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Chiamiamoci per nome

di: Beppe Amico, direttore Caritas

I poveri

“Nella cassetta ordinata di mele belle e lucenti, le mele marce si  notano subito. Sono diverse. Si buttano via prima che guastino le altre. Anche nella vita, per qualcuno, ci sono le mele marce. Sono le persone che si etichettano come anormali, diverse. Hanno problemi, difficoltà. Sono scomode, dure, provocatorie. Ci chiedono cose a volte incomprensibili. Insomma, disturbano. Quando entriamo in contatto con loro, scatta la nostra difesa. Via, fuori, se ne vadano, come se fossero, appunto, mele marce. Pochissimi tentano di incontrare quella persona che ha la sua vita, la sua storia, le sue necessità”.

Sono parole di don Luigi Ciotti scritte anni fa per spiegare il titolo di un suo libro sull’emarginazione. Il testo si intitola Chi ha paura delle mele marce?  e l’ho letto ai tempi in cui prestavo servizio civile alla Caritas di Asti in qualità di obiettore di coscienza. Come allora, anche in questi anni di servizio in Caritas ho conosciuto tante persone che si spendono nell'incontro con i poveri. Sono tante e sono una gran ricchezza per i valori che esprimono ma rappresentano ancora una porzione minuscola dell'intera collettività.

Aggiungo che la crisi, la mancanza di opportunità lavorative, ci rende più fragili, meno disposti ad incontrare i poveri. Più propensi a etichettare e soprattutto a cercare capri espiatori su cui riversare tutto il malessere.  Ora tocca ai Rom. Ora agli immigrati. Ora ai senza tetto e così via. Si ragiona spesso per categorie astratte senza incontrare le singole persone. Si giudica e si sceglie di allontanare chi, rappresenta le “mele marce” del momento, nutrendo la fiducia di aver risolto un problema della collettività.

Sappiamo che l’emarginazione è un processo di allontanamento e esclusione sociale complesso e frutto di più concause. In parte è la povertà economica che emargina perché toglie non solo beni, ma anche opportunità e riduce la vita di relazione, escludendo i poveri da molti contesti. In parte è la cultura che emargina. Un certo modo di pensare, per categorie astratte, senza una conoscenza reale dei fenomeni e delle storie individuali di ciascuno, induce a giudicare e ad escludere. Si sceglie di stare con i propri simili e i poveri, i diversi, vengono lasciati fuori dalle personali relazioni. Al massimo ci si dedica a loro con qualche elargizione. Talvolta il desiderio di esclusione è così forte da far ritenere indecorosa la loro presenza in certi contesti. Si arriva così anche ad emettere provvedimenti per tutelare il decoro pubblico e l'immagine di una città. Si allontanano le persone senza però affrontare i problemi alla radice.

In parte sono i poveri stessi ad autoescludersi. Perdere un lavoro a cinquant’anni, o non riuscire ad entrare nel mercato nel lavoro al termine del ciclo di studi, scoraggia  a tal punto  da indurre ad arrendersi e a isolarsi. Si tratta di un trauma che si riverbera sulla stima si sé, sui rapporti familiari, sullo stato psicologico generale che determina anche autoemarginazione. Frequentando i poveri si impara che esiste un confine nella nostra società che divide chi sta dentro e chi sta fuori. Purtroppo la povertà continua ad aumentare e di conseguenza aumenta il numero di coloro che “stanno fuori”, che vivono nella periferia sociale. Che vivono nei luoghi dove si abbandonano le “mele marce”.

Rapporto sulla povertà Futuro anteriore

L’ultimo rapporto sulla povertà ed esclusione sociale in Italia realizzato da Caritas Italiana affronta il tema della povertà giovanile nei suoi diversi aspetti, con uno sguardo comparato alla situazione italiana e a quella europea. I dati del Rapporto ci confermano che, rispetto al passato, ad essere maggiormente penalizzati dalla povertà economica e dall’esclusione sociale non sono più gli anziani o i pensionati, ma i giovani. In questo senso, il titolo del Rapporto, Futuro anteriore, intende descrivere in chiave simbolica questo tipo di fenomeno. Il futuro di molti giovani in Italia non è serenamente proiettato verso l‘avvenire. Siamo di fronte ad una sorta di futuro incompiuto, venato da difficoltà e arretratezze. Un “futuro anteriore” appunto, in cui si guarda al futuro ma con lo sguardo rivolto al passato. Ad un passato che, pur con i suoi evidenti limiti, aveva perlomeno il pregio di consegnare alle nuove generazioni una prospettiva di futuro migliore. I dati sul presente ci dicono invece il contrario: i figli stanno peggio dei genitori; i nipoti stanno peggio dei nonni. Gli studi scientifici ci dicono, infatti, che la ricchezza media delle famiglie con giovani capofamiglia è meno della metà di quella registrata venti anni fa e che in Italia i giovani riescono a guadagnare l’autonomia dalla propria famiglia di origine in età sempre più avanzata.

