognuna di loro mi ha aiutata a costruire un pezzo del mio viaggio fino ad arrivare alla Caritas di Asti dove ho trovato una famiglia. La non conoscenza della lingua italiana è stato un problema perché mi ha messo nella condizione di non poter comunicare in modo completo con chi mi stava intorno e di non poter capire tutto quello che veniva detto, pur avendo grande bisogno di comunicare. I diversi aiuti ricevuti hanno di volta in volta alimentato la speranza e ridotto la paura di restare sola, senza aiuti e nella clandestinità. Tenere tra le braccia mio figlio è stata la mia forza. L’amore verso di lui mi ha dato coraggio e il coraggio mi ha permesso di aggrapparmi alle mani che di volta in volta mi venivano tese in aiuto”.

R. come Romania è partita dal suo paese a 21 anni. Cercava una vita serena. Desiderava riscattarsi dalle tante privazioni della dittatura comunista. E’ sempre stata attratta dal popolo italiano e dalla sua grande umanità e generosità. Desiderava che l’Italia diventasse la sua Patria. E’ partita che era già mamma di due bimbe. Una figlia l’ha portata con sé, l’altra l’ha affidata a sua mamma in Romania. “Non ho mai sentito nostalgia per il paese in cui sono nata” – dichiara con fermezza – “anzi ho provato rabbia per le privazioni subite, per la mancanza di opportunità”. Ha sempre avuto tante energie ed un forte senso di indipendenza. Ha studiato e poi trovato lavoro come OSS. Presto ha recuperato anche la seconda figlia lasciata in Romania e tutte e tre sono cresciute insieme. Ora sono adulte ed una è già mamma. Ama il suo lavoro di caregiver perché, dichiara con fierezza, “è un servizio che richiede di essere fatto con amore”.

N. come Nigeria è partita ancora minorenne dal suo Paese. Il suo sogno era studiare. Nel villaggio dove viveva la scuola non offriva grandi opportunità e così quando le è stato proposto di andare a vivere dalla zia in città ha accettato volentieri. La zia però ha organizzato, a sua insaputa, il suo futuro: andare a lavorare in Europa, guadagnare soldi da inviare alla famiglia in Nigeria. N. non voleva lasciare “la sua bella Nigeria” ma alla fine ha accettato e si è impegnata anche a rispettare un patto di restituzione dei soldi che avrebbe guadagnato, patto sancito da un rito wodoo. E’ partita con il sogno di poter studiare accompagnato dalla malinconia per ciò che lasciava. Ben presto di fronte agli orrori di cui è stata testimone in Libia è stata accompagnata dall’angoscia e da una domanda pressante: perché? Arrivata in Italia ha realizzato l’inganno. Si è ribellata, ha subito, ha continuato a ribellarsi ed è scappata. Casualmente si è fermata alla stazione di Asti, ha chiesto aiuto alle forze della Polizia ed ha trovato nella Caritas la suo famiglia. Oggi studia con ottimi risultati.

C. come Costa d’ Avorio aveva 23 anni quando ha lasciato il marito, un meccanico che però non guadagnava molto, e le due figlie. E’ partita con destinazione Francia e con l’obiettivo di terminare gli studi universitari per poi ritornare, aprire una attività e contribuire con il suo lavoro al benessere della famiglia. Il progetto è stato deviato dalla richiesta di aiuto della sorella che viveva ad Asti. Non è mai più tornata in Francia perché ha riadattato il suo programma: studiare e lavorare in Italia per poi convincere il marito e trasferire qui tutta la famiglia. Ha avuto problemi con il permesso di soggiorno, ha vissuto per un periodo nella clandestinità, si è dedicata al lavoro di cura, ha ricevuto aiuto dalla famiglia della persona che accudiva regolarizzando la sua situazione cogliendo l’opportunità di un decreto flussi. Come spesso accade a chi fa la badante il venire meno della persona accudita lascia senza lavoro e senza un tetto. Conosceva il francese ma non l’italiano è questo è stato un ostacolo che ha rallentato le relazioni. In tante occasioni si è sentita messa da parte. Ha chiesto aiuto ed ospitalità. L’ha trovata. Oggi tutta la famiglia, quattro figli e il marito, vive ad Asti. Lavorano e vivono in un appartamento che hanno acquistato con un mutuo. Quando ripensa al suo percorso ricorda di avere avuto l’incubo dei documenti, la nostalgia del marito unita alla paura che potesse sposarsi con altra donna ma allo stesso tempo la determinazione di dare una svolta alla sua vita trasferendo se’ e la sua famiglia in Italia. La vita della sua famiglia è cambiata e nei momenti bui ha sempre trovato una mano tesa che l’ha aiutata a superare quella precisa difficoltà. Una luce che di volta in volta arrivava a rischiarare il buio del momento e che le comunicava di avere speranza e fiducia nella vita. E così è stato.

