riflessioni politiche

Analisi e prospettive politiche a confronto per un futuro diverso (?)

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Il ruolo dell’associazione Rinascita

La procedura di assegnazione di tali beni, prevede il coinvolgimento delle Prefetture e degli enti comunali in cui il bene e situato che devono identificare una realtà associativa per fare un progetto di pubblica utilità. La Prefettura ha scelto il comune di Moncalvo, dove è accatastato il bene confiscato e poi, con un’attenta ricognizione ha affidato la realizzazione del progetto all’associazione Rinascita che da tempo opera nell’ambito dell’impegno del volontariato sociale per il recupero di persone emarginate.

Rinascita, dai primi anni 2000, con il Comune di Asti ed il Servizio territoriale dell’Asl, si è occupata di donne con trascorsi di tossico dipendenza, alcol o comunque vittime di violenza di offrire un percorso di riabilitazione e accompagnarle a una maggiore autonomia in un contesto di ritrovata fiducia in se stesse come naturale proseguimento del programma terapeutico gestito dalle Asl. Questo impegno a volte è disconosciuto, mentre è molto importante continuare ad aiutare ad affrontare le condizioni di intrinseca fragilità di quelle donne, evitando il più possibile le ricadute. Quindi la gestione di quella cascina, affidata in comodato ventennale all’associazione prescelta, è un’opportunità per attuare un progetto di grande valore sociale, ma anche una sfida non indifferente per il grande aggravio delle connesse incombenze economiche, giuridiche e sociali. Per cui è risultata essenziale la collaborazione con l’associazione Libera con il suo ragguardevole bagaglio di esperienze.

L’associazione Libera

Libera fu fondata da don Luigi Ciotti nel 1994, anche se già il 14 Dicembre 1993 il fondatore del Gruppo Abele aveva annunciato la volontà di costituirla chiamando a raccolta enti e associazioni con un impegno politico, sociale, culturale ed etico contro la mafia. Così don Ciotti riuscì a catalizzare l’impegno di circa trecento singoli, enti ed associazioni, tra cui Acli, Arci, Cgil, Legambiente, Fuci, avendo in comune la ricerca della legalità, della promozione sociale e l’avversione per tutte le organizzazioni del crimine, che sono una vera e propria impresa economica. Il suo fondatore lanciò anche la sfida di raccogliere un milione di firme a sostegno di una proposta di legge (approvata poi due anni dopo) che prevedesse che parte dei beni confiscati a cosche e a singole persone fosse destinata alla realizzazione di opere che sia simbolicamente che fattivamente avessero un rilevante contenuto sociale come la cascina ubicata a Santa Maria di Moncalvo.

Il percorso del progetto

Quel progetto, nominato Rinascita donne ha dovuto superare molti ostacoli e difficoltà. In primo luogo quelli di natura amministrativo – burocratica con trasparente rendicontazione, per la cui soluzione fu determinate l’apporto fornito da Libera già adusa a muoversi nei meandri della Pubblica amministrazione. Nonostante la concreta collaborazione garantita da numerose realtà sia pubbliche che private vi sono stati problemi economici e, non ultimo, il suo inserimento in un contesto sociale accogliente, al fine di reinserire efficacemente le assistite in un trend di vita quanto più possibile normale.

Le date importanti della realizzazione del progetto sono il 20 Dicembre 2006 quando venne firmato un primo protocollo d’intesa tra la Prefettura, la Provincia, Comune e l’Asl 19 di Asti, l’Asl 20 Alessandria l’Asl 21 di Casale Monferrato, il Comune di Moncalvo, l’associazione Rinascita, l’associazione Gruppo Abele, Libera ed il Cogesa. Con un’ampia collaborazione tra questi soggetti si giunse a una definizione precisa delle problematiche da affrontare. Vi sarebbero state ospitate una quindicina di donne vittime di abusi e di dipendenze, inserite nella comunità dedicata dove svolgere attività di vario genere, compresa quella agricola nell’appezzamento di terreno di circa cinque ettari adiacenti al fabbricato, articolato in un corpo principale affiancato da una cascina ed un capannone. Questa sarebbe stata, se non il fulcro, certamente un aspetto importante del percorso terapeutico; infatti la lavorazione prima e la commercializzazione poi di quanto coltivato, oltre ad un’opportunità di lavoro, sarebbero state anche occasione per integrarsi con la gente del territorio circostante; non ultimo la struttura sarebbe potuta diventare punto di riferimento per iniziative analoghe, dimostrando come un bene confiscato alla mafia potesse essere concretamente rivalorizzato finalizzandolo alla pubblica utilità.