Cinque i focus della ricerca, ma in questa sede ne vengono sintetizzati solo tre.

- Il primo è dedicato al contesto europeo. I dati di Eurostat ci consegnano un’Europa segnata da forti livelli di povertà ed esclusione sociale, ancora lontana dagli obiettivi di riduzione della povertà previsti dalla Strategia Europa 2020. Se in tutta l'Europa l'obiettivo è ancora lontano  perchè la povertà è diminuita  solo del 6,2% in Italia  la situazione è peggiorata. I poveri sono addirittura aumentati del 63,7%. L’aumento del numero di persone in grave deprivazione in Italia è stato il più elevato di tutta l’Europa, superando di gran lunga quello della Grecia e della Spagna, altri “paesi deboli” dell’Unione.

- Il secondo approfondimento è sulla povertà assoluta in Italia, ove, secondo i dati ISTAT, vivono in uno stato di povertà assoluta 4 milioni 742mila persone (il 7,9% dei residenti). L’approfondimento evidenzia un aumento della povertà. Se nel 2016 si è registrato un lieve incremento, nell’ultimo decennio la povertà è aumentata del 165,2%. Quattro risultano essere le categorie più svantaggiate: i giovani (fino ai 34 anni); i disoccupati o i nuclei il cui capofamiglia svolge un lavoro da “operaio e assimilato”; le famiglie con figli minori e i nuclei di stranieri e misti. La povertà tende a crescere al diminuire dell’età. Se negli anni antecedenti la crisi economica la categoria più svantaggiata era quella degli anziani, da circa cinque anni sono invece i giovani (under 34) a vivere  la situazione più critica. In Italia, oggi, un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta; nel 2007 si trattava di appena un giovane su 50. In soli dieci anni l’incidenza della povertà tra i giovani (18-34) è passata dall’1,9% al 10,4%. E' diminuita al contrario tra gli over 65 (dal 4,8% al 3,9%).

- Il terzo focus delinea volti e situazioni di vulnerabilità giovanile. Le dimensioni di povertà giovanile presentate nel Rapporto sono numerose. Ecco alcuni dati di sintesi: nell’ultimo ventennio, il divario di ricchezza tra giovani ed anziani si è ampliato: la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia 18-34 anni è meno della metà di quella del 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno 65 anni è aumentata di circa il 60% (Banca d’Italia, 2015); in Italia lo status socio-economico dei figli è strettamente correlato a quello dei genitori, determinando disuguaglianze di opportunità e di prospettive.

 Il tutto si traduce anche sulle possibilità lavorative: tra i giovani (15-34 anni) che svolgono una professione qualificata l’incidenza di chi proviene da una famiglia a basso reddito con stranieri è davvero bassa (7,4%); molto più consistenti tra loro sono le quote di chi appartiene a famiglie titolari di pensioni d’argento o della classe dirigente (rispettivamente 42,1% e 63,1%) (Istat, 2017); a partire dal 2000, la quota di abbandono scolastico è andata decrescendo: dal 21,5% delle persone di 18-24 anni nell’anno 2000 al 14,7% del 2015. In questo modo l’Italia ha raggiunto cinque anni prima della scadenza l’obiettivo nazionale fissato al 16% dalla Strategia Europa 2020. Tale valore tuttavia si pone al di sopra dei valori medi europei che si attestano all’11% (Eurostat, 2016).

Nel 2016 il tasso di disoccupazione giovanile (15- 24 anni) si attesta al 37,8%. Il valore è in calo rispetto all’anno precedente, ma si discosta notevolmente dalla media europea (18,7%). Dal 2007 il tasso di disoccupazione giovanile è salito di oltre 17 punti percentuali (dal 20,4% al 37,8%). E’ uno degli aumenti più alti d’Europa. La media UE è passata invece dal 15,9% al 18,7% (Istat, Eurostat, 2017); l’Italia è il paese dell’Unione Europea con la più alta presenza di Neet: nel 2016, 3 milioni 278mila giovani (il 26% della popolazione tra i 15 e i 34 anni) risultavano fuori dal circuito formativo e lavorativo. Seguono paesi come la Grecia (25,6) e la Bulgaria (22,8%). L’universo dei Neet è costituito in maggioranza da donne (56,5% del totale, un milione 853mila), molto presenti nel Nord-est (65,3%), mentre la quota più bassa è nel Mezzogiorno (53,4%). I Neet di provenienza straniera sono circa 555.000, e costituiscono il 16,8% del totale di tutti i Neet 15-34 anni (Eurostat, 2017).

