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Il filo nero del razzismo in Italia

di: Cesare Panizza, storico

“Il filo nero del razzismo” a 80 anni dalle Leggi razziali fasciste. Cesare Panizza ricostruisce gli atteggiamenti razzisti in Italia dal colonialismo alla persecuzione degli ebrei con cenni all’odierna xenofobia.

«Frequento la seconda media e come tante mie compagne sono andata a vedere la mostra dei campi di concentramento […]. Poi ne sono nate delle discussioni. Chi dubita, chi dice che la mostra è solo propaganda antitedesca. Chi dice che c’è dell’esagerazione e chi asserisce che tutto è vero. Qualcuna delle mie compagne dice che “Se quelle cose fossero veramente avvenute, sui nostri libri di scuola ci sarebbe qualche traccia”. […] Io vorrei che qualcuno mi dicesse qualcosa di più. Io, figlia di un fascista, sono rimasta spaventata da quel che ho visto e ho pregato Dio che mio padre sia innocente di quella strage». [...].[«La Stampa», 29 novembre 1959]

Le responsabilità taciute

Anna Foa ha più volte in questi anni notato la difficoltà di costruire memoria attorno alle leggi razziali italiane dell’autunno 1938.[1] Non che durante il settantennio repubblicano non se ne fosse parlato. In connessione con i periodici ritorni di interesse per la Shoah in genere, il tema fu sottratto a un oblio relativo o meglio alla sua dimensione primaria di sommatoria di tragedie innanzitutto private. Come per esempio accadde fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, il periodo della (ri)-scoperta clamorosa di Se questo è un uomo di Primo Levi (la prima edizione Einaudi del 1958), del processo Eichmann (1961) e delle polemiche attorno alla rappresentazione de Il Vicario di Rolf Hochhuth o al celebre libro di Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, entrambi apparsi nel 1963, e tradotti in italiano l’anno successivo. Fu una stagione promettente, ma troppo breve perché si compisse una compiuta storicizzazione delle leggi razziali italiane, magari a partire dal pioneristico lavoro di Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo (1961) che ne rimane il frutto storiografico più importante e controverso. Si dovette attendere il cinquantesimo anniversario della loro promulgazione perché si avviasse una riflessione più matura, che negli anni successivi si sarebbe arricchita di importanti acquisizioni storiografiche.

Ad impedirlo, nella seconda metà degli anni Sessanta e poi soprattutto nei Settanta, fu la dimensione pan-politica e ideologica assunta dalla ricerca che rese incapace la storiografia italiana di vedere nell’antisemitismo fascista e nella legislazione che se ne originò, un autonomo oggetto di interesse. Al pari di altri aspetti degli anni del regime potenzialmente evocativi dei molteplici nessi esistenti fra società italiana e fascismo, dunque in grado di revocare in dubbio la pretesa dell’estraneità della prima al secondo o della superficialità e transitorietà del consenso alla dittatura, le leggi razziali furono così a lungo rimosse o banalizzate anche dalla migliore storiografia. E tali sarebbero in fondo rimaste anche in anni più vicini a noi nel senso comune. Avrebbe così continuato a circolare la tesi che ridurrebbe – annullando il contesto storico e soprattutto occultando la vera natura del progetto totalitario fascista – quelle leggi soltanto una concessione all’alleato tedesco. Circoscrittane la responsabilità a Mussolini e al limite ai gruppi dirigenti il paese, ne verrebbe assolta una nazione non disposta psicologicamente né alla fine del conflitto, né dopo, a riconoscersi anchenel ruolo del carnefice.

Il mito della mitezza o della poca scrupolosità di applicazione delle leggi razziali italiane – storicamente fra i più infondati, visto che esse furono per molti aspetti anche più odiose di quelle di Norimberga – divenne così tutt’uno con quello degli italiani brava gente, ma anche con quello di un Mussolini antisemita per puro calcolo e opportunità. Si tratta di una costellazione memoriale a grandi linee custoditasi intatta fino a oggi in certi settori della società italiana (e che non ha mancato per certi versi di una sponda autorevole fra gli studiosi, come quella offerta precocemente proprio da De Felice) nonostante da tempo, appunto almeno dal 1988, una storiografia assai meno distratta rispetto al passato ne abbia – in virtù anche dei benefici del tempo trascorso – ampiamente dimostrato l’infondatezza.

È difficile disfarsi degli stereotipi e dei pregiudizi che li sostengono, soprattutto quando sono “comodi”, ma forse a favore di questa loro persistenza ha giocato e gioca anche altro. Per paradosso, sembrerebbe che proprio la centralità assunta negli ultimi decenni nel discorso pubblico attorno alla Seconda guerra mondiale dalla vicenda della Shoah, e le politiche della memoria a cui essa ha dato origine, abbiano piuttosto contribuito a mantenere ancora una volta in un cono d’ombra il tema più generale della responsabilità italiana in essa, rinviando appunto il passaggio nella memoria nazionale a una compiuta e matura storicizzazione delle leggi razziali del 1938. Il dopo, il racconto annichilente dello sterminio – la “persecuzione delle vite” – sembrerebbe infatti aver ancora una volta condannato alla banalizzazione il prima – la “persecuzione dei diritti” per riprendere l’ormai usuale distinzione introdotta da Michele Sarfatti – (talvolta anche nella memoria degli stessi testimoni, è stato notato), obliterando soprattutto la relazione esistente fra quanto statuito nel 1938 e ciò che accadde a partire dall’8 settembre 1943. Ne sarebbe discesa nuovamente una riduzione delle responsabilità nazionali nello sterminio degli ebrei italiani, ri-circoscritto ora nel senso comune al fantasmatico e in fin dei conti eterodiretto fascismo di Salò, e solo per un accidenti della storia ricondotto alle logiche implicite di un regime che godeva del consenso, pur se estorto, pur se ottenuto con il controllo poliziesco e la propaganda, del paese nel suo complesso; un consenso di cui l’antisemitismo divenne a un certo punto una risorsa tutt’altro che secondaria.