Secondo il progetto dei professionisti dello studio Aidue di Asti al costo simbolico di un euro, approvato dalla Commissione edilizia moncalvese il 12 Aprile 2013, per la ristrutturazione ed adeguamento del complesso agricolo la spesa preventivata era di 740 mila euro più Iva, alla cui raccolta stanno ancora contribuendo enti pubblici e privati e anche cittadini con elargizioni in denaro o con l’avvio di iniziative volte a raccogliere fondi. I lavori programmati comprendono la ristrutturazione degli edifici, il loro arredo e l’attivazione dei servizi socio assistenziali e della formazione del personale con competenze oltre che mediche anche psico-socio-educative. Per favorire l’integrazione degli ospiti con la comunità locale è stata inserita nel preventivo di spesa anche la messa a coltura dei terreni adiacenti alla fattoria e l’acquisto delle necessarie attrezzature e altro necessario per avviare una cooperativa, prevedendo anche servizi di consulenza. Tutto ciò nell’ottica di portare avanti un programma terapeutico che, tenendo conto del vissuto di ciascuna, si evolva oltre alla terapia favorendo il suo inserimento nel mondo del lavoro e contemporaneamente l’integrazione con il preesistente contesto sociale.

I rapporti con la comunità locale

Ci si è posto il problema dei necessari rapporti collaborativi con gli abitanti affinché la struttura non si trasformi in una “cattedrale nel deserto”, poco meno di un ghetto, dove collocare, quasi nascondere, persone scomode che così sarebbero certamente più facilmente controllabili, ma non potrebbero seguire un percorso di terapia riabilitativa che permetta loro di riacquistare il senso di responsabilità. I componenti di Rinascita organizzarono incontri con relazioni di specialisti dei vari settori: giuridico, socio-psicologico, medico, a cui seguiva un dibattito durante il quale ognuno era libero di esprimere dubbi e perplessità e ricevere i chiarimenti del caso. I segni concreti iniziarono, quando al reperimento delle risorse economiche si affiancarono iniziative di carattere ricreativo-culturale: dall’appuntamento conviviale, al concerto, allo spettacolo, all’escursione in natura. In queste occasioni i partecipanti hanno avuto ed hanno modo di incontrate gli “addetti ai lavori”, che in maniera informale introducono informazioni e approfondimento sul progetto di inserimento sociale, che risultano più efficaci degli incontri ufficiali.

