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52° Rapporto CENSIS

di: Federica Bassignana

L’analisi della società italiana del 52mo rapporto CENSIS è articolata in una serie di temi che danno un quadro preoccupante della società italiana: la paura degli immigrati, il sovranismo psichico e la società aperta, i consumi, divi non più eroi, l’area del non voto, la crisi della UE, crisi economica e innovazione, multiple identità europee, lavoro e formazione, squilibri e diseguaglianze, le rotture affettive.

Per il 75% degli italiani gli immigrati fanno aumentare la criminalità, per il 63% sono un peso per il nostro sistema di welfare.  ll 67% ora guarda il futuro con paura o incertezza.

Solo il 23% degli italiani ritiene di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori. E i. Il potere d'acquisto delle famiglie ancora giù del 6,3% rispetto al 2008.

Scompaiono i giovani laureati occupati (nel 2007 erano 249 ogni 100 lavoratori anziani, oggi sono appena 143)

Pubblichiamo una sintesi del rapporto.

Il sovranismo psichico

La cattiveria: la delusione per lo sfiorire della ripresa e per l'atteso cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani. Ecco perché si sono resi disponibili a compiere un salto rischioso e dall'esito incerto, anche forzando gli schemi politico-istituzionali e spezzare la continuità nella gestione delle finanze pubbliche , nel silenzio arrendevole delle élite.

È una reazione pre-politica con profonde radici sociali, che alimentano una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico, che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare.

Nell'attuale situazione vi è l'assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive. L'Italia è ormai il Paese dell'Unione europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media Ue del 30%, il 43% in Danimarca, il 41% in Svezia, il 33% in Germania. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l'89% di quelle a basso reddito non credono di poter diventare benestanti nel corso della propria vita. Il 56,3% degli italiani non crede che le cose nel nostro Paese stiano cambiando. Il 63,6% è convinto che nessuno ne difende interessi e identità e la quota sale al 72% tra chi possiede un basso titolo di studio e al 71,3% con redditi bassi.

L’intolleranza verso gli altri sdogana i pregiudizi, anche quelli prima inconfessabili. Le diversità sono percepite come pericoli da cui proteggersi: il 69,7% degli italiani non vuole come vicini di casa i rom, il 69,4% persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che si fa di più per gli immigrati che per gli italiani, quota che raggiunge il 57% tra le persone con redditi bassi. Sono i dati di un cattivismo diffuso che erige muri invisibili, ma spessi.

Rispetto al futuro, il 35,6% degli italiani è pessimista perché prova delusione e paura, il 31,3% è incerto e solo il 33,1% è ottimista.

 

Bisogno di sicurezza e società aperta

Il bisogno radicale di sicurezza minaccia la società aperta. Il 63% degli italiani considera negativa l'immigrazione da Paesi non comunitari (contro una media Ue del 52%) e il 45% anche da quelli comunitari (rispetto al 29% medio). I più ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani più fragili: il 71% di chi ha più di 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro ai nostri connazionali, il 63% che rappresentano un peso per il nostro sistema di welfare e per il 75% l'immigrazione aumenta il rischio di criminalità. Il 59,3% degli italiani è convinto che tra dieci anni nel nostro Paese non ci sarà un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse. Nel 2016 i reati denunciati in Italia sono stati 2.487.389.

Solo il 37% sottolinea il loro impatto favorevole sull'economia.

 

I migranti come antidoto allo spopolamento       
In 755 comuni del nostro Paese, pari al 9,5% del totale, la popolazione nell'ultimo quinquennio è cresciuta unicamente grazie agli immigrati. Si tratta di comuni in cui risiedono 11.166.628 abitanti, ovvero il 18,4% della popolazione. L'incremento del 32% degli abitanti stranieri in queste località ha compensato la riduzione degli italiani. Il contributo demografico positivo derivante dalla stabilizzazione dei migranti è particolarmente evidente in quelle aree che sono maggiormente a rischio di spopolamento, ovvero i comuni periferici e ultraperiferici, Si tratta di 1.848 piccoli centri urbani che, anche a causa della distanza dai poli di offerta di servizi essenziali nell'ambito dell'istruzione, della salute e della mobilità, subiscono un graduale processo di marginalizzazione, che induce a un inevitabile declino demografico.         
Nei 1.500 comuni periferici la popolazione nell'ultimo quinquennio si è ridotta dell'1,7%; l'effetto straniero ha invece contribuito a mantenere in vita i 348 comuni più isolati, ultraperiferici.