Scomparivano così i nessi molteplici anche con quanto precedette la svolta antiebraica del 1938: non solo sul piano internazionale, certo condizionante la scelta dell’antisemitismo di Stato ma in forme assai più complesse della pulsione ad accondiscendere e/o imitare l’alleato tedesco, ma anche su quello interno. Si pensi al regime di apartheid istituito nelle colonie dell’Africa orientale, così come alle politiche demografiche promosse nella madrepatria. Si offuscava per esempio la complementarietà logica, come tale peraltro affermata dagli stessi fascisti, fra pro-natalismo, ruralismo, virilismo, razzismo nelle colonie, persecuzione degli ebrei e degli omosessuali in patria, tutti esaltati strumenti di rigenerazione antropologica degli italiani, di difesa della stirpe e poi della razza.  

Anche la relazione problematica, certo, ma innegabile fra il diffuso pregiudizio anti-ebraico preesistente al fascismo – storicamente ispirato dall’antigiudaismo cattolico – e la sua trasfigurazione politica operata in base ai “moderni” principi del nazionalismo e di un razzismo, ammantato da scientismo, veniva in gran parte sottaciuta. E venivano così perlopiù dimenticate o peggio giustificate nel loro cinismo le responsabilità in tutto ciò tanto di esponenti del mondo cattolico – nelle sue massime cariche preoccupate solo di salvaguardare i diritti di coloro che si fossero convertiti al cattolicesimo o di riaffermare l’intangibilità nel caso delle coppie miste dei matrimoni religiosi – quanto di intellettuali e scienziati che spesso fecero del razzismo e dell’antisemitismo un’occasione di carriera. Non è allora certo casuale che in Italia il film italiano più popolare sull’Olocausto dopo la Vita è bella di Roberto Benigni – posto che quest’ultimo lo sia – sia in fondo Perlasca, un eroe italiano.    

La “purificazione della razza”

Se si guarda a quanto accadde nel settembre 1938 in una prospettiva di lungo periodo, si può tranquillamente affermare che con la discriminazione dei cittadini di origine ebraica, sia stato inferto dal regime fascista l’ultimo e il più violento vulnus alla costituzione materiale del paese originatasi dal processo risorgimentale. Con le leggi razziali infatti si concludeva quello svuotamento per rapida inversione del processo, invece lento e accidentato, di progressivo allargamento dei diritti e consolidamento delle pratiche del governo rappresentativo che fin dal 1848 aveva accompagnato l’esistenza dello Statuto albertino, mai abrogato dal fascismo ma compromesso – nel senso appunto di uno stravolgimento delle prassi istituzionali cui aveva dato vita – già dalle modalità stesse con cui esso era giunto al potere. Revocare l’uguaglianza nei diritti e nei doveri di tutti gli abitanti della penisola, perfezionando – se così si può dire – quanto avviato con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 e proseguito con la costruzione dello stato totalitario e la persecuzione di ogni forma di dissenso, significava anche abrogare definitivamente lo stato di diritto ovvero il patto legittimante le istituzioni – innanzitutto lo stesso istituto monarchico – che la nazione si era data con il Risorgimento, a partire appunto dal reciproco riconoscimento di tutte le sue componenti.

Su tempi più brevi, nell’economia del ventennio fascista, era anche il segno di una definitiva torsione totalitaria del fascismo, in corso da tempo, ma acceleratasi alla metà degli anni Trenta, con la guerra d’Etiopia e quella di Spagna, nella prospettiva sempre più prossima di un nuovo conflitto europeo. La necessità di un capro espiatorio per i problemi irrisolti della crisi italiana o meglio di legare attraverso l’individuazione di un nemico al tempo stesso esterno (le plutocrazie giudaiche occidentali e il bolscevismo “semitico” unite da un presunto complotto internazionale ebraico) e interno (gli ebrei italiani come ispiratori dell’antifascismo, quello “rosso” come quello liberal-democratico), dato in pasto alle masse, la loro soluzione alla vittoria finale su di esso da conseguirsi attraverso la guerra e la sanificazione della stirpe o meglio – dopo il 1938 appunto – la purificazione della razza, faceva attingere pienamente al fascismo italiano la dimensione estrema di una terribile religione politica. Come nel caso del nazionalsocialismo e per vie ben diverse dello stalinismo, anche nel fascismo appariva così la categoria del nemico oggettivo, individuata da Arendt nelle Origini del totalitarismo, di colui che per caratteristiche ascritte su cui nulla poteva la sua soggettività (la “razza” appunto e non il “credo religioso”) doveva essere separato e quindi in prospettiva eliminato dalla nazione. Ché poi nel caso del fascismo italiano diversamente dal nazismo o dallo stalinismo (e dei loro emuli successivi) questa paranoia ideologica – essenziale alla sopravvivenza dei regimi – abbia prodotto solo parzialmente una rete di campi di concentramento e che questi non si siano trasformati in campi di sterminio (programmato o meno) è – questo sì – un accidente della storia, dovuto alla lentezza di emersione – caratteristica del caso italiano – di quelle dinamiche e agli accadimenti bellici.

L’antisemitismo fascista

La storiografia più recente – in particolare Giorgio Fabre[2] – ha dimostrato ampiamente come Mussolini non fosse diventato antisemita per opportunità, ma semmai fosse stato da sempre – fin dalla sua confusa formazione impastata di letture soreliane e nicciane – un antisemita quantomeno selettivo. In questo, si potrebbe legittimamente obiettare, non diversamente da molti altri suoi connazionali del tempo, intrisi di pregiudizi contro gli ebrei derivati dalla – se si può dire così – secolarizzazione dell’antigiudaismo religioso tradizionale. Comunque, ed è ciò che più conta, già nel periodo della militanza socialista l’antisemitismo venne usato dal futuro dittatore romagnolo come risorsa per colpire con tecniche che oggi chiameremo di character assassination, i nemici politici interni di origine ebraica. Fra 1917 e almeno fino al 1921 egli avrebbe inoltre insistito nel presentare la rivoluzione d’ottobre come frutto di un complotto ebraico internazionale, applicazione fedele di quanto descritto nei Protocolli dei Savi di Sion.

