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Le donne in polizia

di: Alessandra Faranda Cordella, questore di Asti

Sono entrata nell’Amministrazione della Pubblica Sicurezza nel 1984, all’indomani di una riforma epocale, quella che ha smilitarizzato la Polizia di Stato, rendendola pienamente ad ordinamento civile e quindi di fatto aprendola negli anni alle donne in tutti i ruoli, e costituendo la Polizia di stato che oggi conosciamo, armonizzando in un unico ambito le varie componenti che fino a quel momento costituivano il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza ed individuando delle regole precise riguardo alla responsabilità dell’ordine e della sicurezza pubblica in capo ai funzionari di p.s..

Una di quelle componenti era la Polizia Femminile che viene istituita con una legge del dicembre del 1959; celebriamo quindi quest’anno il 60° annuale di quella innovazione. E di innovazione si trattò certamente, se non addirittura di rivoluzione nei fatti, grazie alla mente di chi allora pensò di inserire in una forza di polizia a competenza generalista il sentire femminile perché da quell’atto molte furono le conseguenze per la stessa organizzazione di polizia ed in definitiva per la comunità nazionale tutta, come vedremo più avanti.

Le donne poliziotto

Le donne poliziotto di allora affiancavano gli uomini del Corpo delle guardie di p.s. e in particolare i funzionari civili degli uffici operativi come la Squadra Mobile, pur senza appartenervi, dedicandosi ad alcuni settori specialistici costituiti dalla tutela dei minori e delle donne. Partecipavano quindi affiancando i colleghi uomini in operazioni in cui vi fossero coinvolte queste due categorie di persone, sia come vittime che come autori, discrimine in ultima analisi sottile, trattandosi di fasce deboli per le quali spesso il reato era esito di un passato e di un presente difficile e forse senza alternative. Erano esperte di psicologia, con il loro essere donne attiravano la fiducia e la confidenza.

Pur senza essere operative in senso stretto, sono state quelle che hanno fondato un fil rouge che ancora attraversa quella che con la riforma del 1981 è diventata l’attuale Polizia di Stato: una forza di polizia ad ordinamento civile - perché questo è elemento importante in una società democratica -, vicina alla gente, capace di empatia e di seguire i cambiamenti della realtà, di proporsi moderna al passo con i tempi, spesso anticipandoli.

In questa nuova Polizia di Stato che si stava riscrivendo le regole, le prime donne ad entrare furono le appartenenti al ruolo dei funzionari, laureate in giurisprudenza o in scienze politiche e quelle che entrarono tra gli ispettori, ruolo nuovo creato con funzioni strettamente investigative, mentre dovremo aspettare il 1987 per avere le prime donne agenti.

Certo è che dall’ingresso della prima donna dopo il 1981 non ci furono più settori preclusi, vennero inserite in ambiti professionali diversi, dai settori operativi - le Volanti, la Squadra Mobile - all’ordine pubblico, sia con funzioni di responsabilità (come si accennava esclusivamente del funzionario di pubblica sicurezza), ma anche in strada con casco e manganello per ore e ore con ogni condizione metereologica, senza domeniche nè festivi, in occasione di manifestazioni politiche sindacali civili nelle piazze come negli stadi.

Anche la conciliazione dei tempi della famiglia e della cura di parenti in difficoltà, tuttora quasi interamente incombenza della metà femminile del mondo, è stato un passaggio ruvido che le donne hanno dovuto sopportare e gestire, in un lavoro assorbente nei tempi e sollecitante interiormente come spesso è il nostro.

Al giorno d’oggi senza approfondire troppo la storia della mia Istituzione, le donne sono circa 16.000 su un totale di circa 90.000 appartenenti ma la percentuale sale al 35% nel ruolo dei dirigenti, segno che le donne hanno un alto tasso di scolarizzazione – come si accennava per l’accesso a questo ruolo è sempre stata richiesta la laurea - e soprattutto che vincono di più i concorsi pubblici.       

Crescita democratica

La storia però non è esercizio sterile, ma percorso che rende conto delle dinamiche di carne e sangue, e dopo molti decenni possiamo dire senza tema di smentite che è stata la presenza della componente femminile che ha contribuito ancor di più alla crescita democratica di questa Organizzazione, che è così diventata quello che oggi è: la più vicina, per riconoscimento unanime, alle persone nell’ambito del compito che le è demandato, cioè la prevenzione e la repressione dei reati, ma anche la gestione dell’ordine e la sicurezza pubblica nei nostri territori provinciali.