Il 34% degli studenti italiani tra i 15-19 anni ha utilizzato almeno una sostanza psicoattiva illegale nel corso della propria vita (maschi: 39%; femmine: 28%). La sostanza illegale più consumata è la cannabis, seguita da cocaina, stimolanti e allucinogeni; l’eroina è quella meno diffusa (Espad Italia, 2015); in Italia l’89% dei ragazzi tra i 16 ed i 24 anni utilizza internet quotidianamente (dati 2016). Tale valore è molto alto, ma al di sotto della media europea (92%). In Italia e in Europa la percentuale dei giovani “connessi” è in costante aumento dal 2011 (rispettivamente +11,2% e +13,6%). Quasi un giovane su due (nella fascia 15-19 anni) ha giocato d’azzardo almeno una volta nella vita (48,9%) (Eurostat, 2016).

 

I senza tetto

Nel 2015 la Caritas diocesana ha inaugurato un nuovo servizio a favore senza tetto. Nel cuore della città ha aperto un centro diurno, denominato Il Samaritano, e destinato ad ospitare coloro che sono scivolati nelle periferie della nostra società. Essi trovano lì un luogo caldo, accogliente e dotato di alcuni servizi: docce, lavasciugatrici, PC con accesso ad internet, libri, riviste, TV, giochi di società, merenda e tre poltrone per riposare. Quando abbiamo pensato al centro abbiamo scelto di offrire ai senza tetto uno spazio di bellezza. Umberto Galimberti, in un suo saggio dal titolo Il mistero della bellezza, afferma che “l’essenza della bellezza è la sua dimensione simbolica”. Simbolo è una parola di origine greca che sta a significare “mettere insieme”. La bellezza è quindi quella dimensione che compone il sensibile con il sovrasensibile. Cosa vuol dire? Che quando tu guardi a un quadro e resti incantato da quel quadro, ciò che quel quadro rappresenta non rinvia solo a se stesso, ma rimanda a una ulteriorità di significato”.

E come fa il centro diurno ad essere un luogo di bellezza? Lo è nella misura in cui è un luogo di prossimità. Un luogo dove i senza tetto trovano persone che li accolgono, li ascoltano e condividono un po’ di tempo con loro. Hanno imparato a conoscerli e li chiamano per nome. Le strette di mano, lo scambio degli sguardi, le conversazioni e i saluti li fanno uscire da quell’anonimato in cui sono confinati restituendogli umanità.

Avvicinarsi concretamente e restare vicino ai più poveri, a coloro che  collocandosi ai margini sono diventati sempre più invisibili ai più, è un gesto pieno di significato. La persona viene ricollocata nel posto che gli spetta. Con il gesto dell’accoglienza prima ancora che con le parole gli si ripete ogni giorno che la sua vita è preziosa. L’appello che si alza dai volti di tutte le persone che abitano le nostre periferie è uno solo: non guardateci come numeri, non fate di noi una statistica. Ciascuno di noi è un nome e una storia, una vita e dei sentimenti, delle speranze e delle relazioni.  Non è facile né scontato farsi prossimo e raggiungere quei luoghi, quelle situazioni e quelle persone, che sono confinate nelle “periferie” della nostra città. Non è facile né scontato aprire un varco in quel muro invisibile, ma presente, che divide la nostra società tra chi sta dentro e chi è invece fuori.

Non è facile ma è possibile e per indicarne una strada cito il testo di un giovane, Giacomo Mazzariol, che racconta nel libro Mio fratello rincorre i dinosauri il lavoro che ha fatto nel cercare di definire i comportamenti diversi di suo fratello Giovanni. Quando realizza che è affetto dalla sindrome di down chiede ai genitori: “Ma perché non me lo avete detto?”. La loro risposta è la seguente: “Il punto Giacomo, è che Giovanni è Giovanni. Non la sua sindrome. Lui è se stesso. Ha un carattere, dei gusti, dei pregi e dei difetti. Come tutti noi. Non ti abbiamo mai detto della sindrome di down perché noi stessi non pensiamo a Giovanni in questo modo. Non è la sindrome di down che occupa i nostri pensieri ma Giovanni”.

E’ una risposta che potremmo generalizzare perché ci invita a decostruire tutte le categorie sociali che abitano nelle nostre teste e nei nostri cuori. E’ l’incontro con l’altro, chiunque esso sia, se accompagnato da un reale ascolto e conoscenza, che ci aiuta a farci prossimo di ogni uomo, di ogni donna che ci passa accanto. Aiuta a contrastare culture emarginanti che alimentano le “periferie” della nostra società dividendo e contrapponendo.

 

Tags: povertà, emarginazione, senzatetto, Caritas, disoccupazione, giovani, anziani, Don Luigi Ciotti, rapporto povertà

 


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