Del resto, casi di ostilità personale motivate dall’origine ebraica stanno via via affiorando e punteggiano gli anni successivi della biografia del dittatore romagnolo, testimoniando quanto meno di una diffidenza di lunga data verso una eccessiva presenza ebraica in ruoli di responsabilità. Ci si è in particolare soffermati sulla politica di “sfaldamento” dettata già almeno nel 1935 al prefetto di Ferrara per l’eccessiva visibilità degli ebrei nella cittadina estense, descritta come in mano a un ristretto gruppo di interesse tutto ebraico, che sarebbe culminata, ma anni dopo, nell’allontanamento del podestà della città, l’ebreo Renzo Ravenna, nonostante la sua fedeltà a Italo Balbo. Si noti come probabilmente proprio questa vicenda costrinse Balbo a dar prova di affidabilità ideologica anche sotto il profilo dell’antisemitismo: governatore della Libia nel 1936 varò una legislazione discriminante a carico degli ebrei tripolini che anticipava quella della madrepatria. È un episodio significativo, dimostra infatti come l’atteggiamento verso gli ebrei fosse quanto meno un’arma possibile nei conflitti interni alla stessa dirigenza fascista. É probabile che anche quando non vi si ricorse apertamente, la sua sola potenzialità abbia contribuito a innescare dinamiche di radicalizzazione, sia nel senso di rafforzare le posizioni più estreme, originariamente minoritarie, rappresentate sul piano culturale soprattutto da testate quali «Il Tevere» di Telesio Interlandi o «La vita italiana» di Giovanni Preziosi, e su quello politico da «Il regime fascista» del ras di Cremona, Roberto Farinacci, sia di condizionare chi – come appunto probabilmente Balbo – non condivideva quelle posizioni. 

È altrettanto vero che nella biografia di Mussolini vi sono anche indizi di senso contrario – vedi fra tutte la liason con Margherita Sarfatti – o la scelta ancora nel 1932 di incaricare un ebreo, Guido Jung, di un Ministero importante quale il Tesoro e le Finanze (!). Sono episodi però in fondo non in contraddizione con l’idea che parrebbe aver nutrito fin dall’inizio della pericolosità dell’elemento ebraico – quanto meno degli ebrei in quanto minoranza e gruppo di interesse – per la coesione della nazione italiana. Questo antisemitismo selettivo, soggetto a periodiche, pubbliche, riemersioni, non sarebbe mutato, se non a metà anni Trenta – e forse un segnale in tal senso fu proprio l’allontanamento di Jung all’inizio del 1935 – e avrebbe fino ad allora sostanziato la politica verso l’ebraismo italiano, fatta di velate minacce e tentativi di seduzione.

Finalizzata ad assicurare al regime il controllo delle comunità israelitiche (nel 1931 vi fu una loro riforma complessiva che andava peraltro nel senso di un maggior accentramento), così come si era fatto e si andava facendo con ogni realtà associativa cui il fascismo avesse permesso di sopravvivere (con la rilevante eccezione dell’associazionismo cattolico), questa politica avrebbe inevitabilmente risentito del contemporaneo riavvicinamento fra fascismo e Chiesa cattolica, culminato nel 1929 nel Concordato che riconoscendo il cattolicesimo come religione dello Stato, declassò l’ebraismo a “culto ammesso”.

Non è peraltro – pare – neppure da escludere che proprio il sostanziale fallimento di quel progetto di fascistizzazione integrale delle comunità – perseguito al loro interno come è noto dagli ebrei fascisti raccoltisi attorno alla rivista “La nostra bandiera” – e insomma l’insoddisfazione verso il compromesso che si era raggiunto con l’ebraismo italiano (conformismo politico in cambio dell’autonomia sul piano dell’identità religiosa e culturale) costituisca una delle possibili concomitanti motivazioni per il passaggio da un antisemitismo selettivo a uno integrale nella seconda metà degli anni Trenta. Bisognava però ne maturassero le condizioni – anche nel pensiero di Mussolini – e fino a quell’altezza ciò probabilmente non era accaduto. Significativa in tal senso la virulenta campagna antisemita innescata sulla stampa dagli arresti nel marzo del 1934 di parte del nucleo torinese di Giustizia e Libertà, vista la notevole presenza fra i fermati (fra cui Leone Ginzburg, poi condannato, e Carlo Levi) e nella centrale parigina del movimento di ebrei, a partire dallo stesso leader del gruppo, Carlo Rosselli. Ad occasionare la stretta poliziesca era stata l’episodio di cui fu protagonista Mario Levi, figlio di Michele Levi, il noto anatomopatologo, maestro di Rita Levi Montalcini e Renato Dulbecco, e fratello di Natalia Ginzburg, all’epoca dirigente commerciale dell’Olivetti di Ivrea, attivo clandestinamente nella rete giellista. Questi l’11 marzo del 1934 fermato al rientro dalla Svizzera con Sion Segre, anche egli ebreo, a Ponte Tresa dalla polizia di confine italiano, a bordo di un auto in cui erano nascosti materiali propagandistici del movimento, fuggì avventurosamente alla cattura gettandosi nelle acque del Tresa. Riportando la vicenda, al fine di suscitare indignazione nell’opinione pubblica, la stampa italiana inventò l’aneddoto infamante secondo cui Mario Levi, una volta giunto sulla sponda Svizzera del fiume, avrebbe rivolto frasi ingiuriose contro gli italiani. Tutta la campagna tradiva l’obiettivo evidente di delegittimare l’antifascismo sottolineandone la pretesa estraneità alla nazione, ma non poteva non suonare intimidatoria anche nei confronti degli ebrei italiani nel loro complesso. Ad ogni buon conto, essa venne rapidamente messa da parte di fronte al complicarsi della situazione austriaca, che vedeva in quel momento opposte l’Italia fascista e la Germania nazional-socialista, e dunque consigliava di mettere nuovamente la sordina agli accenti antisemiti.        