Storie diverse ma accomunate da una forza straordinaria che guida, orienta e sostiene. Una forza che trae origine da un senso di mancanza: mancanza di pace e sicurezza in Somalia, mancanza di adeguate cure mediche per il figlio in Albania, mancanza di una vita piena in Romania, mancanza di possibilità di studiare prima e di libertà dopo in Nigeria, mancanza di un futuro per la propria famiglia in Costa d’Avorio. Una mancanza che accende il desiderio di una vita migliore, di un cambiamento. Una forza che apre un varco nella vita, dilata l’orizzonte, rende possibile ciò che prima non lo era. Una forza straordinaria che le rende capaci di viaggiare, affrontare le difficoltà, l’ignoto e ritrovare in se stesse equilibrio.

In quasi tutti i loro zaini troviamo il trauma. Un evento forte che rompe gli equilibri su cui si basava la vita di prima. Una ferita, un taglio che separa ciò che era prima da quello che sarebbe stato dopo. Un trauma che ha introdotto una discontinuità e che ha prodotto il cambiamento di cui sono protagoniste.

Nei loro zaini troviamo la paura. Una paura che provano fisicamente perché ogni tanto stringe loro la gola e le toglie il fiato o le chiude lo stomaco. Una paura che le sveglia di notte e le rende consapevoli del buio che stanno attraversando. Una paura che vorrebbe paralizzare chi viaggia e spegnere il desiderio ma il desiderio, con la sua forza dirompente è stato più forte. Così la paura c’è stata ma non ha fatto da padrona e non ha determinato il viaggiare. E’ diventata compagna di viaggio. Tutte hanno dimostrato di avere trovato il modo di gestirla e governarla, anzi sfruttarla: la paura accende le spie, avverte dei pericoli, fa stare allerta e aiuta a vigilare.

E poi troviamo intelligenza. Tanta intelligenza che si esprime in forme diverse: capacità di adattamento alle situazioni nuove, capacità di essere aperte alla relazione con il prossimo nonostante tutto e capacità di fare sintesi. Donne che non si sono chiuse in se stesse ma hanno mostrato di saper chiedere aiuto, incontrare il prossimo e soprattutto discernere. Come nella parabola del buon samaritano hanno incontrato aggressori, indifferenti ma anche persone pronte a tendere una mano per tirarle fuori dal baratro, accompagnarle nella vita, dare luce al buio del momento e illuminare la speranza. Il cambiamento che hanno vissuto ha richiesto la capacità di saper fare sintesi. E’ l’operazione con la quale si combinano parti o elementi di esperienze ed emozioni con l’obiettivo di ottenere un tutto-altro, fedele però all’essenza di ciò da cui si è partiti. E’ una sorta di riassunto che restituisce qualcosa di inedito e di nuovo.

Per questo è un’operazione dinamica e creatrice che ha permesso a tutte loro di mantenere equilibrio mentre acquisivano la consapevolezza di essere cambiate. Hanno dimostrato determinazione e forza nell’andare avanti ma in molte di loro spesso emerge, e la troviamo nel loro zaino, la nostalgia. Rimangono ancorate ai legami d’amore più profondi e con il pensiero spesso ritornano ad essi e piangono la loro mancanza. La nostalgia, che è il dolore del ritorno, è quella inquietudine di non essere a “casa” mista alla dolcezza del desiderio del “ritorno” ad essa. E’ meno forte per chi si è trasferito con l’intera famiglia perché è in essa che ha ritrovato casa e creato legami. Chi invece è rimasta sola è più nostalgica. Si mette più spesso in moto verso i propri legami che rappresentano la casa.

Le Nazioni Unite hanno definito le donne migranti «catalizzatrici del cambiamento», in quanto promotrici di progressi sociali, culturali e politici nelle loro famiglie e comunità. Per chi migra c’è un punto di partenza ed uno di arrivo che sono molto diversi. Dalla differenza nasce una tensione: il trauma con le sue lacrime, il desiderio e la sua forza, la paura dominata e compagna di viaggio, l’intelligenza, la capacità di adattarsi al nuovo, l’apertura alle relazioni che consente di saper cogliere le opportunità che alimentano la speranza, la nostalgia per ciò che non si è più e la capacità di fare sintesi per dirsi chi si è adesso hanno permesso loro di trovare una soluzione alla tensione, soluzione che ha prodotto il cambiamento.                                                                   


Relazione tenuta nel corso della tavola rotonda “Donna: la voce della differenza” del 12 marzo organizzata dal C.I.F. Centro Italiano Femminile di Asti e dal Consultorio familiare “F. Baggio”

Tags: disuguaglianze, migrazioni, donne

 


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