Nel 2015 gli stranieri extracomunitari proprietari di immobili erano 220.279, corrispondenti al 6,3% del totale degli stranieri extracomunitari residenti in Italia: questo significa che appartiene a stranieri extracomunitari lo 0,4% del totale del patrimonio ad uso abitativo del Paese, e che lo 0,7% dei 31.796.538 proprietari è extracomunitario.       
Circa il 20% dei possessori di casa si trova a Milano ma la quota di stranieri che acquistano un immobile è più alta nelle provincie più piccole, come Bergamo, Vicenza, Lodi, Ascoli Piceno. Al primo posto ci sono gli albanesi, seguiti da cinesi e marocchini.

La classe operaia è straniera: l'88,5% dei dipendenti stranieri fa l'operaio, mentre tra gli italiani la quota sono il 41%.    Solo il 9,9% dei lavoratori stranieri lavora come impiegato, gli italiani sono il 48%. Gli stranieri sono impiegati in profili prettamente esecutivi: braccianti agricoli, assunti con contratti stagionali, assistenti alle persone e collaboratori domestici, i dirigenti stranieri sono 9.556, i 391.585 sono italiani. I rapporti di lavoro avviati nel 2016 mostrano che su 1.881.918 nuove contrattualizzazioni, 520.508 riguardano i

 

La redistribuzione dei migranti     
Al 18 settembre sono stati ridistribuiti 20178.598 migranti con riconoscimento di protezione internazionale tra gli Stati membri dell'Ue . Sono state 1.234 richieste approvate e in attesa di trasferimento, 1.126 richieste inviate a uno Stato membro e in attesa di approvazione, 1.284 richieste istruite ma per cui deve ancora essere individuato uno Stato membro destinatario, 3.500 ulteriori potenziali beneficiari. Oltre alla difficoltà delle procedure e alla manifesta indisponibilità di alcuni Paesi,  anche i criteri di eleggibilità fissati dalla Commissione europea non hanno facilitato il trasferimento dei profughi giunti in Italia. Nel nostro Paese arrivano migranti solo da tre dei Paesi eleggibili per la ricollocazione, cioè una quota residuale, Eritrea, Siria e Yemen, il 7,3% degli sbarcati in Italia tra gennaio e settembre.

 

La criminalità

In cima alla graduatoria per numero di reati denunciati si trovano Milano, Roma, Torino e Napoli. Se si considera il «peso» della criminalità sul territorio, cioè l'incidenza dei reati sulla popolazione, al primo posto rimane Milano, con 7,4 reati ogni 100 abitanti, seguita da Rimini, Bologna e Torino. Nel breve periodo diminuiscono omicidi, rapine e furti, ma crescono i borseggi, i furti in abitazione, le truffe tradizionali e su internet.

Consumi

Il potere d'acquisto delle famiglie italiane è ancora inferiore del 6,3% in termini reali rispetto a quello del 2008. Nel 2017 si è registrato un +12,5% in termini reali del valore della liquidità rispetto al 2008, a fronte di un più ridotto incremento (+4,4%) del portafoglio finanziario delle famiglie. Ed è una tendenza non facilmente superabile.

La forbice nei consumi tra i diversi gruppi sociali si è visibilmente allargata. Nel periodo 2014-2017 le famiglie operaie hanno registrato un -1,8% della spesa per consumi, mentre quelle degli imprenditori un +6,6%.