La conquista dell’Etiopia e l’apartheid

Definire quello di Mussolini nella lunga fase precedente (o di incubazione? su questo la storiografia è divisa) la svolta compiuta nel 1938 quale un antisemitismo selettivo è dunque un’interpretazione compatibile con i suoi atteggiamenti ondivaghi sul piano interno verso l’ebraismo italiano e sul piano internazionale verso lo stesso sionismo o le persecuzioni antiebraiche avviate a partire dal 1933 in Germania. Per un certo tempo, infatti, Mussolini sembra non volersi fra le altre cose precludere la possibilità di usare i legami che l’ebraismo italiano ha nei secoli intessuto nel bacino del Mediterraneo orientale come strumento di penetrazione italiana nell’area. A decidere il dittatore invece al passaggio alla “persecuzione dei diritti” furono invece un insieme pressoché indistricabile di fattori sulla cui diversa cogenza nelle scelte del regime fra gli storici è ancora in corso il dibattito. Certamente, l’esempio del razzismo tedesco e della legislazione di Norimberga che avrebbe – stando per esempio ai lavori della storica francese Marie-Anne Matard-Bonucci[3] – fortemente impressionato Mussolini, e certamente il venire meno, con il profilarsi dell’alleanza con la Germania di Hitler a seguito dell’avventura etiopica, di ogni preoccupazione verso l’accoglienza che un antisemitismo aperto avrebbe avuto presso l’opinione pubblica delle democrazie occidentali. Tanto più che proprio la congiura internazionale ebraica come tema propagandistico ben si prestava ad essere sfruttato per giustificare le sanzioni e l’isolamento internazionale in cui l’Italia era caduta a seguito della guerra in Africa Orientale.

Proprio la conquista dell’Etiopia è oggi indicata come un ulteriore, decisiva spinta verso la adozione di una normativa anti-ebraica. In Etiopia, infatti, come è noto, difronte alle ambizioni del fascismo che del vasto paese del Corno d’Africa voleva fare una colonia di popolamento, in grado di assorbire la sovrabbondante manodopera italiana cui era preclusa da tempo la tradizionale valvola di sfogo dell’emigrazione, si materializzò lo spettro del meticciato. Così pur dopo aver abbondantemente tollerato e incoraggiato, nella fase della conquista e della brutale aggressione militare, a fini di propaganda l’uso di allusioni sessuali – implicitamente invitanti i soldati allo stupro delle donne locali –, in quella della costruzione della società coloniale si varò una legislazione razziale istitutiva un regime di apartheid, che costituì per la sua estensione e minuziosità un assoluto primato italiano. Il che non vuol dire – si osservi en passant – che negli altri imperi coloniali europei non esistesse una gerarchizzazione razziale, invero talvolta assai precisa e stratificata, ma che solo nel caso italiano fu avvertita la necessità di stabilire per legge in maniera sistematica quella che gli inglesi chiamano colour bar, altrove perlopiù affidata a meccanismi informali.

Così il 1° giugno 1936 nell’ordinamento dell’Africa orientale italiana si introdusse una suddivisione degli abitanti della colonia in base all’appartenenza razziale – intesa in senso biologico e non come nei precedenti ordinamenti liberali in senso etnico-culturale o linguistico – e venne taciuta la possibilità per i meticci di ottenere la cittadinanza italiana. La legge del 19 aprile 1937 contro il madamato punì invece con la reclusione fino a cinque anni le relazioni di tipo coniugale fra cittadini italiani e sudditi dell’Africa orientale. Nei mesi successivi i governatori delle rispettive colonie adotteranno con una serie di decreti disposizioni volte a separare completamente gli italiani dai locali, in ogni aspetto della loro vita quotidiana, limitando al minimo la loro interazione secondo il principio della «collaborazione senza promiscuità». La legge del 29 giugno 1939, Sanzioni penali per la difesa della razza, giunse a introdurre delle aggravanti per i reati commessi da sudditi coloniali a danno di cittadini italiani, ma anche – seppur più lieve – nel caso contrario, dal momento che tali tipologie di reato configuravano una lesione del prestigio della razza italiana quale razza dominante. Per le stesse ragioni, poco prima dell’ingresso in guerra, si regolò definitivamente, con una norma apposita – legge del 13 maggio 1940 – la questione del meticciato, precisando l’impossibilità per i “meticci” di acquisire la cittadinanza italiana e addirittura impedendo al genitore cittadino italiano di riconoscerli legalmente.

Hannah Arendt nelle Origini del totalitarismo notò come proprio l’esperienza coloniale fosse stata determinante per la nascita di concezioni ideologiche e prassi sociali poi riprodotte nella madrepatria e confluite nei movimenti totalitari. Da questo punto di vista, l’esperienza dell’Africa orientale fu davvero un laboratorio per il fascismo.

L’italiano guerriero e l’ebreo infido

Ad ispirare la legislazione razziale nelle colonie non fu solo la necessità di dover governare con poche risorse un vasto impero – peraltro dotato di una cultura millenaria e cristiana – facendo la scelta disonorevole di piegare una resistenza destinata a durare ancora a lungo dopo la caduta di Addis Abeba con mezzi brutali, che non facevano distinzione fra combattenti e civili, e che in molti casi (si veda la vicenda del massacro di Debra Libanos) si configuravano anche come un tentativo di annichilazione culturale e religiosa. Vi fu infatti anche la volontà di condurre un esperimento sugli stessi italiani. La legislazione razziale non serviva cioè solo a sottomettere completamente i locali nella prospettiva appunto di una colonia di popolamento, ma a infondere negli occupanti realmente l’idea di una propria superiorità non solo culturale, ma biologica, da cui si faceva derivare il loro diritto alla dominazione degli africani. Era dunque quella coloniale un’esperienza pedagogica nella direzione di quella riconfigurazione dell’antropologia degli italiani – l’italiano nuovo, virile, guerriero, obbediente, prolifico, legato profondamente ai valori della tradizione e alla terra, pronto all’estremo sacrificio per la patria e per il duce – cui il fascismo da sempre aspirava e che rappresentava – lasciando da parte le motivazioni di carattere economico e le opportunità del momento – il filo rosso che legava fra loro, almeno a partire dal discorso dell’Ascensione (1927), il ruralismo, la battaglia del grano e la bonifica integrale, il pro-natalismo, la lotta contro l’urbanesimo e l’ostilità verso il controllo delle nascite, e naturalmente verso l’emancipazione femminile e verso qualsiasi cambiamento sostanziale nelle relazioni fra i sessi che si discostasse in fondo dai modelli più tradizionali, con il cattolicesimo di stato e l’anti-bolscevismo, ma anche con l’avversione alla liberaldemocrazia e ai valori borghesi e infine con il bellicismo e l’imperialismo.