La differenza sta nel come si declina questo compito, sempre nella cornice della Costituzione e delle norme giuridiche di riferimento: io trovo che la peculiarità dell’intendere la cura è quello che rende la Polizia di Stato così particolare nell’essere empatica con le comunità. “Vicini alla gente” è il nostro motto di alcuni anni fa ed ha segnato la differenza culturale rispetto al passato; l’attuale motto “esserci sempre” è già segno del superamento con quanto ormai assimilato dal precedente, e si concretizza nella sostanza del servizio quotidiano.

La mia scelta

Ormai sono più di 30 anni che lavoro dentro questa Organizzazione e posso testimoniare di questo cambiamento nel segno dell’evoluzione e mi trovo come dentro un abito che a volte va aggiustato sulle spalle ma dove posso essere me stessa con le mie caratteristiche specifiche. Vengo da una famiglia di valori dove il lavoro e quindi la scelta di questo è governata non dall’obiettivo del successo e dei soldi ma dal servizio reso alla comunità. Perciò è stato naturale orientarmi verso la pubblica amministrazione, come luogo dove per eccellenza si lavora al servizio del cittadino; nella mia famiglia essere servitori dello stato è sempre stato considerato un merito e non un’offesa.

Ma all’interno di questo lavoro proprio per le sue peculiarità - siamo in strada tra opposti interessi spesso contrapposti e cerchiamo la mediazione, tra le cose a noi delegate forse la più difficile - ciò che fa la differenza è la solidità, l’intelligenza e la formazione professionale ma anche la cultura perché la cultura apre la mente e ti fa vedere strade alternative nella gestione delle situazioni (penso ai miei lunghi pomeriggi in compagnia di Emily Dickinson e Virginia Woolf).

Un delicato equilibrio

Siamo chiamati come Polizia ad assicurare un delicato equilibrio che passa necessariamente attraverso la persona: la nostra e quella di coloro con cui ci confrontiamo.

E’ certamente un lavoro non facile, costituito non solo dall’assicurare che non si commettano reati - cosa essenziale perché non si può essere davvero liberi se non c’è giustizia -, ma ancor di più dal contributo nel garantire l’assetto democratico del nostro Stato attraverso la tutela dell’ordine pubblico e la garanzia dell’esercizio dei diritti: è una difficile mediazione, un contemperamento di equilibri, un bilanciamento di interessi che si svolge perlopiù in strada guardando le facce e sentendo i corpi delle persone. Penso all’arresto di uno spacciatore, come ad una manifestazione in piazza, al fermo di uno stalker piuttosto che al rintraccio di un bambino scomparso, a uno stadio pieno di tifosi, tra cui ultras ma anche famiglie.

Difficile quindi saper discernere il punto: capire dove “accogliere” e dove imporre l’uso della coercizione talvolta della forza, che pure ci è riconosciuto per legge e dato dallo Stato, perché la esercitiamo sempre nell’esclusivo interesse dei cittadini che della nazione sono la carne pulsante.

Non facile, a farlo bene, questo lavoro che fa tremare le vene ai polsi per il potere che viene conferito. E perciò a farlo devono essere persone equilibrate, centrate, evolute, con un buon senso di sé e quel qualcosa in più, la cura, che le donne esercitano da tanto, da sempre e ogni giorno.

Le responsabilità

Potrei parlare per ore di questo lavoro, che ancora mi appassiona, dalle sfaccettature numerose e tutte a loro modo delicate ma ho accennato solo brevemente a tante responsabilità importanti e a nuovi ruoli, come il mio che oggi sono un Questore. Dobbiamo però dire chiaramente che, come donne, anche in questo ambito nessuno ci ha regalato niente, ci siamo conquistate tutto. Ho avuto la fortuna di crescere in questi 34 anni in una Organizzazione dove non ho mai sentito la discriminazione, dove nessuno ha mai sorriso di una donna giovane che a 24 anni si affacciava con pistola e tesserino ad un ufficio di polizia a dirigere “sbirri” anche di una certa età, dove passo dopo passo non mi sono stati preclusi mansioni o “gradi” ma certo non è stato facile.