 

Divo, non eroe

Nella società senza più miti né eroi, vale il divo. I dispositivi digitali continuano la loro corsa inarrestabile, battendo anno dopo anno nuovi record in termini di diffusione e di moltiplicazione degli impieghi. Oggi il 78,4% degli italiani utilizza internet, il 73,8% gli smartphone con connessioni mobili e il 72,5% i social network. Nel caso dei giovani (14-29 anni) le percentuali salgono rispettivamente al 90,2%, all'86,3% e all'85,1%.

I consumi complessivi delle famiglie non sono ancora tornati ai livelli pre-crisi, ma la spesa per i telefoni è più che triplicata nel decennio (+221,6%): nell'ultimo anno si sono spesi 23,7 miliardi di euro per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati. Il 41,8% crede di poter trovare su internet le risposte a tutte le domande (il 52,3% tra i giovani).

Negli anni digitali celebriamo l'io: uno vale un divo, siamo tutti divi, o nessuno, in realtà. La metà della popolazione (il 49,5%) è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso (il dato sale al 53,3% tra i giovani di 18-34 anni). Un terzo (il 30,2% e il 41,6% tra i giovani) ritiene che la popolarità sui social network sia un ingrediente «fondamentale» per poter essere una celebrità,. Ma  un quarto degli italiani (il 24,6%) afferma che oggi i divi non esistono più e appena uno su 10 dichiara di ispirarsi ad essi come modelli nella propria vita (il 9,9%).

 

La mutazione della politica

Alle ultime elezioni politiche l'area del non voto (astenuti, schede bianche o nulle) si compone di 13,7 milioni di persone alla Camera e 12,6 milioni al Senato.. La percentuale dell'area del non voto sul totale degli aventi diritto è salita dall'11,3% del 1968 al 23,5% del 1996, fino al 29,4% del 2018. Il 49,5% degli italiani ritiene che gli attuali politici siano tutti uguali, e la quota sale al 52,2% tra chi ha un titolo di studio basso e al 54,8% tra le persone a basso reddito.

La funzione dei social network nella comunicazione politica è definita «inutile» o addirittura «dannosa» dal 52,9% degli italiani, mentre il 47,1% li giudica al contrario «utili» o «preziosi» perché eliminano ogni filtro nel rapporto tra cittadini e leader politici. L'abilità nel muoversi nella post-verità è la cifra del successo politico:  il 68,3% degli italiani ritiene che le fake news hanno un impatto «molto» o «abbastanza» importante nell'orientare l'opinione pubblica. Oggi sembra finito la combinazione tra identità politica e interessi e i profili identitari dei diversi gruppi sociali sono sempre più sfumati e le relative constituency degli interessi sono sempre più disomogenee.

 

Gli interessi italiani e la leadership perduta dell'Unione europea

Nell'Unione europea vive il 6% della popolazione mondiale, si produce il 22% del Pil e l'euro è il secondo mezzo di pagamento negli scambi planetari. Tra l'area dell'euro e l'Ue a 28 Paesi i tassi di crescita nel 2017 risultano allineati intorno al 2,4% e il rapporto debito/Pil è in media al di sotto del 90%. Al più alto Pil pro-capite dell'area dell'euro (quasi 33.000 euro annui, contro i 30.000 dell'intera Ue) si affianca un tasso di disoccupazione di un punto e mezzo in più tra chi non aderisce alla moneta unica. La quota di popolazione esposta al rischio di povertà e esclusione sociale si aggira per le due aree intorno al 22%.

Tra i 19 Paesi aderenti all'euro solo 7 hanno un rapporto debito/Pil inferiore al 60% come stabilito negli accordi di Maastricht, e degli altri 12 sono in 4 a presentare una quota superiore al 100%.

