Venerdì 29 marzo 2019 - ore 15,30

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La storia della nave Saint Louis e i porti chiusi

di: Fabrizio Meni, Istituto Balbo di Casale Monferrato

936 in fuga, 1939

Nel 1939, dopo la notta dei Cristalli, la nave Saint Louis salpa dalla Germania con 936 ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste. Arriva a Cuba, ma le autorità dell’isola chiedono a ciascuno di loro 500 dollari per ottenere un visto d’entrata. Nessuno di loro aveva più quel denaro. Partono alla volta degli Stati Uniti, ma si sa, ci sono leggi dal 1924 che regolamentano con quote fisse l’immigrazione, non è che si può far entrare tutti quelli che lo chiedono, abbiamo già i nostri problemi… Discorsi simili giustificano il rifiuto del Canada e di altri paesi del Sudamerica. Non resta che tornarsene in Europa. Il capitano della nave è persino pronto ad una soluzione estrema: autoaffondare la nave in prossimità delle coste inglesi… certamente verranno a soccorrerci, a trarci in salvo, ne saranno costretti…

Alla fine si arriva ad una soluzione di compromesso: i profughi, i richiedenti asilo, vengono fatti sbarcare suddivisi tra Inghilterra, Francia, Belgio e Olanda. Non è che un solo paese può farsi carico di tutti. La maggior parte nel Continente, a breve occupato dai nazisti. La maggior parte di quei profughi, richiedenti asilo morì ad Auschwitz.

Il concetto di razza: la superiorità dei bianchi

Spesso ci si ripete che bisogna conoscere la storia, che è importante conoscere gli errori del passato, che la storia ci può insegnare, che la conoscenza storica ci può far da guida…

Cosa significano veramente questi appelli?

Prima del 1945 si dava per scontato il concetto di razza. Americani ed Europei, tutti e non solo gli italiani e i tedeschi, davano per scontato che alcune razze – in particolare quella bianca – fossero per natura superiore e che fosse nei codici della loro natura – oggi diremmo nel loro DNA – il fatto naturale di essere più intelligenti, più intraprendenti, moralmente più sviluppati. Africani, cinesi, ebrei erano per natura diversi, meno intelligenti, meno intraprendenti, avidi, corrotti, immorali…  Era logico, era naturale, pensare che queste razze superiori – più intelligenti, più intraprendenti, moralmente più sviluppati – fossero investite della missione di conquistare, dominare, governare il mondo, e di civilizzare le altre razze, e ove non fosse possibile di sfruttarle ai propri più elevati scopi. Come con gli animali.

Questo razzismo godeva di consenso scientifico e di rispettabilità politica.  E quindi anche di popolarità tra le masse.

La pietà dunque poteva muovere alcuni a provare qualche forma di empatia per quei 936 rifugiati, richiedenti asilo della Saint Louis, ma il prevalere di considerazioni pratiche, ostacoli burocratici, tecnici, all’interno di un serio progetto politico da perseguire, potevano alla fine avere la meglio se inquadrate in una mentalità comune e diffusa che conteneva tra le altre cose, anche quelle certezze razionali “razziste”.

Culture differenti

Oggi quelle certezze “razziste” sono inammissibili. Le differenze biologiche – come ci insegnano le più recenti ricerche scientifiche – sono irrilevanti. Ma come prima del 1945 i biologi cercavano di accumulare dati per dimostrare il “razzismo”, oggi antropologi, sociologi, psicologi comportamentisti, economisti comportamentali, accumulano dati su dati per dimostrare che ci sono differenze significative tra le culture.

E queste convinzioni “culturaliste” oggi godono dello stesso consenso scientifico e della stessa rispettabilità politica di cui godeva il razzismo nella prima metà del Novecento.

Se un politico oggi dicesse “questa cosa è nel loro sangue” ci sarebbero sollevazioni di protesta, ma se invece afferma “questa cosa appartiene alla loro cultura” sembra che goda del consenso della maggioranza.

La cultura è un insieme di fattori che nulla hanno a che fare con i geni, con il DNA. Fattori come la lingua, la letteratura, la poesia, ma anche modi di dire, modi di pensare, pregiudizi, modi di comportarsi, di cucinare, di vestirsi, di considerare gli altri, di trattare gli animali, di pregare, di relazionarsi con lo straniero o con il povero, modi anche di divertirsi e di essere “giovane”… Fattori che si trasmettono fin dall’infanzia con l’educazione, con il seguire i modelli, riferirsi alle proprie tradizioni e modi di vivere e di fare scelte date per scontate e pertanto così trasmesse, con l’appartenenza sociale al gruppo o alla comunità in cui si ha avuto il destino di nascere.

In termini di diversità nessuno, se non uno squilibrato o sociopatico, potrebbe gridare “prima la nostra razza”, “difendiamo la nostra razza”, o pubblicare una rivista “La difesa della razza”. Ma se affermiamo invece “prima la nostra cultura” “difendiamo la nostra cultura”, troviamo il consenso più generale, anche quando sottintendiamo con queste affermazioni che occorre difendere prima la nostra cultura, perché la nostra cultura è quella giusta, quella superiore alle altre. Quando il Presidente americano Trump definisce Haiti, El Salvador o certi paesi africani come “paesi di merda” non intende esprimersi in termini di superiorità razziale ma di superiorità culturale, ed è in questo modo che ottiene l’appoggio della maggioranza. Perché sembra oggi scontato affermare che i neri africani, i maghrebini, gli europei dell’Est tendono più facilmente al crimine, non perché la devianza criminale sia nei loro geni, ma perché appartengono a culture inferiori, disfunzionali.