La tragedia di Graziella Campagna

Nel frattempo Rinascita già cominciava a svolgere un’importante opera di formazione a favore degli abitanti facendo capire loro che la “cascina del mafioso”, come era comunemente conosciuta, poteva essere oggetto di riscatto etico-morale per le persone. L’evento decisivo è stato la sobria cerimonia di avvio dei lavori ed intitolazione del complesso a Graziella Campagna, una diciassettenne barbaramente assassinata. Nata a Saponara in provincia di Messina e costretta a lasciare la scuola in giovane età per contribuire al sostentamento della numerosa famiglia, Graziella trovò lavoro come aiuto lavandaia nel paese vicino Villafranca Tirrena. Nell’espletamento delle sue mansioni si accorse un giorno che nella tasca di un indumento da lavare era contenuto un documento di identità che tolse perché non si sciupasse. Il documento non era intestato all’ingegner Cannata, come affermava il cliente della lavanderia, bensì al nipote, in quel momento latitante, di un famoso esponente di Cosa nostra affidato alla giustizia anni prima in seguito alle operazioni ancora condotte dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa. La casuale scoperta le costò la vita il 12 Dicembre 1985, quando al termine dell’orario di lavoro si recò ad attendere l’autobus che l’avrebbe riportata a casa. Secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti con l’aiuto di alcuni testimoni sarebbe salita di sua volontà su di un’automobile non meglio identificata evidentemente guidata, vista la totale assenza di reazione da parte sua, da una persona conosciuta, cosa che parve assai strana ai famigliari che sapevano la figlia essere una persona riservata e con una ristretta cerchia di amicizie. L’epilogo della tragedia si ebbe due giorni dopo quando il corpo esanime della ragazza fu ritrovato a Forte Campione, frazione del paese dove prestava servizio; esso fu riconosciuto dal fratello, Pietro. Le perizie medico-legali riscontrarono sul suo corpo la presenza di cinque ferite da arma da fuoco calibro 12 che spesso contraddistinguono questo tipo di esecuzioni, sparati dalla distanza ravvicinata di circa due metri. Poiché due colpi la raggiunsero su una mano e su braccio prima dei tre mortali Graziella tentò di difendersi. Le indagini andarono avanti a rilento, anche per la difficoltà di farsi ragione dell’accaduto, non essendo la ragazza legata in alcun modo alla malavita. Individuati tre imputati: un mandante e due esecutori, che furono rinviati a giudizio il 1° Marzo 1988 ed assolti il 28 Marzo 1990, poiché il movente dell’omicidio, avvero che la conoscenza da parte della ragazza della vera identità di uno dei tre fosse per lui stesso un pericolo, venne giudicato troppo debole.

La vicenda tornò alla ribalta della cronaca e sotto gli occhi del grande pubblico nel 1996 quando i di lei fratelli Piero e Pasquale parteciparono con l’avvocato Fabio Repici ad una puntata della trasmissione televisiva Chi l'ha visto?, ecco emergere nuovi particolari sulla vicenda che consigliarono le autorità competenti. Vi fu un ulteriore approfondimento delle indagini e un nuovo processo, nel corso del quale si allungò la lista degli indagati con i nomi dei titolari della lavanderia dove lavorava la ragazza e di alcuni parenti di questi. La sentenza, pronunciata l’11 Dicembre 2004, condannò all’ergastolo il mandante e l’esecutore materiale dell’omicidio ed a vari anni di prigione due fiancheggiatori, prosciolti gli altri. Ma la persona che orchestrò la vicenda uscì di prigione poco meno di due anni dopo per in vizio procedurale ,essendo la sentenza di condanna stata depositata oltre i tempi previsti dalla prassi. Il processo d’Appello comunque riconfermò la condanna all'ergastolo il 18 Marzo 2008 per entrambi i condannati e cosi anche la Corte di cassazione.

Sulla vicenda è stato anche realizzato il film La vita rubata con la regia di Graziano Diana e Giuseppe Fiorello che racconta dell'omicidio, del dolore della famiglia, ma soprattutto delle difficoltà incontrate in un contesto di omertà e di corruzione, dall’allora ventenne fratello che si impegnò a far luce sull'accaduto per consegnare i colpevoli alla giustizia.

Il film fu proiettato a Moncalvo il 24 Maggio 2008 con la partecipazione degli abitanti alla Cascina Graziella, presenti i due fratelli Piero e Pasquale visibilmente commossi e grati che, ad oltre vent’anni e mille quattrocento chilometri di distanza dall’accadimento dei fatti, qualcuno si ricordasse ancora della sorella morta per errore.