L’Italia è il 9° Paese esportatore al mondo, con una quota di mercato del 2,9% (il 3,5% se si considera solo il manifatturiero). Rispetto al 2010, in Italia gli investimenti sono ancora all'89,4% del valore di allora, i consumi delle famiglie al 97,4%, la spesa delle amministrazioni pubbliche al 99,1%, il Pil al 99,7% (a fronte di un dato medio europeo in questo caso del 110,6%). Solo l'export è cresciuto (+26,2%). Nel 2017 le esportazioni di merci per la gran parte dentro l'Europa (il 55,6% del valore dell'export) hanno superato i 448 miliardi di euro (+7,4% rispetto al 2016), con un saldo commerciale positivo di 47,5 miliardi.. Le imprese esportatrici sono oggi 217.431 (8.431 in più dal 2012). Su 90,6 milioni di viaggiatori stranieri entrati in Italia nel 2017, ben 63,3 milioni (il 69,9% del totale) provenivano da Paesi europei. Dei 39,2 miliardi di euro spesi in Italia dai turisti stranieri, 22,8 miliardi sono attribuibili ai turisti europei (il 58,2% del totale).

Ma oggi solo il 43% degli italiani pensa che l'appartenenza all'Ue abbia giovato all'Italia, contro una media europea del 68%: siamo all'ultimo posto in Europa, addirittura dietro la Grecia della Troika e il Regno Unito della Brexit. Eppure, finora gli italiani hanno sempre partecipato alle elezioni europee con percentuali di affluenza di gran lunga superiori alla media dell'Ue: nel 2014 il 72,2% contro il 42,6%.

 

Innovazione e traino comunitario

In Italia la spesa pubblica destinata alla ricerca è stata ridotta da poco meno di 10 miliardi di euro nel 2008 a poco più di 8,5 miliardi nel 2017, è passata da 157,5 euro per abitante a 119,3 euro. Per poter competere nell'innovazione, l'unica chance per l'Italia è una maggiore integrazione comunitaria. Per beneficiare del traino che l'Ue esercita attraverso programmi e fondi destinati ai singoli Paesi, come Horizon 2020. Dei quasi 77 miliardi di euro previsti nel budget del programma 2014-2020 ne sono già stati assegnati oltre 33 miliardi, di cui 2,8 all'Italia. Il nostro Paese è il 5° per finanziamenti ricevuti, dopo Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. E il 4° per numero di progetti finanziati: il 9,5% dei quasi 92.000 progetti che hanno ricevuto il contributo.

 

La fiducia/sfiducia nell’Europa

Alla vigilia delle elezioni europee del 2014, nel mezzo della crisi, i cittadini dei 28 Stati che dichiaravano di avere fiducia nell'Ue erano il 31%, ovvero 11 punti in meno del valore registrato nella primavera di quest'anno (42%). Nei Paesi in cui è elevata la fiducia nell'Ue e contemporaneamente è positivo il giudizio sulla situazione del proprio Paese si è registrata una forte risalita post-crisi, con una variazione del Pil nel periodo 2012-2017 che oscilla tra il +55,3% in termini reali dell'Irlanda e il +4% della Finlandia. Al contrario, nel gruppo di Paesi in cui la fiducia nell'Europa è bassa, anche il giudizio sulla situazione interna è negativo: tra questi figura l'Italia, insieme a Francia, Regno Unito, Spagna e Grecia. In questo gruppo il timore di rimanere senza un'occupazione è espresso dall'83% dei cittadini in Grecia e dal 69% in Italia, contro una media europea solo del 44%.

 

I giovani europeisti

Le giovani generazioni in Europa sono una minoranza. La quota di cittadini europei di età compresa tra 15 e 34 anni è pari al 23,7%, quella dei giovanissimi (15-24 anni) ha un'incidenza di poco superiore al 10%. In dieci anni, dal 2007 al 2017, la coorte dei 15-34enni si è contratta dell'8%. L'Italia, con la sua quota del 20,8% di giovani di 15-34 anni sulla popolazione complessiva, di tutti i 28 Paesi membri dell'Ue è quello con la più bassa percentuale di giovani, diminuita nel decennio del 9,3%. rappresentano però le tre principali accezioni attribuite all'Europa I valori positivi dell’Europa per i giovani europei sono la libera circolazione, l’euro e le diversità culturali.

