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Le foto del dolore

di: Francesca Serra

Dovremmo leggere o rileggere l’ultimo libro pubblicato da Susan Sontag nel 2003, l’anno prima della sua morte: Regarding the Pain of Others. Appena ristampato dalla casa editrice Nottetempo con il titolo Davanti al dolore degli altri, nella traduzione di Paolo Dilonardo già uscita da Mondadori nel 2003, il libro parla di fotografia e di guerra. Ma soprattutto parla di noi. O meglio fa tremare quel noi che troppo enfaticamente, troppo retoricamente e stancamente utilizziamo nelle nostre riflessioni sui fatti estetici e morali. Bacchettando perfino Virginia Woolf, che nel saggio Le tre ghinee del 1938 l’aveva utilizzato con troppa leggerezza, secondo Sontag, a proposito dell’orrore delle foto di corpi mutilati della guerra civile spagnola: “Non si dovrebbe mai dare un ‘noi’ per scontato quando si tratta di guardare il dolore degli altri”. Proviamo a estrarre da questa frase del libro di Sontag tutto il succo che possiamo. Partendo, prima di tutto dall’espressione “dare per scontato”. (…)

Poi estraiamo dalla frase il verbo che ne è il perno: guardare. Una parola dentro cui si sprofonda, per quanto si presenta complessa. Nelle foto che troviamo su internet, Susan Sontag ci guarda. Guarda noi che, guardandola, non possiamo dare per scontato di essere parte di un’entità che sia possibile riassumere nel pronome plurale “noi”. Quello sguardo ci crea e ci sfida, fino al punto di ricordarci cose fondamentali e antiche. Come per esempio la differenza, che ci hanno insegnato da piccoli, tra il verbo vedere e il verboguardare. Uno scarto dentro cui mi pare stia gran parte di ciò che Susan Sontag ha rappresentato nel Novecento. E forse di ciò che il Novecento ha lasciato di meglio al futuro: vale a dire un’ingiunzione a liberarsi, attraverso una severa e perfino crudele anatomia del gesto del guardare, che ci renda sempre disponibili a guardare diversamente. (…)  

D’altra parte l’effetto della fotografia è molto diverso, per esempio, da quello prodotto dalla lunga tradizione di quadri che da sempre raffigurano torture e altri martirii fisici. Per quanto ogni manipolazione delle immagini sia possibile e quindi l’interpretazione dell’origine o del significato di quel dolore possa risultare ambigua, la foto rappresenta uno o più esseri umani che sono realmente esistiti. Potrebbe essere una messa in scena, ma qualche corpo reale da qualche parte del globo terrestre in cui viviamo deve essere entrato nel mirino di chi l’ha fotografato. E qui arriviamo al problema da cui Sontag era partita: noi e gli altri. Tutto il libro parla di questo. Quale relazione visiva, emotiva e politica noi che siamo al di qua della fotografia possiamo avere con quelli che stanno al di là, immersi in una sofferenza ormai di fatto inattingibile, ma sempre magicamente riattivata dalla foto che ha il compito di circolare e farsi vedere dal maggior numero di persone? Il che suscita la domanda delle domande: non è una perversione riattivare a vuoto quella sofferenza, per portacela a casa o in giro come un memento tascabile? A cosa serve?

Sontag non ha paura di rispondere che è vero: si tratta di una perversione. “Noialtri, che lo vogliamo o no, siamo tutti voyer”, inutile nasconderlo. Lo spettacolo a cui siamo chiamati ad assistere mescola il “mistero” all’“indecenza” in maniera tanto tormentosa quanto impossibile da districare. L’esperienza dell’osservatore può essere definita, da questo punto di vista, “nauseabonda”, esibendo non pochi punti di contatto con la pornografia. (…) Ma non possiamo ignorare che il cuore di tenebra che sta al centro dell’atto di guardare il dolore degli altri si riassuma nel grande tema della morbosità. La bellezza del terribile. Il suo fascino, che ci attira irresistibilmente verso alcune immagini che sono interessanti perché atroci; come per volersi bruciare senza sentire nulla, lasciando che quel dolore rimanga condensato e rappresentato nel corpo degli altri. La sua assuefazione, che ci droga, fino a riportarci dallo stadio sofisticato del guardare a quello primitivo del vedere. Sontag non ha paura di parlare di tutto questo. Non per condannarlo, ma per mostrarcelo come un abisso che ci appartiene. 

