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20 anni fa

di: redazione

L’11 gennaio 1999 moriva Fabrizio De Andrè.

Ci manca la sua intelligenza, la sua ironia, le sue canzoni come La domenica delle salme, di cui pubblichiamo un brano, che rispecchiano anche la società di oggi, quasi una preveggenza di cui sono capaci solo i grandi pensatori. De Andrè era un narratore poeta e, quindi, era oltre il suo tempo.

Il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni.
Voglio vivere in una città
dove all'ora dell'aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo.
A tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile.

La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale.
La domenica delle salme
si sentiva cantare
quant'è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare.

Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz'oretta
poi ci mandarono a cagare.
Voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio,
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l'Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avete voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo.

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia.
La domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c'erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d'Italia
da Palermo ad Aosta

si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.

Compositori: Fabrizio De Andre / Mauro Pagani

Brano dal testo di La domenica delle salme © Universal Music Publishing Group

Mauro Pagani, ricordando la sua collaborazione con Fabrizio De Andrè per Creuza de ma e Nuvole, dice: “Quello che ci ha insegnato è che non è necessario fare canzoni politiche, o a sfondo sociale. Basta raccontare quel che ci sta a cuore. Casomai mi chiedo come possa un ragazzo di 25 anni oggi guardarsi attorno senza incazzarsi per quello che sta succedendo al pianeta. Mi sento circondato da stanzette, camerette, visioni piccole con l’odore e la puzza di calzini da ginnastica”. (“Repubblica” 4/01)

 

 

 

Tags: Fabrizio de Andrè, La domenica delle salme

 


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