Lezione di civismo

Così il progetto sociale, prima ancora di occuparsi delle persone per cui è stato ideato, cominciava ad impartire lezioni di educazione civica, una ormai negletta materia scolastica, spiegando con garbata fermezza i fondamenti della “politica” intesa come capacità e bisogno di vivere in una struttura organizzata. Purtroppo anche un’organizzazione di tipo mafioso ha come fondamento, sia pure deviato e corrotto, di costituire una società propria. Già gli antichi scoprirono che l’uomo è un “animale politico” che ambisce ad interagire in maniera diretta e costante con i propri simili adeguandosi ad usanze, consuetudini, regole, rispondendo a leggi precise, che dovrebbero essere garantite dallo Stato, ma, come dimostra la sociologia, dove venga a mancare o comunque essere gravemente carente, viene sostituito da forme surrogate. Sul filo del ragionamento si giunge all’apparente paradosso che la prima responsabilità, non della criminalità in senso lato, ma dell’esistenza di un’organizzazione complessa con risvolti illegali come la mafia, potrebbe essere attribuita appunto ad una più o meno grave latitanza dello Stato. Questo però non dovrebbe essere compito, come comunemente avviene ad un esame superficiale da parte della maggioranza delle persone, soltanto dei poteri istituzionali, Parlamento, Governo e Magistratura accusati di volta in volta di non legiferare in maniera adeguata, di non essere capillarmente presenti con le forze dell’ordine e di essere troppo accomodanti nel riconoscere le responsabilità e comminare le pene. Una situazione di comodo questa che andrebbe rivista e corretta responsabilizzando ciascuno in giusta misura (forse sarà anche questo il compito che si assumerà Cascina Graziella), insegnando che in istituzioni repubblicane l’onore e l’onere di essere “cesare” non appartiene più ad una singola persona, o gruppo elitario di esse, ma collegialmente a ciascuno che risulterà così gravato di responsabilità non indifferenti, compresa quella di essere Stato, in compensazione degli indubbi diritti acquisti con la “promozione”.

L’avvio del progetto

Anche tutto questo è, ed ancor di più sarà, la nuova struttura che avvierà la propria attività alla fine della Primavera 2019 cominciando ad essere parzialmente operativa con l’offerta di ospitalità a donne con bambini in una sezione della cascina opportunamente ristrutturata. Si tratterà, affermano i responsabili, di “un progetto di secondo livello a sostegno di una completa emancipazione delle donne fuggite da una condizione di abusi e deprivazioni”. L’iniziativa sarà finalizzata ad ospitare quattro donne, anche con bambini, in un appartamento di circa 80 metri quadrati con ingresso indipendente dal resto della struttura. Alle partecipanti sarà richiesta una manifestazione di volontà di seguire “un percorso di emancipazione e di distacco dai legami e dai contesti patologici e violenti inserendosi in una struttura di accoglienza successiva alla fase della casa rifugio”. In questo spazio abitativo si affronterà per gradi il non facile reinserimento sociale in uno stato di semi autonomia potendo contare sull’aiuto di un educatore professionale, di un consulente psicologico, di personale medico-infermieristico operante nella vicina struttura e la partecipazione di volontari.

Le ospiti e i loro figli saranno a carico dei Servizi sociali del comune o dei consorzi socio-assistenziali, l’assistenza sanitaria sarà affidata all’Asl competente per territorio. I bambini frequenteranno l’istituto comprensivo del comune e le ospiti potranno partecipare alle manifestazioni culturali e ricreative gestite da enti pubblici ed associazioni private, come circoli, parrocchie e proloco, che hanno già garantito la propria collaborazione. Potranno inoltre entrare a far parte della costituenda cooperativa agricola con particolare riguardo alla frutticoltura e successiva lavorazione del prodotto da offrirsi al pubblico attraverso i canali locali oppure entrare nel più ampio circuito nazionale di Libera terra, che si occupa della distribuzione di prodotti biologici frutto della messa in produzione dei terreni confiscati alle associazioni criminali.

In quest’ottica “Cascina Graziella” diventerà oltre che un centro terapeutico anche un polo educativo e culturale, composto da giovani cittadini attenti alla promozione della legalità.

 

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"Sono nato in Senegal, piccolo grande paese dell'Africa Occidentale. Vivo e lavoro in Italia da oramai sedici anni, posso quindi affermare di essermi gradevolmente italianizzato. Tuttavia, mi muovo anche con la consapevolezza che il tronco d'albero in acqua ci sta secoli e non per questo diventa un coccodrillo. "

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