Di tutto questo, l’immagine dell’ebreo – quella ipostatizzata dalla tradizione cattolica, come e ancor di più quella dell’antisemitismo moderno razzista – estraneo alla patria fascista per origine etnica e religione, naturalmente cosmopolita, indicato quale ricettacolo dei valori borghesi e allo stesso tempo come pericoloso istigatore di rivoluzioni sociali, non virile, ma lascivo, incapace di lavoro utile alla società e dunque sempre parassitario, speculatore e infido, rappresentava una sorta di doppio, la proiezione rovesciata dell’italiano risvegliato a vita nuova dalla rivoluzione fascista.

Ciò faceva dell’antisemitismo un potenziale, efficacissimo tema propagandistico da adottare per estendere anche nella madrepatria quella svolta razzista avviata in Africa orientale, nonostante l’inesistenza in Italia del cosiddetto “problema ebraico” viste le ridotte dimensioni della popolazione ascrivibile a tale gruppo e le sue dinamiche demografiche interne, e l’assenza nella storia della penisola di movimenti politici o culturali antisemiti (ma non di un pregiudizio antiebraico). Ciò spiegherebbe appunto anche l’entusiasmo di Mussolini prima ricordato difronte ai risultati, in termini di mobilitazione delle masse, riscontrati in Germania dalla campagna persecutoria nazista. In questo senso non si configurerebbe l’alleato tedesco, almeno fino alle vicende di Salò, come il suggeritore delle politiche anti-ebraiche e neppure come una potenza da compiacere – non vi sono prove documentarie né in un senso né nell’altro –, ma piuttosto si configurerebbe il razzismo nazional-socialista come un’esperienza di cui appunto meditare l’imitazione. E soprattutto come la dimostrazione di come l’antisemitismo di Stato fosse tecnicamente, politicamente e moralmente possibile.

Le ragioni della legislazione antisemita

La storiografia è oggi dunque perlopiù d’accordo sul fatto che l’impulso alla legislazione anti-semita fu dovuto a ragioni prevalentemente interne ai meccanismi di funzionamento del regime e alla sua relazione con la società italiana, mentre il contesto internazionale fu sostanzialmente secondario nel determinare la svolta alla persecuzione dei diritti. Non lo fu però nelle tempistiche. Non solo perché il 1938 è l’anno definitivo dell’alleanza fra Roma e Berlino – con tutto ciò che questo volle significare di riflesso  per il clima politico e ideologico italiano – o per le tensioni internazionali che rendevano prossima la guerra europea, ma anche per il diffondersi nell’Europa orientale – a gennaio la Romania di Carol II, a marzo la Polonia relativamente però ai soli ebrei immigrati, a maggio l’Ungheria dell’ammiraglio Horty – di provvedimenti discriminatori, nei confronti delle minoranze ebraiche.

Disposizioni peggiorate tutte sensibilmente negli anni del conflitto che videro l’ulteriore estensione delle politiche antisemite anche ad altri paesi divenuti satellite della Germania nazista (Slovacchia, Croazia, Bulgaria). In quei paesi l’antisemitismo era certo un facile capro espiatorio e dunque un efficace veicolo di consenso per movimenti reazionari ingrossati dalla crisi – politica e culturale – che accompagnava l’edificazione o il consolidamento, dopo la Prima guerra mondiale, di stati nazionali fragili, etnicamente compositi, attraversati da forti conflitti ideologici e da revanchismi feroci, alimentati da logoranti confronti militari con i vicini o da tentativi rivoluzionari abortiti. La crescita dell’antisemitismo era però un riflesso anche degli sconvolgimenti demografici prodotti dalla fine dei tre grandi imperi centrali, con lo spostamento all’interno di quella regione verso Occidente e verso le grandi città di centinaia di migliaia di ebrei, prevalentemente non assimilati e non pienamente urbanizzati. Come per il passato – e si sarebbe tentati di dire come accade oggi dal momento che la mappa dell’antisemitismo degli anni Trenta è in gran parte coincidente con il gruppo dei paesi di Visegrád impegnati a difendere i propri confini da movimenti di popolazione, più immaginati che reali, che ne minaccerebbero l’identità culturale originaria – il panico per una presunta invasione ebraica straniera intervenne a rinfocolare l’ostilità anche per gli ebrei nazionali o locali, da sempre mal sopportati.

