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di: Federica Bassignana

La guerra non ha un volto di donna di Svetlana Aleksievič

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Dopo il silenzio soffocato da una storia raccontata dagli uomini, la guerra “al femminile” prende voce nell’incontro tra il premio Nobel 2015 per la letteratura, Svetlana Aleksievič e le donne sovietiche al fronte. La guerra non ha un volto di donna (Bompiani), non parla della guerra ma delle persone nella guerra.

La Storia si umanizza: uno spaccato di normali esistenze, vite comuni, persone ordinarie e testimoni muti di quell’orrore che è la Seconda Guerra Mondiale. Ma c’è di più: protagoniste di questa Storia, sono le donne, giovani volontarie accorse al fronte in nome dei propri ideali per difendere la Madre Russia.     
In un meticoloso lavoro di indagine, Svetlana Aleksievič ha raccolto centinaia di interviste e ha unito allo sguardo giornalistico, la pratica dell’ascolto. In un dialogo sincero e coinvolto, i ricordi delle donne hanno evocato la propria guerra, la propria versione dei fatti, l’impeto dello slancio, l’amore di patria, il desiderio di liberazione, la brama della Vittoria, la paura, la sofferenza e la miseria.       
A ogni capitolo, il lettore si imbatte nei racconti di donne diverse, nomi e cognomi seguiti dal proprio ruolo ricoperto in guerra: aviatrici, infermiere, radiotelegrafiste, combattenti clandestine, partigiane, cuciniere, lavandaie, carriste, medici, istruttrici sanitarie, addette alla contraerea e così via. Un romanzo polifonico nel quale si da voce a chi, per anni, non ha avuta una voce; a chi si vergognava e ha cercato di dimenticare; a chi faticava a ricordare; a chi aveva paura; a chi è ancora oggi convinto delle proprie scelte e chi, invece, forse avrebbe agito diversamente.

«Voglio parlare! Vuotare il sacco! Finalmente vogliono ascoltare anche noi. Abbiamo taciuto per così tanti anni, perfino tra le pareti di casa!»;  «Non posso.. non posso ricordare. In quei tre anni che è durata la mia guerra… non sono più stata una donna»; «Avevamo tutte quante un solo desiderio: partire per il fronte. Se non avevamo paura? Certo che l’avevamo!»; «Non sono un’eroina, ero una bella bambina, poi è arrivata la guerra… e non avevo nessuna voglia di morire. Sparare mi faceva paura e non avrai mai pensato che un giorno avrei imparato a sparare»; «Il mio sarà un racconto molto semplice… Il racconto di una semplice ragazza russa, come ce n’erano tante».  


La grande Russia tascabile di Paolo Nori

Russia tascabile

Paolo Nori, scrittore e traduttore dal russo, ha portato al Circolo dei lettori di Torino un po’ della Russia che ha vissuto, amato e letto: un viaggio sentimentale nel tempo, nella letteratura più bella del mondo, nella semplicità e nella bellezza che è stata – e continua a essere –  la grande Russia.                 

Nel pathos della lettura del suo libro La grande Russia portatile (Salani), Paolo Nori ha accompagnato gli spettatori in un viaggio nelle meraviglie del Paese degli zar, dei soviet, dei tram colmi di gente che legge,, delle infinite code per comprare il pane o la carta igienica, del cielo grigio, della semplicità disarmante e della grandezza “fatta a mano”.           Questa Russia è grande, ma anche portatile. Nel profumo delle pagine, trapela la brezza pungente di San Pietroburgo, le lacrime versate nella sala di lettura numero 4 della Biblioteca Lenin di Mosca, gli sguardi freddi dei passanti sulla Prospettiva Nevskij, il coraggio nel regalare i fiori a una donna, il desiderio di sentirsi padre ascoltando la parola “Papa” pronunciata da un bambino. «Credo che la Russia mi abbia fatto così effetto perché sono straniero e ho scoperto, in Russia, come mi piace l’Italia, il suo odore, e mi sono accorto, studiando russo, di che lingua meravigliosa sia l’italiano» ha raccontato. Paolo Nori che si è fatto ponte tra due mondi, tra due culture, tra due lingue, permettendoci di conoscere meglio il Paese di Dostoevskij, Tolstoj, Pasternak, Mandel'štam , Achmatova, Gogol’, Dovlatov, Chlebnikov Šklovskij, Puškin.

 


La scrittura o la vita di Jorge Semprún

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Gennaio 1944, Buchenwald. Arruolatosi nella Resistenza francese, Jorge Semprún, viene arrestato e deportato nel lager nazista sulla collina dell'Ettersberg. Il libro è una testimonianza sull’impellente necessità a raccontare e una riflessione sulla difficoltà di farlo.

Dopo anni di silenzi, incubi, esitazioni e disperato desiderio di un oblio irrealizzabile, Jorge Semprún, reduce di Buchenwald, riesce a fissare sulla pagina il racconto della sua prigionia di diciotto mesi nel lager nazista immerso tra le foreste di alberi di faggio, sulla collina dell'Ettersberg in La scrittura o la vita (Guanda). 

Il libro inizia con la liberazione americana del campo, nella toccante riflessione sullo sguardo dei soldati; non c’erano specchi a Buchenwald, impossibile poter vedere riflesso il proprio volto e solo in quel momento, dopo un anno e mezzo, Semprún torna come ad esistere di nuovo, ad essere davvero reale, specchiandosi nel terrore dei soldati americani. «Ridevo, mi faceva ridere l’idea d’essere vivo». Di lì, la narrazione va avanti e indietro nel tempo dei ricordi dell’autore, dall’esperienza nella Resistenza francese, ai suoi studi alla Sorbona, agli amori parigini, alle vacanze in Svizzera, alle domeniche di Buchenwald, al lavoro nel campo, al racconto dei compagni di prigionia, all’incontro con la morte.           
Un’oscillazione temporale in cui ci accompagna l’autore che per anni ha guardato una pagina bianca, senza riuscire a imprimerci la tragedia di cui è stato protagonista. Un’esperienza che si renderà conto non essere indicibile ma invivibile perché «Si può sempre dire tutto. L’ineffabile di cui tanto si parla è solo un alibi. O un segno di accidia. Si può sempre dire tutto, il linguaggio contiene tutto. Si può dire l’amore più intenso, la crudeltà più tremenda. Si può nominare il male. Si può dire Dio, e non è poco. Si può dire la rosa e la rugiada, lo spazio di un mattino. Si può dire la tenerezza, l’oceano custode della bontà. Si può dire l’avvenire, e i poeti vi si avventureranno con gli occhi chiusi e la bocca feconda».

 

 


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