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“Tutte le tracce lasciate dall’uomo sono fonti”: la storia “globale” di Renato Bordone

di: Ezio Claudio Pia

Alla persistente vitalità del magistero Renato Bordone si lega la circolazione degli orientamenti della prestigiosa scuola medievistica torinese – a livello non soltanto italiano ed europeo – in particolare sui temi della città e del territorio tra alto e basso medioevo; sulla politica imperiale tra XII e XIV secolo (dal Barbarossa all’Alto Arrigo); sul ruolo esercitato entro il mercato internazionale del credito dai banchieri astigiani.

Va rimarcato come l’esigenza di approfondire la vicenda di questi uomini d’affari – che si sviluppa sul lungo periodo, dal Duecento al Seicento, ben oltre dunque la convenzionale fine del medioevo – sia all’origine della fondazione del Centro studi sui lombardi e sul credito, attivo da oltre un ventennio presso l’Archivio storico del Comune di Asti e oggi intitolato a Renato Bordone. Né si può dimenticare che all’approccio innovativo e sistematico di Bordone alla storia territoriale, capace di superare la distinzione tra locale e generale, si deve la nascita del Centro interuniversitario di storia territoriale “Goffredo Casalis”.

Sul piano della storia delle idee e dell’immaginario, infine, Renato Bordone va ricordato come lo studioso che, fin dal primo decennio della sua attività scientifica, ha saputo cogliere la centralità – per la storia della civiltà occidentale – non soltanto del medioevo ma anche degli usi politici che le epoche successive ne hanno ricavato. E ancora ha riconosciuto la rilevanza dell’età di mezzo come elemento centrale e generativo dei modelli intellettuali, così come delle pratiche socio-politiche, delle fasi storiche seguenti: il riferimento è agli studi sul neomedioevo che hanno visto in lui un pioniere fino a oggi insuperato.

Una visione etica del mestiere di storico le cui radici sembrano affondare nel legame con la terra di origine, quale emerge in un brano giovanile ma di straordinaria maturità – oltre che di intensa liricità – in cui si narra di una passeggiata compiuta il Sabato santo nel cimitero del paese dei suoi avi, Villafranca d’Asti (1964). Sono messe in evidenza – con forza intellettuale e morale che si riverbera in una prosa eccezionalmente bella ed evocativa – la sacralità della memoria e l’adesione alla concretezza dell’esperienza umana di ogni tempo e di ogni luogo, nel suo incessante itinerario, ora lieto ora doloroso, che Bordone esprime con temperamento e forza fenogliani.

Vedo il cielo ancora cupo, minaccioso, ma che si infrange qua e là d’azzurro, illuminato a tratti dal sole (…). Per la discesa oltre le ultime case che ostentano provincialmente una ricercatezza cittadina, ancora il sole mi accompagna al Cimitero (..). E dall’alto del poggio, mentre nuovamente il sole disegna la mia ombra e la confonde con quella della cappella, vedo la schiera silenziosa e forte dei miei buoni antenati: vedo da quei marmi il coraggio di vivere, di ricostruire, di seminare sui campi distrutti, senza posa, senza scoraggiamenti. E questa vita, questa consapevolezza mi rende sereno e mi rinnova la forza: ora ho un dovere verso di essi, simili a me negli affetti, nei desideri, nelle aspirazioni e dissimili in un unico particolare, che essi furono e io sono. Ho il dovere di vivere, come loro e grazie anche a loro. Mentre scendo gli scalini consunti, tra l’erba che spunta rigogliosa, sento che amo fortemente questa terra e questi uomini e che l’amerò sempre, perché essi vivono in tutti quelli che sono rimasti, in tutti quelli che lottano per raccogliere le spighe prodighe. Perché noi siamo la terra e per questo la amiamo, perché noi lottiamo per vivere e viviamo per amare. Amare tutti, i vivi e i morti, perché tutti, i vivi e i morti, sono la terra. Essi ci hanno solamente preceduti e ci hanno indicato una strada, scavato un cammino. Ora rimangono là abbarbicati alla collina, perché la loro volontà è legata per sempre a quelle zolle, che hanno insegnato loro a lottare per vincere, a vivere per amare. La terra, gli uomini, Dio.

Ora essi sono parte di quelle zolle e insegnano a noi. E mentre richiudo piano piano il cancello senza rumore, credo che non dimenticherò l’insegnamento di quella schiera di eroi senza nome, di vecchi patriarchi, di saldi giovani, di madri, di spose fedeli, di fanciulli e di fanciulle che riposa nella sua terra, proprio a ridosso del suo paese[1].