Ciò accadeva tanto più in un periodo storico in cui la diffusione degli ideali sionisti, quale alternativa all’assimilazione, e in genere la nascita di istituzioni ebraiche sopranazionali, introdusse un ulteriore elemento di diffidenza, riproponendo il problema della effettiva fedeltà dei cittadini ebraici alle istituzioni nazionali cui essi appartenevano. Il caso italiano da questo punto di vista non fu poi così differente, se non per l’esiguità numerica della presenza ebraica nella penisola (al censimento disposto dal regime nell’agosto del 1938 risultarono presenti 58412 ebrei, di cui 48032 italiani e 10380 stranieri, la cui quota sul totale era però cresciuta fra il 1931 e il 1938 dal 12% al 20%). Anche il flusso di immigrati ebrei stranieri che vi arrivavano perlopiù solo per transitarvi e in maggioranza – a partire dal 1933 e soprattutto dal 1935 – dalla Germania, pur se assai debole in termini assoluti, può aver avuto la sua influenza nel sollevare l’istanza di una politica che salvaguardasse l’Italia dal divenire luogo ospitale per gli ebrei espulsi o in uscita dai paesi dell’Europa centrale (dove è il caso di ricordarlo la popolazione ebraica era in termini assoluti e relativi di gran lunga assai più numerosa). Dinamiche simili erano largamente in corso nell’opinione pubblica della democratica Francia in cui si diffuse incontrollato – sullo sfondo di una generale xenofobia e sulla base di dati statistici artefatti che palesemente ne sovrastimano la presenza facendo di ogni immigrato dell’Europa orientale un ebreo – l’allarme – lanciato da una destra in cui come è noto l’antisemitismo era robustamente radicato – per l’appunto di una presunta invasione ebraica. È il caso di osservare che proprio questa presenza “eccessiva” sarà indicata dalla propaganda di Vichy a giustificazione delle norme discriminatorie assunte contro gli ebrei (stranieri e francesi), quale causa principale dell’avvenuta sconfitta militare e in generale della decadenza morale della nazione negli anni della Terza Repubblica.

L’impianto razzista delle leggi del 1938: la razza ariana

Ancora poco prima del varo definitivo della legislazione razziale, Mussolini sembrava orientato a un provvedimento persecutorio parziale, che istituisse cioè delle fasce qualitative e quantitative all’interno della popolazione ebraica, ipotizzando un numerus clausus nell’accesso a determinate professioni o all’istruzione. Questa impostazione sarebbe venuta successivamente rapidamente meno. La Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del fascismo del 6 ottobre 1938  profilava infatti una persecuzione totale, con alcune esclusioni qualitative – paradossalmente definite discriminazioni –, che infine, nei provvedimenti legislativi di novembre si rivelarono di portata assai limitata. L’impianto della legge era di tipo razzistico, dal momento che gli ebrei erano definiti tali non per la religione professata, ma per la propria ascendenza, e seguiva sostanzialmente le indicazioni contenute nel Manifesto degli scienziati fascisti pubblicato il 14 luglio di quell’anno, di cui Mussolini si vantava di essere stato il diretto ispiratore (e addirittura di averlo in parte dettato).

Il criterio per la definizione di ebreo era dunque il “sangue” e non la religione professata o una generica identità culturale (cosicché poteva darsi il caso di convertiti all’ebraismo esclusi dalle persecuzioni). Stando così le cose, per l’attribuzione della qualità di “ebreo” o di “ariano” nel caso di individui nati da coppie miste veniva a delinearsi una complicata casistica. Semplificando, si decise – dopo una iniziale incertezza – che chiunque discendesse da tre nonni ebrei fosse considerato sempre ebreo, mentre nel caso di coloro che discendevano da due nonni ebrei e due non ebrei, al criterio del sangue si associava quello della religione professata dall’individuo in questione e dai suoi ascendenti. Per il riconoscimento della razza ariana occorreva che questi al 1° ottobre del 1938 non appartenesse a religione ebraica (e nel caso che entrambi i genitori fossero a loro volta discendenti da coppie miste, che almeno uno di esse rispettasse lo stesso criterio) ovvero che fosse stato battezzato (ateismo e agnosticismo non erano considerati una prova del distacco dall’ebraismo). Ugualmente, anche i discendenti da un solo nonno di razza ebraica per essere qualificati come ariani non dovevano alla stessa data professare la religione mosaica. Per risolvere in prospettiva definitivamente il problema rappresentato dal “meticciato” nel novembre 1938 si sarebbe invece proceduto a vietare direttamente i matrimoni misti fra ebrei, sudditi coloniali (o ad essi affini) e italiani.  Nel 1942 il divieto sarebbe stato esteso anche alle unioni non registrate, in modo da sostanzialmente impedire i matrimoni celebrati solo con il solo rito religioso.

Le “discriminazioni”, ovvero le parziali esenzioni dai provvedimenti anti-ebraici, riguardarono principalmente individui con particolari benemerenze di ordine militare (decorati, volontari, feriti di guerra), politico (iscritti al PNF ante-marcia o nel secondo semestre nel 1924), o per motivi eccezionali. Era previso che esse valessero anche per i discendenti, ma per un massimo di due generazioni. Tale provvedimento non risparmiava chi ne godesse dalle persecuzioni, semplicemente ne mitigava taluni effetti, relativi soprattutto alla possibilità di continuare a condurre la propria attività lavorativa. Per quanto riguarda gli ebrei stranieri, si vietarono nuovi ingressi per “residenza” e si dispose l’espulsione di coloro che avevano assunto la residenza dopo il 1° gennaio 1919. Nel caso degli ebrei provenienti dalla Germania o dall’Europa centrale si decise inoltre il divieto di ingresso nel paese anche a scopo di “soggiorno” e infine nel maggio del 1940 anche solo per “transito”.

Le persone definite di razza ebraica furono espulse dal partito fascista (il che in molti casi significò l’immediata perdita del lavoro) e allontanate da tutte le cariche pubbliche (con l’eccezione per riguardo alle prerogative del sovrano, dei nove senatori di origine ebraica cui però fu di fatto vietato di recarsi in Senato). I dipendenti di razza ebraica dello Stato, di enti pubblici, parastatali o comunque a partecipazione statale, furono licenziati nei mesi successivi alla promulgazione della legge. Gli ebrei vennero esclusi anche dalle scuole private, dalle banche di interesse nazionale, dagli istituti di assicurazione. Sempre nel novembre 1938 si prescrisse che non potessero essere dirigenti e amministratori di aziende di interesse nazionale o con più di cento addetti.

