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Il nuovo corso dell'Etiopia

di: Graziella Boat, segretaria generale DISVI

Qualche volta i giornali non parlano solo dei migranti che sbarcano sulle nostre coste, ma con qualche “sforzo” vanno a vedere cosa succede in Africa, quel grande Continente, sfruttato prima dalle colonizzazioni e oggi dal “residuo” delle stesse che sono le multinazionali che continuano a prelevare preziose risorse, senza che le grandi Istituzioni internazionali riescano a garantire governi democratici e capaci di controllare le proprie risorse. Nel frattempo sono arrivati i cinesi, che costruiscono infrastrutture in cambio di petrolio e altre materie prime.

Ma in quel grande, bellissimo Continente, qualcosa sta cambiando se è vero quello che ha scritto Pietro Del Re su Repubblica del 17 novembre scorso sui cambiamenti in corso in Etiopia, con un nuovo premier, Abiy Ahmed, 42 anni, di etnia Oromo “il gruppo etnico maggioritario e anche il più marginalizzato”. E’ nato forse un nuovo, piccolo Mandela? Meles Yusuf, un oppositore del regime rientrato ad Adis Abeba dopo anni d’esilio ha dichiarato “Ha ereditato un Paese in stato di emergenza, con un governo intollerante a ogni critica, con violente proteste etniche e in guerra da vent’anni con il vicino eritreo.

Dal 2 aprile scorso, il premier ha fatto cessare le manifestazioni di piazza, ha liberato migliaia di prigionieri politici e ha firmato pace con l’Eritrea. Non solo, il mese scorso è stata nominata per la prima volta una donna Presidente della Repubblica, un’altra ministro della giustizia, una terza ministra della difesa e una quarta presidente della Corte Suprema. Come se non bastasse, in un nazione profondamente maschilista, è anche donna più della metà dei membri del nuovo governo”. E ancora “Tutto sta accadendo molto in fretta, con gli etiopi che ogni giorno si chiedono quale sarà la prossima sorpresa di questo leader che nessuno conosceva, salvo, forse, nella sua Oromia natale”

Il neo premier non rivendica l’appartenenza a nessuna tribù o etnia, dichiarandosi etiope, parlando perfettamente le tre principali lingue del Paese, amarico, tigrino e oromo, cercando di recuperare il rapporto con i diversi gruppi etnici, le cui rivolte il suo predecessore aveva represso nel sangue.

In passato sulla carta di identità era necessario indicare a quale delle 68 etnie si apparteneva. Una delle sue prime misure è stata l’eliminazione di questa specificazione che la maggioranza degli etiopi ha apprezzato.

Abiy, figlio di madre cristiana e padre musulmano, ha studiato negli Stati Uniti, da esule, ma ha scelto di tornare per mettersi al servizio del Paese e il suo capolavoro del nuovo premier, agli occhi di molti, è la riconciliazione con l’Eritrea dopo una guerra che tra il 1998 e il 2000 ha mietuto 100 mila vittime e che fino a pochi mesi fa si riaccendeva di continuo al confine tra i due Paesi. Sono state riaperte le rispettive ambasciate, è ripreso il commercio, sono state riabilitate le linee telefoniche tra i due Paesi e la rotta aerea tra le capitali, Asmara e Adis Abeba.

“L’obiettivo principale di Abiy”, scrive Del Re, “è quello di far capire agli etiopi che la vendetta porterà altra vendetta e che il perdono può anche significare giustizia”.

Durerà o interessi esterni come spesso accade, creeranno “disturbo”? Riuscirà il nostro governo a prestare attenzione a questo Paese così legato alla nostra storia?

 

 

 

Tags: Eritrea, donne, Abiy Ahmed, nuovo corso

 


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