Un esempio: IV A e IV B

Prendiamo le due classi di questo liceo che sono oggi qui davanti a me. Immaginiamo che queste due classi siano due paesi diversi. La quarta A è composta di ragazzi nati nel Nord mentre quelli della quarta B provengono da un paese latino, mediterraneo. Prendiamo una possibile differenza culturale: il modo di gestire le emozioni nelle relazioni con gli altri. I ragazzi della quarta A hanno appreso fin da piccoli che il modo migliore è l’autocensura: in caso di conflitto meglio reprimere i propri stati d’animo, stemperare, lasciar correre, far trascorrere il tempo. I ragazzi della quarta B, invece, fin da piccoli, hanno appreso che in caso di conflitto è meglio esternare le proprie emozioni, manifestare apertamente disagi e dissensi, non lasciar passare il tempo perché il modo migliore è far emergere subito e affrontare immediatamente la questione.

La psicologia comportamentale ci mostra i vantaggi e gli svantaggi dell’uno e dell’altro.

Cosa succede se un ragazzo di quarta B si trasferisce in quarta A? In caso di conflitto sa che non bisogna reprimere la rabbia e “mandar giù”: alzerà la voce, magari picchierà i pugni sul banco per far emergere il problema, richiamare l’attenzione e risolvere il prima possibile la questione. Ma in una classe in cui tutti, insegnanti compresi, sono stati abituati alla strategia contraria, il suo comportamento sarà giudicato disfunzionale e tale comportamento disfunzionale sarà attribuito alla sua cultura d’appartenenza. Si sa come sono fatti quelli della Quarta b no? A chi gli insegnanti daranno 10 di condotta, a chi alzeranno le medie finali, chi sarà facilitano nei percorsi fino all’esame finale, a chi affideranno incarichi e mansioni?

Uscito da scuola entrerà nel mondo del lavoro e in caso, poniamo, di promozione il capo della sua azienda, chi sceglierà, a parità di talenti, di capacità e di titoli? Sì è bravo, ha tanti talenti, ma è emotivo, collerico, e questo potrebbe creare tensioni, confliggere con la nostra cultura aziendale.

Stesso discorso potrebbe accadere se un ragazzo del paese quarta A si trasferisce nel paese quarta B.  È bravo, ha talenti, ha capacità, ma sta sempre sulle sue, là nel banco in fondo, non interviene, non partecipa come gli altri, sì certo non disturba, ma dieci di condotta, no… e poi nel mondo del lavoro: non esprime emozioni, non è socievole e questo potrebbe essere pericoloso in futuro, perché uno così si sa, qualche problema deve avercelo.

Difendere la cultura e non la razza, ha certo dei vantaggi.

Se quelli della quarta B adottassero la nostra cultura… si comportassero come noi… smettessero di riferirsi alla loro… Se i figli della quarta B, nati in quarta A fossero sin dall’inizio educati e formati nella cultura nostra…

A differenza dei “razzisti” i “culturalisti” ammettono la possibilità di un’apertura. Anche se.

Anche se rimane in fondo sempre il sospetto che la cultura d’appartenenza non si possa sradicare. Anche se rimane il sospetto che in casa loro quelli della quarta b continuino a riferirsi alla loro propria cultura. Anche se in questo modo si crea pressione sui ragazzi della quarta B sottoposti a continuo controllo sui modi, tempi del loro trasformarsi, “ma in tutto per tutto è come noi?”; anche se si crea maggior tensioni in loro, e preoccupazioni costanti di sbagliare o di non essere all’altezza. “devo essere come loro, riuscirò ad essere come loro, cosa devo fare per essere come loro?”.

Anche se si confonde il locale con il generale, il particolare con l’universale: “qui in quarta A si è sempre fatto così e dunque adeguati” non vuol dire anche “qui in quarta A si è sempre fatto così perché questo è il modo giusto, quindi adeguati e civilizzati”?

Anche se si perde la possibilità di arricchire la propria cultura: un ragazzo di quarta A potrebbe imparare qualcosa da un ragazzo di quarta B e viceversa.

Anche se le nostra affermazioni, basandosi su statistiche, inevitabilmente sono affermazioni costruite su pregiudizi e stereotipi: i ragazzi della quarta A sono freddi, razionali e poco socievoli. Tutti? I ragazzi della quarta B sono passionali e tendenti alla collera…  tutti?

Ma si sa, le statistiche sono smentite solo dagli individui e ognuno di loro, dei ragazzi della Quarta A e della Quarta B, oltre alla cultura, hanno una storia personale ed anche un patrimonio genetico unico.

Ma per smentire gli stereotipi occorrono il confronto, il dialogo, l’accoglienza.

Sicuramente nelle scelte politiche dell’immediato, nel breve periodo, chiudere i porti può essere una decisione che deriva da una strategia efficace, razionale. Certo è che sul lungo periodo si rischia di affiancare la chiusura dei porti con la chiusura delle menti, e la chiusura delle menti come la storia ci insegna, conduce gli uomini a comportarsi in modo immorale. Che cos’è la moralità, che cosa significa comportarsi in modo morale, qual è il fondamento dell’etica, se non la capacità di percepire la sofferenza e agire per eliminarla, ridurla o non provocarla?

Cuba, Stati Uniti, Canada, e tutti gli altri pesi che respinsero la Saint Louis, o quei paesi che alla fine si risolsero ad accogliere a malincuore i profughi ebrei, richiedenti asilo, avevano regolamenti e logiche politiche e giustificazioni razionali, ma il loro comportamento oggi da tutti è giudicato come non ragionevole e soprattutto immorale.

La memoria storica forse serve anche a questo: a ricordarci che la razionalità politica spesso è immorale e irragionevole.

Giornata della memoria, 2019

Nota: il tema del culturalismo si trova nei libri di H.Y. Harari

Tags: cultura, razzismo, immigrazione, etica

 


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