Negli anni successivi una gragnuola di disposizioni restrinsero ulteriormente le occupazioni possibili per i cittadini di origine ebraica, con l’intento di “arianizzare” progressivamente tutti i diversi settori dell’economia e della società italiana. Nel settembre e nel novembre 1938 venne inoltre disposta l’esclusione degli studenti ebrei dalla università e dalla scuola italiana, potendo continuare a frequentare la scuola in speciali sezioni riservate agli ebrei o nelle scuole private create dalle comunità ebraiche. Si proibirono i libri di testo di autori ebrei e nei libri scolastici ogni riferimento all’opera di ebrei morti dopo il 1850. Nell’editoria fu vietata la pubblicazione di opere di ebrei e fu avviato il ritiro dal commercio e dalle biblioteche dei testi già editi. Anche il mondo dello spettacolo e della musica fu progressivamente arianizzato, con il licenziamento – a partire nel 1938 dai teatri e dalle istituzioni dipendenti dallo Stato – dei lavoratori di origine ebraica e il divieto di rappresentare o eseguire opere di autori ebrei. Mentre fu permesso alle Comunità israelite di continuare regolarmente a funzionare, tutti i periodici ebraici furono costretti alla chiusura, fu rigorosamente vietata la pubblicità di ditte ebraiche e venne arianizzata la toponomastica delle città italiane. I nominativi degli abbonati di origine ebraica furono cancellati dagli elenchi telefonici, e agli ebrei fu impedito l’accesso alle biblioteche o il possesso di un apparecchio radiofonico! Con decreti leggi del novembre del 1938 e del 1939 fu inoltre disposto che gli ebrei non potessero possedere beni immobili superiori ai 5000 lire di valore catastale per i terreni e a 20 000 per le abitazioni. La misura eccedente fu trasferita a un ente ad hoc, l’EGELI (Ente di gestione e liquidazione immobiliare) che avrebbe versato modici interessi agli ex proprietari.

L’espulsione degli ebrei

La finalità dei provvedimenti razziali era dunque quello di separare nettamente gli ebrei dal resto della nazione per poi precedere successivamente alla loro espulsione. Per questo, si decise innanzitutto di permettere le emigrazioni (per quanto si cercasse di impedire che ciò danneggiasse l’economia nazionale limitando la possibilità di spostamento dei capitali) che riguardarono in quella fase circa l’8% degli ebrei italiani. In previsione di ciò, durante il conflitto – che peraltro appunto significò l’impossibilità pratica di emigrare altrove – la persecuzione fu inasprita con l’istituzione del lavoro obbligatorio (maggio 1942) per gli uomini abili e la previsione – poi non realizzata – di un loro completo isolamento in campi di concentramento, così come si era fatto a inizio guerra con gli ebrei stranieri, con la costruzione del campo di Ferramonti di Tarsia in Calabria. Il progetto, la cui realizzazione era allo stato programmatico quando intervenne al 25 luglio 1943, era dunque quello di una completa eliminazione – attraverso l’espulsione a fine guerra – della popolazione ebraica dal nostro paese.

È indubbio che l’insieme di tutti questi provvedimenti – che diminuirono le risorse a loro disposizione – innanzitutto quelle economiche – e peraltro significarono fin dal loro esordio la ripetuta schedatura degli ebrei presso anagrafi comunali, questure e prefetture, anche a ragione dei continui obblighi di autodenuncia, e una continua assunzione di informazioni circa spostamenti, proprietà, attività lavorative, cambiamenti nello stato di famiglia eccetera, spesso fornite direttamente da coloro (e furono migliaia) che fecero domanda di “discriminazione” o richiesero fosse rivista la loro qualificazione razziale – facilitò enormemente la successiva fase della persecuzione delle vite, apertasi con l’occupazione tedesca dopo l’8 settembre 1943.

Solo studi complessivi sull’antisemitismo nel nostro paese – peraltro difficilissimi da condursi – e sugli effetti su di esso generati dalla svolta del 1938, potranno dirci in che misura i provvedimenti razziali – rafforzando l’antisemitismo e isolando gli ebrei nella società – abbiano reso più difficile la loro ricerca di una via di salvezza dalle deportazioni. Sebbene nel caso italiano la proporzione della popolazione ebraica sterminata nei campi nazisti sia inferiore a quella di molti altri paesi occupati dai tedeschi e se è indubbiamente vero che ciò fu dovuto anche alla solidarietà di molti italiani “ariani”, è altrettanto certo che la “persecuzione delle vite” sarebbe stata meno efficace in assenza di un diffuso antisemitismo, che invece spinse in molti – per odio, ma anche per avidità o spesso per le due cose assieme – a collaborare con la macchina delle deportazioni. 

Nell’immediato, le leggi antiebraiche parvero cogliere di sorpresa gli ebrei italiani, molti dei quali erano stati sinceramente fascisti e fra i quali comunque generalmente il sentimento di italianità e la fedeltà a casa Savoia erano fortemente radicati. Per molti addirittura si potrebbe dire significò vedersi ascrivere una diversità che se non si può dire non avessero mai avvertito prima, comunque non sentivano essere corrispondente alla propria identità culturale, secondo – ma gli esempi italiani non mancherebbero – l’adagio di Marc Bloch il quale sosteneva di sentirsi ebreo solo in presenza di un antisemita. Nei mesi successivi si trattò per loro di prendere le misure alla nuova situazione venutasi a creare – che in qualche modo li riproiettava in una condizione di segregazione, immateriale e non più fisica, ma non lontana da quella sperimentata nel passato nei ghetti. Si trattava di elaborare strategie di adattamento, sia a livello comunitario, sia a livello famigliare e personale, da aggiornare continuamente ai repentini mutamenti delle disposizioni anti-ebraiche, divenute infine con l’occupazione tedesca e la decisione nel novembre del 1943 da parte della Repubblica sociale italiana di parificare gli ebrei a cittadini di nazione nemica e dunque di associarsi attivamente alla caccia all’ebreo da subito estesa anche all’Italia dai tedeschi, strategie di sopravvivenza. Sul lungo periodo – anche autonomamente da quanto sarebbe seguito – i cinque anni (1938-1943) della persecuzione dei diritti erano così destinati indelebilmente a modificare l’identità stessa dell’ebraismo italiano, religiosa, politica e culturale, come a intaccarne la consistenza e la composizione demografica, per vie delle emigrazioni e del crollo della natalità e della nuzialità seguiti alla loro adozione, e a degradarne il profilo socio-economico.