Durante i miei primi anni di servizio, ad Aosta, il Questore mi diede un’opportunità  importante, mi nomina infatti dirigente della Squadra Mobile ed è la prima volta in Italia per una donna. E da qui iniziano indagini e inchieste a tutto campo, dal traffico di stupefacenti a quello delle opere d’arte, dal terrorismo ai reati legati all’immigrazione. Inizia qui l’attività di polizia giudiziaria che continuerà nella parte centrale della mia carriera e per la quale si è rivelata particolarmente formativa l’esperienza maturata a Torino anche a “Porta Palazzo”, noto commissariato che ai tempi era assolutamente di frontiera. Molti i successi e non mancano gli encomi da parte dei superiori.  

E tuttavia ritengo soprattutto significativa la attività di polizia giudiziaria più minuta, l’azione di vicinanza e di accoglienza che in quegli anni compio quotidianamente  e che è volta a rendere meno  pesanti  le più diverse situazioni di disagio che mortificano la vita delle comunità e delle persone. Particolarmente gratificanti trovo poi le attestazioni che, in questi casi, mi vengono dagli amministratori locali e dai  cittadini stessi. Mi è capitato molte volte e mi hanno al massimo incentivata. Una bellissima esperienza umana.

Situazioni, ruol e contesti diversi che negli anni di lavoro mi mettono a contatto con figure di vario tipo magistrati, rappresentanti di enti locali, politici, dirigenti scolastici, studenti, piccolo proletariato: una  rappresentazione composita della realtà con la quale si deve interagire, facendomi crescere professionalmente ed umanamente.

Le dinamiche sociali e l’ordine pubblico

E’ così che ci si rende conto di quanto complicate siano le dinamiche sociali, quanto possa essere difficile far contemperare diritti che, seppure tutti costituzionalmente garantiti, talvolta, entrano in conflitto  fra loro. E’ questa la cifra di un funzionario di polizia equilibrato e maturo. Per esempio la libera espressione del pensiero, che si può legittimamente manifestare con uno sciopero o con un corteo, non dovrebbe entrare in contrasto con altri diritti altrettanto garantiti ma spesso succede: è qui che il funzionario di pubblica sicurezza, chiamato per legge a gestire l’ordine pubblico, deve saper operare una oculata mediazione che sappia operare un ragionevole bilanciamento di interessi.

Quella dell’ordine pubblico, come accennavo, è questione nodale e molto posso dire di avere imparato nei molti anni “di piazza”. Anche negli stadi, dove ho fatto servizio centinaia di volte e dove in anni passati si metteva a repentaglio l’incolumità fisica anche degli operatori di polizia e facilmente esplodeva la violenza con conseguenze spesso drammatiche. Io stessa sono rimasta ferita a Torino, al “Delle  Alpi”, quando un tifoso juventino ha divelto un seggiolino di plastica per lanciarlo contro la squadra rivale, colpendomi alla testa.

Per quanto mi riguarda, mi ha sempre mosso un forte impegno civile, la volontà di contribuire concretamente all’affermazione dei valori della giustizia, le stesse motivazioni profonde che mi spinsero ventenne a frequentare a Roma l’Istituto Superiore di Polizia, conseguendo la laurea in Giurisprudenza. Inseguito, nei ritagli di tempo strappati all’attività professionale,avrei preso anche quella in Scienze  Politiche: una  scelta  personale per ampliare ancora l’ambito delle conoscenze. In sintesi, studi severi e molto selettivi, risultati gratificanti.

La carriera

Così si è snodata una carriera che da dirigente  della  Divisione  Anticrimine  e  della  Squadra  Mobile ad  Aosta, a dirigente  di diversi  Commissariati in Torino e provincia, a Capo  di  Gabinetto  del  Questore  a  Bergamo, poi  questore  vicario  ad  Alessandria  e   a  Campobasso, mi ha fatto arrivare qui e ora, in Asti: un percorso segnato  da  tappe  arricchenti, spesso faticose sotto il profilo personale, e  da  competenze  sempre  più   qualificanti.

E’ giusto però, in questo “posto” dove ciascuna di noi si trova, ricordarsi di non dare nulla per scontato e, guardandoci indietro ringraziare tutte quelle donne che ci hanno consentito di arrivare fino qui, dalle donne poliziotto di 60 anni fa ma anche tutte quelle altre donne che lottando per la parità dei diritti ci hanno consentito di poter fare un concorso (questo come altri) prima a noi precluso: nostro dovere è prendere  quindi la nostra valigia di esperienze, convinzioni e comprensioni, per portare per un pezzo di strada il futuro delle donne e con questo quello della società -chè non possono non andare di pari passo-, per lasciarla quando verrà il tempo a quelle dopo di noi; seguendo un filo che è sostanziale e non solo sentimentale.