Questa testimonianza, robustamente ancorata alla memoria del territorio – ma anche consapevole dell’importanza di esplorare i “territori” della memoria personale e collettiva –, illumina il rapporto dinamico tra storia locale e generale che accompagna oltre quarant’anni di studi di Bordone con esiti che rivelano la ricaduta internazionale delle sue acquisizioni, cioè lo specifico contributo che ha portato alla storiografia. È in una breve ma densa precisazione pubblicata nel 1990 che egli mette in luce la propria peculiare visione, ricollegandosi alla scuola delle “Annales” dalla quale deriva “attraverso la microstoria (…) un modello di ricerca di storia globale”:

La storia locale altro non è che una forma particolare di quella generale, la cui verifica va attuata nei singoli casi. La storia locale può essere essa stessa grande e sussiste solo la distinzione fra la qualità buona o cattiva del prodotto storiografico (…) [nell’ultimo quarto del XX secolo] gli storici di professione riscoprivano insomma l’importanza della verifica degli intimi funzionamenti dei meccanismi che regolavano le società di antico regime, valorizzando la ricostruzione delle strutture particolari di un’area campione grazie alla pluralità dei dati convergenti su un unico soggetto. Di qui il ruolo fondamentale assegnato alla documentazione locale, al reperimento di ogni tipo di fonte atto a far luce sulle molteplici realtà territoriali, secondo quel caratteristico orientamento, sostenuto da Bloch e dai suoi continuatori, per cui tutte le tracce lasciate dall’uomo sono fonti[2].

Un approccio alla ricerca che sembra fondere l’insuperata sintesi dell’Apologia della storia di Marc Bloch – secondo il quale la storia si configura come la “scienza degli uomini nel tempo [che] ha incessantemente bisogno di unire lo studio dei morti a quello di viventi”[3] – con recenti e non meno decisive considerazioni: mi riferisco in particolare alla necessità, messa in luce da Giuseppe Sergi, di fare storia ricercando le “eccezioni che smentiscano la legge generale”, evitando anacronismi e automatismi ed eleggendo l’ “imprevedibilità” come orizzonte di attesa normale del ricercatore[4].

Va rilevato in conclusione che, sulla base di questo orientamento e di questa intuizione di metodo, la storia astigiana è divenuta un modello di rilevanza internazionale: un esito suggerito da altre riflessioni giovanili (1966) – nate dalle esperienze di ricerca negli archivi astigiani – che molto dicono del respiro etico e storiografico che avrebbe caratterizzato l’uomo e lo studioso:

Solo tramite la deduzione dal documento lo storiografo può azzardarsi a ricostruire l’epoca ma non mai, come sono usi fare molti storici, capovolgere il processo e applicare l’epoca all’idea prefabbricata. Medioevo: oscurità; Rinascimento: luce, piuttosto Settecento: secolo dei lumi (…). La storia non può essere studiata diversamente che sul documento (…). Allo storiografo non è quindi dato di giudicare ma solo di ricostruire. E perché? Non può giudicare, perché come abbiamo detto tutta la storia deve essere vista in visione complessiva e di conseguenza se noi limitiamo per motivi di studio un’ “epoca” automaticamente interrompiamo il fluire di causa ed effetti e giudicando commetteremmo ingiustizia per mancanza di approfondimento. In secondo luogo, proprio per la legge d’evoluzione, ogni “epoca” ha i suoi uomini con i propri principi diversi da quelli di epoche successive: applicare i nostri principi contemporanei al Medioevo è commettere un gravissimo errore storico[5].


[1] R. Bordone, Passeggiata di sabato Santo (1° aprile 1964), in Id., “Un affetto profondo e sincero per Villafranca per questa meravigliosa terra astigiana”, Saggi e ricerche di Renato Bordone, a cura di R. Gendre, Alessandria 2016, pp. 351-353; cfr. nello stesso volume: E.C. Pia “Il coraggio di vivere, di ricostruire, di seminare”: Renato Bordone, Villafranca e il mestiere di storico, pp. XVII-XXVI.

[2] R. Bordone, Prospettive di ricerca e di metodo per una storia del territorio, in “Alba Pompeia”, XI, 1990, p. 66.

[3] M. BlochApologia della storia o Mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1982 (1ª ed. 1950) p. 56.

[4] Si rimanda alla recensione del volume di G. Sergi, Antidoti all’abuso della storia. Medioevo, medievisti, smentite, Napoli 2012, pubblicata da M. Vallerani, in “Bollettino storicobibliografico subalpino”, CX, 2, 2012, pp. 655-658.

[5] Archivio Famiglia Bordone, manoscritto, dicembre 1966.

 

 

Tags: storia medievale, astigiana

 


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