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Dalla memoria individuale ai legami di comunità Attraverso i percorsi della storia*

di: Gian Giacomo Fissore

Presentiamo il nuovo numero della rivista della Società di Studi Astesi “Il Platano” XLIII tomo con il saggio introduttivo dello storico prof. Gian Giacomo Fissore, coordinatore scientifico con Ezio Claudio Pia della rivista. I molti contributi pubblicati rappresentano un modello di una storia che si fonda sull’analisi episodi locali, che spesso si configurano come effetti di grandi eventi mondiali.


 Fonti e  ricerche de “Il Platano”

Le nuove fonti e le ricerche su di esse sono tessere di un mosaico che non possono  – in quanto isolate – restituirci l’intero passato, ma chiedono di essere interrogate come possibili articolazioni di una realtà complessa a cui i singoli pezzi del mosaico apportano un contributo egualmente importante, purché la lettura di esse si confronti con tutti i collegamenti – spaziali e temporali – che le varie discipline specialistiche oggi ci consentono con ben maggiore rilievo rispetto a quelli percepiti dalla storiografia precedente.

Così, ancora una volta, la lettura e rilettura dei contributi per la pubblicazione del XLIII tomo de “Il Platano” sono state condotte da me e da Ezio Claudio Pia soprattutto per ottenere un’adeguata uniformità grafica e una dignitosa veste scientifica che corrisponda alla qualifica prestigiosa di “rivista con requisiti di scientificità”, qualifica assegnata dagli organismi universitari a ben poche riviste di ambito locale in Italia. Tale ripetuta e coinvolgente lettura mi ha ancora una volta convinto di quanto, con la chiarezza e concisione tipica dello storiografo di vaglia, Renato Bordone ha espresso fin dal 1990:

 La storia locale altro non è che una forma particolare di quella generale, la cui verifica va attuata nei singoli casi. La storia locale può essere essa stessa grande e sussiste solo la distinzione fra la qualità buona o cattiva del prodotto storiografico. (Prospettive di ricerca e di metodo per una storia del territorio, in “Alba Pompeia”, XI,  1990, p. 66).

Un modello di storia

E in questo senso, anche oggi mi sembra di poter dire che i lavori contenuti nella rivista continuino a rispettare e a incrementare il modello di una storia che si fonda sull’analisi minuta di episodi i quali appaiono a volte minimi e locali, mentre altre volte si configurano come inevitabili effetti collaterali di grandi eventi mondiali. Questa analisi è stata orientata, nei diversi contributi, sia verso la rilettura di fonti già esaminate da altri studiosi, sia verso lo studio di documenti inediti: tutti questi interventi vogliono essere non solo leggibili dai futuri ricercatori alla luce dei vari contesti (anche quelli storiografici) in cui si svolsero e in cui furono valutati al momento del loro compimento, ma anche analizzati con le nuove conoscenze storiografiche accumulatesi nei tempi successivi e pertanto, grazie a ciò, utilizzabili come tessere per una ulteriore e sempre più approfondita conoscenza storica del passato comune dell’umanità. Una disposizione e una sensibilità, queste, peculiari dello stile generoso di Paolo De Benedetti, cui farò riferimento più ampio nelle battute finali della presentazione, come sentito e doveroso omaggio al suo ruolo discreto ma fondante per la rivista e la Società di Studi Astesi.

Anche in questa occasione – ormai da parecchi anni mi dedico a questo lavoro di redazione insieme con Ezio Claudio Pia, con l’impegnativo compito di continuare l’attività del caro e rimpianto amico Renato Bordone nei confronti della rivista – ho avuto una intensa percezione di come tutti i frammenti di memoria – tutte le tessere dei diversi orientamenti storici, linguistici, letterari ed eruditi che vi compaiono – offrano in verità un senso di armonica composizione per la comprensione di interi secoli di storia in cui gli abitanti di Asti e dell’Astigiano sono stati compartecipi delle fatiche di vivere e comunque sempre, per la loro parte, protagonisti e anche, troppo spesso, vittime di  tragedie immani, dettate dall’insana violenza di poteri e di gruppi dirigenti distanti dal senso di fraternità propria di una umanità che sappia riconoscere sé negli altri e non sé contro gli altri.   