Perciò io auguro sempre alle giovani donne di scoprire se stesse e le loro inclinazioni profonde perché dopo la consapevolezza, che è il primo passo, riescano a realizzarsi con un lavoro che sia per loro fonte di sostentamento (questo è un punto nodale, le donne sono cresciute prima di tutto grazie all’ indipendenza economica) ma anche di gratificazione intima e di utilità per gli altri. Auguro loro di osare nuove strade, non solo i cammini abituali, perché come testimonio io in un ambiente per molto appannaggio degli uomini, con il tempo lo studio l’impegno talvolta il sacrificio non ci sono differenze di genere che tengano.

Il controllo del territorio

Da molti anni la Polizia di Stato,   punta primariamente  sulla  prevenzione, che vuol dire operare al massimo grado con il controllo del territorio. Ma  naturalmente per  raggiungere  obiettivi  validi e duraturi,  è  necessaria la  compartecipazione  di soggetti  diversi, dalla  famiglia  alla  scuola, dalla  politica  agli  enti  locali, dalle  strutture  di  volontariato al  singolo  cittadino.  E’ un  problema di   educazione e  di sensibilità, di  affermazione  di  valori  e  di  riconoscimento  delle  priorità  irrinunciabili, è   in  ultima  analisi  un problema di riqualificazione dei costumi.

Indubbiamente  alcuni  dei tradizionali  punti di  riferimento  si  sono  indeboliti  ma non credo si possa parlare di  mancanza  di  valori, piuttosto  vedo una preponderante  influenza   fuorviante  dei  messaggi  da parte di modelli che ci  raggiungono  con  più  insistenza  e   che  tante  volte  determinano  in maniera  negativa  scelte e  comportamenti,  soprattutto  nei  più  giovani. 

Siamo  in  sostanza  di  fronte   a  un  sistema  che  propone  modelli  di  vita  poco  compatibili  con  la  realtà e che talvolta sopravanzano i valori proposti da scuola e famiglia che spesso combattono questa  battaglia ad armi impari. Queste carenze  spesso comportano  una richiesta di surroga da parte delle forze di polizia nei confronti delle cosiddette “agenzie primarie “, circostanza però che non può essere ritenuta sana, come non può essere sana la “militarizzazione” di un territorio: il cittadino non può delle gare la sicurezza sua e del suo territorio solo alle forze di polizia perché sarebbe una sconfitta per la democrazia, ma deve essere il primo baluardo per l’illegalità, con le sue opzioni di scelta, con il coraggio individuale e le scomodità che spesso comporta scegliere il bene.

Per riprendere il famoso filo in particolare delle nostre colleghe di 60 anni fa, vedo un nesso indissolubile con la campagna “Questo non è amore” che il Capo della Polizia propone da molti anni per combattere la violenza di genere attraverso la sensibilizzazione delle società anche attraverso gli incontri nelle scuole, ma anche il quotidiano lavoro di molti poliziotti e poliziotte, personale attentamente formato nell’accoglienza delle persone, perlopiù donne e bambini, con corsi specializzati e il loro operare in aree accoglienti e  protette dei nostri uffici di polizia; lo vedo in controluce e legarci ancora, nella circostanza che la Polizia di Stato per prima si è avvicinata al drammatico fenomeno del bullismo e da ultimo del cyberbullismo, anticipando l’evoluzione della società come si accennava all’inizio di questo articolo, con personale psicologicamente addestrato e tecnologicamente avanzato.

Purtroppo ancora oggi nella nostra evoluta società occidentale le  opportunità  di  lavoro delle  donne continuano,  troppo  spesso, a non  passare  attraverso  gli  stessi   diritti  degli  uomini; ancora oggi,  anche  di  fronte  ai  processi  di  diffusa  globalizzazione, vediamo  che  in  generale  le  donne  continuano  ad  essere  svantaggiate,  hanno minori  tutele e  minori   possibilità.

Anche “le Donne in polizia” dunque contribuiscono con il loro lavoro, competente perlopiù silenzioso attento e nutriente all’affermazione dei diritti  economici, sociali e sanitari delle altre donne, italiane e straniere.


*Saggio pubblicato sul n. 66/2019 di “Quaderno di storia contemporanea” dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea della provincia di Alessandria

Tags: donne, istituzioni, Polizia di Stato

 


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