 

L'ipoteca sul lavoro e la formazione del capitale umano

Tra il 2000 e il 2017 nel nostro Paese il salario medio annuo è aumentato solo dell'1,4% in termini reali. La differenza è pari a poco più di 400 euro annui, 32 euro in più se considerati su 13 mensilità. Nello stesso periodo in Germania l'incremento è stato del 13,6%, quasi 5.000 euro annui in più, e in Francia di oltre 6.000 euro, cioè 20,4 punti percentuali in più. Se nel 2000 il salario medio italiano rappresentava l'83% di quello tedesco, nel 2017 è sceso al 74% e la forbice si è allargata di 9 punti. Tra il 2007 e il 2017 gli occupati con età compresa tra 25 e 34 anni si sono ridotti del 27,3%, cioè oltre un milione e mezzo di giovani lavoratori in meno. Nello stesso tempo gli occupati di 55-64 anni sono aumentati del 72,8%. In dieci anni siamo passati da un rapporto di 236 giovani occupati ogni 100 anziani a 99. I 249 giovani laureati occupati ogni 100 lavoratori anziani del 2007 sono diventati appena 143. A rendere ancora più critica la situazione sono i giovani sottoccupati: nel 2017 237.000 persone di 15-34 anni, valore raddoppiato nell'arco di soli sei anni. Così come è aumentato sensibilmente il numero di giovani costretti a lavorare part time pur non avendolo scelto: 650.000 nel 2017, ovvero 150.000 in più rispetto al 2011.

 

Rimangono persistenti gli squilibri nella formazione del capitale umano. L'Italia investe in istruzione e formazione il 3,9% del Pil, contro una media europea del 4,7%. Investono meno di noi solo Slovacchia (3,8%), Romania (3,7%), Bulgaria (3,4%) e Irlanda (3,3%). Tra il 2014 e il 2017 i laureati italiani di 30-34 anni sono passati dal 23,9% al 26,9%, ma nello stesso periodo la media Ue è salita dal 37,9% al 39,9%: ben 13 punti percentuali in più. Gli abbandoni precoci dei percorsi di istruzione nel 2017 riguardano il 14% dei giovani 18-24enni, contro una media Ue del 10,6%. A parità di potere d'acquisto, la spesa per allievo risulta inferiore alla media europea di 230 dollari nella scuola primaria, di 917 dollari nella secondaria di I grado, di 1.261 dollari nella scuola secondaria di II grado. Il divario più ampio è relativo all'educazione terziaria: in Italia si spendono 11.257 dollari per studente (7.352 dollari se si escludono le spese per ricerca e sviluppo), mentre la media europea è pari a 15.998 dollari (11.132 dollari senza la R&S), con una differenza dunque di ben 4.741 dollari (il 42% in più).

 

La crescita diseguale dei territori

L'Italia è quella che resta indietro. A fine 2017 il Paese era ancora 4 punti sotto il valore del Pil del 2008, ma con regioni in pieno recupero (-1,3% la Lombardia e -1,5% l'Emilia Romagna) e altre in forte arretramento: -5,0% il Lazio, -6,2% il Piemonte, -7,9% la Campania, -10,3% la Sicilia, -10,7% la Liguria.

Va segnalata anche la rottura sempre più ampia delle relazioni affettive stabili. Ci si sposa sempre di meno e ci si lascia sempre di più. Dal 2006 al 2016 i matrimoni sono diminuiti del 17,4%, passando da 245.992 a 203.258. A diminuire sono soprattutto gli sposalizi religiosi (-33,6%), mentre quelli civili sono aumentati del 14,1%, fino a rappresentare il 46,9% del totale. Le separazioni sono aumentate dalle 80.407 del 2006 alle 91.706 del 2015 (+14%), mentre i divorzi, anche per impulso della legge sul «divorzio breve», raddoppiano letteralmente, passando dai 49.534 del 2006 ai 99.071 del 2016 (+100%). E cresce la singletudine: le persone sole non vedove sono aumentate de 50,3% dal 2007 al 2017 e oggi sono poco più di 5 milioni.

 

 

Tags: giovani, Società italiana, rapporto Censis

 


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