Spira, nell’insieme dei contributi, un senso comune di affettuosa – spesso anche dolorosa e nostalgica – attenzione per i casi e le persone che vi sono ricordati e descritti. Il giusto rispetto per l’umanità spesso dolente che si affronta nella ricerca produce tuttavia racconti che a loro volta si sforzano di ripercorrerne le vicende con precisione e misura del tutto lontane dagli eccessi di “buonismo” (che orribile parola è diventata questa, nell’accezione di “ipocrisia salottiera” con cui si usa oggi!) o di enfasi commemoratoria. I nostri antenati, lontani o vicinissimi che essi ci siano, entrano dunque, in questa maniera, a fare davvero parte della storia comune, sono un “riconoscimento” (intendendo la parola come “rivelazione”) delle loro azioni, che non rimane un puro gioco retorico come risulterebbe per chi scrive solo alla ricerca di una soddisfazione per il proprio ego, ma rappresenta il lavoro serio di chi vuole riportare in luce fatti e uomini che vale la pena di inserire nel contesto della storia con la “S” maiuscola.  

In questa ottica, davvero la nostra rivista meriterebbe il sottotitolo unitario di “Materiali per la storia”.

L’unità di senso dei vari contributi

Va peraltro segnalato che talora la pur necessaria strutturazione editoriale può costituire per un lettore occasionale una maggiore difficoltà a percepire la fondamentale unità di senso dei vari colorati e personali interventi degli autori. Per cui alla ricerca dell’unitarietà poc’anzi citata – nel presente estratto del mio intervento tenuto in occasione della presentazione del “Platano” annualmente teso ad orientare una lettura comprensiva dell’unità di fondo che si coglie nelle storie narrate nell’ambito di un territorio ben individuato –, cercherò di segnalare alcuni saggi della nostra rivista raggruppandoli per argomento, senza badare alla loro effettiva disposizione nello spazio delle nostre ormai tradizionali sezioni.    

Apriamo – come sempre ad evidenziare il nostro riferimento costante al suo instancabile lavoro di storico, maestro e amico – con un prezioso contributo di Renato Bordone, Il medioevo ritrovato di Ottavio Baussano nel panorama deimedievalismidel Novecento, in cui ancora una volta il compianto innovatore della medievistica italiana ed europea ci insegna quante opportunità presenti la storia astigiana per offrire sempre nuove conoscenze ai suoi conterranei, proprio nel momento in cui, valendosi delle specificità di Asti, le allinea, le confronta, definendo e arricchendo in tal modo quel momento della cultura europea del primo Novecento a cui Asti ha vivacemente partecipato; il saggio è corredato da un analitico e chiaro intervento di Donatella Gnetti sulla vita e le opere di Baussano, utile esemplificazione concreta degli stimoli ad ulteriori indagini che ci vengono da un vero maestro.

Procedendo secondo il criterio cronologico, si segnalano per l’ampiezza di impegno i due lavori di inquadramento delle strategie messe in atto dai poteri dominanti per ottenere il controllo del loro territorio nei secoli cruciali del medioevo: Mauro Banfo, Una lite duecentesca che conferma l’abbazia di San Bartolomeo di Azzano come una potente entità politico-religiosa e Ezio Claudio Pia, Stratificazione dei conflitti e reti di relazione intercittadine in Piemonte tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo.

Con Simonetta Doglione e il suo bel saggio sui pellegrinaggi dal medioevo alla riscoperta della pratica nei nostri giorni, Percorsi di devozione: le strade di casa nostra nelle traiettorie europee, si è aperto un orizzonte vastissimo, a cui aggiungerei la felice coincidenza di un casuale abbinamento tematico nel lavoro di edizione a cura del sottoscritto e ad opera di Anna Ghia, Cronaca di un miracolo. Lettura di una fonte, in cui si amplia l’ambito cronologico del valore sociale e del coinvolgimento collettivo posto in essere nei casi di eventi straordinari: grazie alla minuziosa descrizione di un evento del 1718 che coinvolse la città e un esteso ambito regionale, siamo in grado di constatare come le cerimonialità liturgiche e l’organizzazione gerarchica della società cittadina si ripetano in forme quasi immutate rispetto a quelle descritte nelle cronache dei miracoli nell’XI secolo, quegli eventi cioè che diedero inizio e spinte incontenibili al fervore di movimenti di folle lungo le strade di pellegrinaggio attraverso il continente.