La domanda drammatica di storia e il nostro presente

La citazione di apertura di questo testo, è tratta da una lettera a «Specchio dei Tempi», pubblicata in «La Stampa» del 29 novembre 1959, scritta da una coraggiosa ragazzina torinese di tredici anni (si firmò la figlia di un fascista che vorrebbe sapere la verità, per inciso a risponderle fu Primo Levi), dopo aver visitato quella che fu la prima mostra italiana sui campi di concentramento (l’iniziativa nacque a Carpi e il primo allestimento fu fatto a Fossoli nel 1955). La domanda drammatica di storia lì presente è ancora oggi in fondo inevasa, ma in gran parte – come in una sorta di ribaltamento – per ragioni opposte. Sui libri di scuola le leggi razziali e la Shoah sono raccontate, eccome. E migliaia di studenti italiani visitano ogni anno i campi di concentramento e di sterminio.

Contrariamente a quanto succedeva nell’Italia dei primi anni Cinquanta la rimozione nelle nostre coscienze non però è il prodotto – come nota Cavaglion nel libro Il senso dell’arca. Ebrei senza saperlo da cui ho tratto la citazione – di una mancanza di dati, di informazioni, e neppure di un oblio lenitivo, comprensibilissimo nell’immediato dopoguerra, ma all’opposto di un troppo pieno, di un eccesso che sembra produrre ancora una volta meccanismi di banalizzazione generatori d’indifferenza. È questo forse l’ostacolo maggiore – oggi – affinché la conoscenza storica che pur è progredita enormemente in questi anni riesca a produrre senso storico, a farsi memoria collettiva, avendo ragione di luoghi comuni ancora così diffusi. E questo non per il gusto di imporci una memoria afflittiva di quanto successo in Europa e nel nostro paese, ma per averne degli elementi di comprensione del nostro presente che per quanto radicalmente diverso da quel passato, non ne è separato e non può esserlo.

Del resto come non vedere – pur volendo sottrarsi a analogie semplicistiche – quanto quei vuoti di memoria continuino a pesare nella nostra attualità, in relazione per es. al ritorno di correnti xenofobe, gelose custodi di identità nazionali o locali supposte omogenee, pur sempre basate sull’appartenenza etnica e religiosa (qualcosa insomma che non si può acquisire), nonostante tutti i tentativi di presentarle in omaggio al politically correct come legittimate da elementi culturali, a ben vedere sempre ipostatizzati e destoricizzati (dal momento che appunto come in un passato certo più tragico si nega che le culture siano per natura ibride e in continua mutazione). Si trasponga per fare forse l’esempio più estremo, la domanda di quella ragazzina torinese del 1955 nella Polonia, paese ormai da tempo aderente all’Unione Europea, e si constati pur con tutte le differenze del caso come essa vi sia inopinatamente negata nelle sua stessa legittimità da una legge dello Stato sulla memoria della Shaoh adottata recentemente. Ma non è necessario allontanarsi troppo nello spazio per verificare quanto il lascito in negativo di quella stagione ci interroghi ancora oggi. Le leggi razziali fasciste – e i testi riprodotti nel presente Quaderno di storia contemporanea vogliono ricordacelo – non furono infondo altro che un tentativo di rispondere autoritariamente, fissando un perimetro invalicabile e con l’ambizione che fosse per sempre, alla domanda su chi siano gli italiani? È la stessa domanda – fuor di retorica – di fronte alla quale ci troviamo noi oggi come collettività nazionale.

Cesare Panizza, storico.

Il saggio è tratto da Quaderno di storia contemporanea n. 63 dell’ISRAL, Il filo nero dei razzismi.

[1] Cfr. A. Foa, Le leggi antiebraiche del 1938: memoria, storia, senso comune storiografico. Spunti per una riflessione, in O. Longo, M. Jona (a cura di), Le leggi razziali antiebraiche fra le due guerre mondiali, Atti del convegno, Accademia Galileiana di Scienze Lettere ed Arti, Padova, 13-14 ottobre 2008, Firenze, Giuntina, 2009; pagg. 121-124; e Ead., Le leggi del 1938 nella memoria e nella storia, in M. Beer, A. Foa, I. Iannuzzi (a cura di), Leggi del 1938 e cultura del razzismo. Storia, memoria, rimozione, Roma, Viella, 2010; pagg. 125-132.

[2] Cfr. G. Fabre, Mussolini razzista. Dal socialismo al razzismo: la formazione di un antisemita, Milano, Garzanti, 2005.

[3] Cfr. A. Matard-Bonucci, L’Italie fasciste et la persécution des juifs, Parigi, Perrin, 2007.

Bibliografia essenziale

M. Beer, A. Foa, I. Iannuzzi (a cura di), Leggi del 1938 e cultura del razzismo. Storia, memoria, rimozione, Roma, Viella, 2010;A. Capelli, R. Broggini (a cura di), Antisemitismo in Europa negli anni Trenta. Legislazioni a confronto, Milano, Franco Angeli, 2001;A. Cavaglion, Il senso dell’arca. Ebrei senza saperlo: nuove riflessioni,Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2006;R. De Felice, Storia degli ebrei sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1997 (1° ed. 1961;) G. Fabre, Mussolini razzista. Dal socialismo al razzismo: la formazione di un antisemita, Milano, Garzanti, 2005; O. Longo, M. Jona (a cura di), Le leggi razziali antiebraiche fra le due guerre mondiali, Atti del convegno, Accademia Galileiana di Scienze Lettere ed Arti, Padova, 13-14 ottobre 2008, Firenze, Giuntina, 2009;  A. Matard-Bonucci, L’Italie fasciste et la persécution des juifs, Parigi, Perrin, 2007; S. Miselli, F. Zarzana, La scure su Davide. Le leggi razziali del 1938, Milano, Franco Angeli, 2005; M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Torino, Einaudi, 2007; M. Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi, Torino, Einaudi, 2002; S. Stefanori, Ordinaria amministrazione. Gli ebrei e la Repubblica sociale italiana, Roma-Bari, Laterza, 2017.

 

 

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