La raffinata capacità che Sontag ha di sollevare il velo dell’ipocrisia e del senso comune su questioni di tale portata può essere messa in luce da almeno tre esempi della sottigliezza del suo cervello e del suo modo di prestarlo al servizio di una qualche nostra forma di liberazione: il primo è quando parla del tema della compassione, che ciascuno di noi potrebbe aspettarsi di trovare al centro di questo libro. Ne parla come di un’emozione instabile, di cui diffidare. Una pericolosa mistificazione, da inquadrare nel solenne rifiuto di ogni ombra di sentimentalismo che costituisce il cuore novecentesco dell’eccezionale esperienza intellettuale di Sontag. E anche della sua radicale volontà di smontare le convenzioni emotive attribuite tradizionalmente all’intelletto femminile. Il secondo esempio lo troviamo laddove l’autrice si indigna di quanto triviale sia l’interpretazione della nostra società in quanto società dello spettacolo, che ci avrebbe dopati e intontiti attraverso una marea incontenibile di immagini: “Parlare di una realtà diventata spettacolo è di un provincialismo che lascia senza fiato”. (…) Infine, il terzo esempio riguarda un’altra facile connessione che siamo portati a fare, quella tra immagini e memoria. Troppo facile per l’odorato acutissimo della scrittrice, che ci sente dentro un certo puzzo di marcio. Regalandoci una frase meravigliosa, nella sua semplicità spiazzante: “Forse attribuiamo troppo valore alla memoria, e non abbastanza al pensiero”. Pensare, che attività difficile.

Ma se continuiamo a scorticare la frase da cui siamo partiti, ci viene infine incontro la sua parola più forte e ambigua: dolore. Forte perché Sontag non sta parlando di tutte le immagini del mondo, parla solo di quelle immagini che ci mettono di fronte al dolore dell’umanità. Una sua parte o un suo individuo, ma sempre in un contesto collettivo di tale violenza da fare vacillare il senso stesso di ogni interpretazione. Ambigua perché la foto è già oltre quel dolore. Lo fissa ma anche lo rimanda a un passato che non c’è più. La foto che rappresenta il dolore, contiene davvero quel dolore, oppure lo svuota per portarne sotto i nostri occhi soltanto un involucro, un simulacro?  (…)

libro doloreQuesto è un , come lo sono tutti i libri di Susan Sontag. (…) Il libro incita ad agire, salva le foto del dolore degli altri solo e soltanto nella misura in cui siano in grado di contribuire a una qualche forma di che deve portare prima o poi all’. Contro la guerra, contro l’ingiustizia, contro il nostro esserne del tutto compromessi. Ma l’enunciato diventa più complesso se lo si coniuga con lo spazio di contemplazione che Sontag reclama in fondo al libro, riguardo all’queste fotografie. La e l’ non si escludono reciprocamente: al contrario, dovremmo imparare per trovare una qualche via di uscita dall’enigma spietato che le immagini del dolore degli altri ci pongono.

A tale binomio si accompagna poi quello, altrettanto centrale, che unisce le immagini alle parole. Non a caso si tratta del binomio che potremmo definire fondativo per una scrittrice che ha passato la sua vita a riflettere, tramite l’uso delle parole, sul ruolo delle immagini: quasi in ogni pagina di questo libro emerge il confronto capitale tra fotografia e letteratura. Una relazione di enorme fascino e complicazione, ignorando la quale non si capisce nulla del Novecento. Le differenze cruciali, quasi ulceranti tra queste due arti. Ma anche i minuetti delicati che le fanno intrecciare.

Infine i due binomi di cui abbiamo parlato ci portano al terzo e forse più importante: quello che tiene insieme la realtà con l’artificio. Niente di ciò che ci interessa sapere sulla rappresentazione può mostrarsi così banale e inutile da riferirsi soltanto alla realtà, sminuendo il ruolo dell’artificio; ma niente ci deve interessare meno dell’artificio che ignora la pressione della realtà che gli ha dato forma. Per questo un libro che parla della crudele realtà della guerra e degli effetti della sua rappresentazione, dimostra l’ammirevole profondità della sua riflessione finendo con l’apoteosi di una foto di guerra del 1992 di Jeff Wall totalmente immaginata e ricostruita, come fosse una pittura storica del passato. “Lasciamoci ossessionare dalle immagini atroci”, scrive Sontag.


(brano tratto da Francesca Serra “Il cadavere di Susan Sontag in “Doppiozero”)

Tags: dolore, fotografia, letteratura

 


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