Un altro gruppo tematico si può individuare nella transizione dal medioevo all’età moderna con la grande diffusione della scrittura rivolta ad un pubblico numeroso e soprattutto con l’applicazione delle tecniche a stampa per produrre rapidamente grandi quantità di copie di testi per un pubblico che evidentemente ne faceva domanda a favore di un mercato non più specialistico. Mi riferisco rispettivamente al saggio di Matilde Picollo, Considerazioni su un’iscrizione del XV secolo ritrovata nella chiesa romanica di San Nicolao a Settime – in cui si analizza un lungo testo poetico di carattere apocalittico che su una parete della chiesa sostituì un più tradizionale affresco di “Ultimo giudizio” –, al lavoro di Daniela Nebiolo, Di cinquecentine e secentine della Biblioteca dell’Ospedale Civile di Asti, e al saggio di Aldo Gamba, Excursus sull’editoria astigiana del Rinascimento.

Con l’informatissimo e raffinato saggio sulla cultura musicale tra XVII e XVIII secolo di Paolo Cavallo, Rapporti musicali tra Asti e Vercelli tra Sei e Settecento, entriamo nel concreto di vite di musicisti e di committenze, con dati di notevole interesse non solo per la musica, ma per la comprensione della temperie culturale di questi secoli in cui sta maturando la grande Rivoluzione della Ragione. A questo lavoro affiancherei i due pregevoli studi di ambito alfieriano e – dunque, inevitabilmente – di ampi orizzonti italiani ed europei: Carla Forno, Due rare riviste settecentesche nella Biblioteca Alfieriana: specchio dell’epoca, fra logge massoniche e teatri; Maria Teresa Barolo, Suggestioni alfieriane in ritratti del primo Ottocento: Foscolo, Cicognara, Podesti.

Spontaneo nasce il collegamento con l’erudito articolo di Pippo Sacco, Tra meridiane e orologi: il contributo dell’abate Giulio Cesare Cordara, in cui, nel narrare straordinarie complicazioni di una società settecentesca che – anche per la misura del tempo – cerca soluzioni tecnologiche unificanti, ci viene presentata la vicenda dell’abate Cordara del quale si narrano gli sforzi (destinati all’insuccesso) per orientare le scelte di un’ora unificata europea e l’entusiasmo per la supremazia dei moderni orologi meccanici, in pieno e sincero spirito illuminista.

Il tema della meccanizzazione, in questo caso dei mezzi di trasporto locale tra Ottocento e primo Novecento, è ripreso nel fine lavoro di Franco Zampicinini, Progetti pionieristici di linee automobilistiche di trasporto pubblico nell’Astigiano tra fine Ottocento e il 1910.

Gli scambi culturali e colturali sono il centro di due testi molto interessanti relativi allo studio e all’applicazione pratica della tradizione vitivinicola astigiana tra Ottocento e pieno XX secolo. Mi riferisco a Gaspare Licandro, Rocchetta Tanaro al centro degli studi ampelografici in Europa nella seconda metà dell’Ottocento. Lo scambio di vitigni tra Asti e la Francia, e a Giancarlo Libert, I salesiani Padre Paolo Robotti, Padre Francisco Oreglia e Padre Renato Cavallo nel Monferrato dell’Argentina; mentre nell’ampio e documentato lavoro di Pinuccia Arri, Asti durante la Grande guerra: metamorfosi di una città di provincia ci confrontiamo con le precise e minutissime descrizioni della vita economica e sociale della città e della campagna, travolte dai disastri umani della guerra e dai disagi determinati dal ricovero dei feriti al fronte e dall’accoglienza degli sfollati, in un triste quadro di ripiegamento e impoverimento collettivo.

A questo vorrei collegare due ricerche rivolte in forma assai diversa al tema del dialetto come fonte di una conoscenza unica e spesso antitetica a quella ufficializzata nell’italiano burocratico: Maria Grazia Cavallino, Il falò di San Rocco; Alberto Ghia, Asti e i suoi dialetti. Alcune osservazioni sui dialetti parlati nella provincia di Asti, del quale in particolare mi pare utile segnalare il prezioso contributo alle ricerche sulle fonti che ci viene offerto grazie all’aggiornato quadro dello stato dell’arte sulla storia dei volgari e sui fondamenti metodologici su cui essa si basa, facilitando in tal modo tutti gli storici nella lettura e valutazione delle fonti in volgare piemontese.

Il saggio di Laurana Lajolo, La “ri-composizione” de Il partigiano Johnny, di fine sensibilità letteraria e storica, si pone in certo modo a cerniera fra la seconda guerra mondiale e il dopoguerra, analizzando in trasparenza il recupero della Resistenza attraverso l’analisi delle traversie di un testo incompiuto per arrivare al pubblico.

Con Maria Grazia Bologna, La lunga vigilia del ’68 sui fogli studenteschi astigiani. Il “decennio di preparazione” degli studenti astigiani, si affronta un tema fondante della società attuale, che molti di noi hanno vissuto in vari modi e livelli e che si colora – per quelli di una certa età ­– del ricordo insieme di molte persone e di molti sogni tutti purtroppo scomparsi.

A questo quadro della società presente che si va formando grazie ai due interventi sopra citati, si aggiunge una testimonianza di Carlo Cerrato, Gianni Goria, un ricordo. Trent’anni dal Governo, venticinque dalla scomparsa su quanto Goria si sia caratterizzato nei suoi interventi pubblici come politico consapevole dei limiti della sua azione, con un understatement che mi pare tipicamente piemontese e particolarmente confacente ad un astigiano, ma che, per allora, sottolinea anche la capacità di precisa individuazione dei problemi politici che esploderanno nei decenni successivi alla sua morte.

Del presente immediato si occupano due pregevoli ricerche, che con uno sguardo insieme partecipato e pacato guardano ad eventi vicini a noi anche nello spazio oltreché nel tempo, aprendosi però a suggestioni e presenze del mondo circostante: Luigi Ghia, In viaggio con gli “oggetti dell’anima”, analisi etno-sociologica del “migrante” di forte impatto emotivo, e Dario Rei, Eutopia di collina. Considerazioni sullo sviluppo locale nelle  aree  marginali del  Nord Astigiano.  

Citerò infine due importanti contributi di più vasto orizzonte, ma che sono molto importanti per segnare alcuni punti forti del pensiero moderno e contemporaneo: Claudio Cavalla, in Hannah Arendt: la storia e l’azione, illustra magistralmente la figura di una straordinaria intellettuale tragicamente impegnata nelle vicende di storia e di pensiero del periodo bellico e del secondo dopoguerra, proponendoci i punti salienti del suo fare e pensare la storia; Francesco Scalfari con La razza non è scienza e l’umanità è senza razze! cerca con civile passione di chiarire i termini scientifici di un modello ottocentesco e coloniale dei popoli, convogliato e ripreso oggi nel termine di razza, in cui razzismo e xenofobia formano un nodo terribile di inciviltà.

Particolare attenzione merita la sezione “esperienze” con i contributi di Chiara Cerrato e Stefania Toso – su un interessante progetto di digitalizzazione dei documenti relativi al Palio di Asti – e di Barbara Molina, Fabrizio Fassi, Alessandro Viale sull’immagine del santo patrono Secondo colta in prospettiva diacronica, a partire da un’interessante mostra presso l’Archivio storico del Comune.

Dialoga efficacemente con l’impostazione della rivista la sezione dedicata ai ricordi degli scomparsi: don Alessandro Quaglia, Gino Turello, Enrica Binello Ratti, Aris Accornero, figure che a vario titolo ma con uguale dedizione e impegno hanno accompagnato la cultura locale e non solo, esercitando un ruolo di orientamento e di sostegno attento e prezioso in vita e, tutti ci auguriamo, attivi ancora a lungo per effetto della memoria delle loro vite esemplari.

Ricordi di Paolo De Benedetti

Un ruolo condiviso dall’opera generosa di Paolo De Benedetti la cui memoria intendo onorare in chiusura a partire dal Paolo “privato” consegnatoci nel ricordo affettuoso della sorella Maria, che ci restituisce la versatilità della sua preparazione e l’empatia che ne accompagnò la lungimirante attività in settori differenti, dall’editoria alla teologia: percorsi i quali tuttavia presentano i tratti unificanti di una personalità d’eccezione, come ben rivela, ad esempio, la scelta di portare nei circuiti editoriali italiani una figura come quella di Dietrich Bonhoeffer. 

 Un percorso che trova efficace compimento nell’inquadramento importante e prezioso di Enzo Montrucchio che si dedica con dialogante sensibilità alle articolate e ricchissime relazioni epistolari di Paolo De Benedetti. Chiude questa sezione il saggio di Maurizio Scordino con un approfondito itinerario che, a partire dalla tesi di laurea di De Benedetti – discussa nel 1950 con lo storico della filosofia Carlo Mazzantini –, illumina in particolare la sua peculiare attenzione per la cosiddetta “teologia degli animali”, davvero sintomatica di una sensibilità (la parola suggerita dalla sorella nel suo intervento è “tenerezza”, un tono davvero illuminante della sua personalità) per la totalità del creato, che anticipa e sopravanza l’attuale pensiero diffuso nei confronti della vita in tutte le sue forme e manifestazioni.

*estratto dall’intervento tenuto in occasione della presentazione del t. XLIII, 2018, de “Il Platano”, rivista della Società di Studi Astesi

 


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