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L'oratorio tra ieri, oggi e domani

di: Domenico Bussi

L’ideazione per scopi confessionali

Nel solo menzionare la parola “oratorio” sarà quasi d’obbligo, almeno per molti astigiani, far correre il pensiero all’immagine di un assolato e polveroso cortile estivo dove soltanto i più fortunati avrebbero incontrato “un prete per chiacchierare”, Un luogo che i concittadini di Paolo Conte con ragione individuano in un’area a fianco della Cattedrale ora preclusa ai giovani in quanto interessata da un ampio progetto di scavi archeologici che già hanno fruttato interessanti reperti. Un lemma dunque popolare il cui significato vien dato per conosciuto fino al momento in cui non venga espressamente richiesto di darne una precisa definizione facendo così scoprire la complessità del mondo a cui fa riferimento.

Senza alcun dubbio l’ideazione dell’oratorio, come attesta il nome stesso, è stata dettata da fini confessionali, come luogo (ma vedremo poi che la circoscrizione del significato ad un ambito strettamente spaziale, è imprecisa o quantomeno carente) in cui rivolgersi individualmente o coralmente alla Divinità. A questa sua funzione primaria esplicitamente dichiarata dall’etimologia del suo stesso nome: luogo dedicato alla preghiera, presto se ne sono aggiunte altre dovute innanzi tutto al contesto storico e tradizionale, in sintesi sociale, in cui la struttura si è sviluppata; anche poi la sensibilità di chi era chiamato a gestirne l’organizzazione ha contribuito ad ampliarne il significato.

La funzione educativa dei giovani

Così con il suo affermarsi ed evolversi l’oratorio ha assunto il ruolo di proposta educativa a più ampio raggio con l’intenzione di insegnare a chi lo frequentasse, oltre ai principi di una religione, anche i corretti modi comportamentali, innanzi tutto nei confronti dell’organizzazione sociale contribuendo anche, nella prima metà dello scorso secolo, a favorire la crescita di persone pronte a trasformarsi, poi, successivamente, da sudditi in cittadini responsabili. Anche gli aspetti legati ai rapporti interpersonali non sono però stati tralasciati insegnando ad ogni frequentatore, più con la necessità pratica che con la teoria, strategie utili a rapportarsi agli altri intesi come “pari”; al tutto poi non è mancata la componete ludica perché, sarebbe stato scoperto molto tempo dopo dalle scuole psicologiche di ogni indirizzo che con gli oratori muovevano i primi passi, che divertirsi è una cosa seria, non soltanto importante ma necessaria per conseguire un buon sviluppo interiore.

Il suo nascere, e successivo svilupparsi, è quindi anche indice di una presa di coscienza, sia pure in maniera non ancora ben definita, del problema dell’educazione (con tutto il bagaglio di significati spesso contraddittori che la parola porta con sé) giovanile.

La comunità degli oratori diocesani

Per tracciare sia pure soltanto per cenni la sua storia potrebbe essere interessante stabilire la sua data di origine ufficiale, senza necessariamente spingersi al periodo immediatamente successivo al concilio Tridentino quando si cominciò ad intravvedere la necessità di una tale istituzione, né all’opera di san Filippo Neri nella Roma del XVII secolo né a quella successiva di duecent’anni di santa Maddalena di Canossa nel Veneto; di ciò ha parlato don Ivano Mazzucco che, oltre alle incombenze legate alla guida della comunità parrocchiale di Montegrosso, vanta esperienza nell’ambito dell’apostolato giovanile maturata in vari comuni della provincia.

Un’immagine un po’ romantica vorrebbe far nascere, l’idea almeno, dell’istituzione dell’oratorio all’8 Dicembre 1841 nella chiesa di san Francesco a Torino; lì un sacerdote da poco ordinato originario di un “Castelnuovo”, che finì con il coniugare il proprio cognome con il nome stesso del paese natale: “Don Bosco”, incontrò il giovane, ma non troppo, astigiano Bartolomeo Garelli. Questi era desideroso sì di apprendere ma al tempo stesso titubante nell’intraprendere un percorso educativo essendo per la sua età (16 anni di quei tempi) già considerato adulto e quindi timoroso del confronto diretto con più giovani allievi già più esperti di lui.

Da una più attenta analisi però si deve constata che, seppur con finalità affini, il neonato oratorio salesiano e gli oratori diocesani, tendenzialmente uno per parrocchia, seguirono percorsi evolutivi assai diversi in un clima non sempre sereno a causa dei conflittuali rapporti tra Stato e Chiesa venutisi a formare in seguito all’unificazione della Nazione. Ben visti, per certi aspetti, anche dal potere laico poiché sopperivano ad una carenza delle istituzioni relativamente all’educazione giovanile, erano comunque trattati con un certo sospetto, in quando organizzazioni dipendenti da un’autorità: quella religiosa, in netto contrasto, e che nulla voleva aver a che fare, con quella civile: “Non éxpedit...”; è stata quella una situazione che per sfumarsi avrebbe avuto necessità di decenni.

Tuttavia l’oratorio, che da ora innanzi si intenderà sempre essere quello diocesano nelle sue tante sfaccettature specificamente parrocchiali, riuscì a prosperare anche grazie soprattutto alla sua organizzazione informale non essendo richiesto per parteciparvi iscrizioni di sorta ne l’essere inseriti in elenchi, cose che con trascorrere degli anni e l’affermarsi del Regime nel secolo successivo avrebbero generato ulteriori difficoltà volendo quest’ultimo imporre un controllo, se non la vera e propria gestione, di ogni forma di associazionismo.

La necessità di un oratorio cominciava dunque a porsi come problema a cui si sarebbe dovuta dare soluzione come dimostrano riferimenti sempre più frequenti che compaiono sui documenti ufficiali della Chiesa cattolica già a finire del secolo XIX. In quei tempi la nascente industrializzazione, con conseguente urbanizzazione della società, ebbe come conseguenza un numero sempre crescente di giovani abbandonati per lunghi periodi a se stessi privi anche di quella guida che una società contadino – patriarcale avrebbe comunque sia pure blandamente garantito. Tale situazione venne più volte denunciata in ambito lombardo da sua eminenza il cardinale Andrea Ferrari che auspicò la realizzazione di un oratorio in ogni singola parrocchia affidato alle cure del “giovane clero” affinché lo trasformasse in una “autentica scuola di vita per la gioventù”.

Su questa linea l’oratorio attraversò pressoché indenne i traumi della storia fino a giungere agli anni ‘60 del trascorso secolo quando fu investito dalla ventata di ecumenismo generata dal Concilio Vaticano II che mise forse in crisi l’istituzione stessa fino ad allora intesa più come luogo e struttura dove realizzare qualche cosa; si pensi ancora alle sollecitazioni del cardinale Ferrari a dare priorità alla realizzazione di ambienti adatti ad accogliere i giovani piuttosto che all’ammodernamento ed ampliamento degli edifici più propriamente religiosi al fine di non correre il rischio di trovarsi poi le chiese belle ma vuote.

Fu allora necessario svilupparne il concetto fino ad immaginarlo non più come luogo dove ritrovarsi, ma comunità di ragazzi e giovani, aprendo così alla collaborazione con altre iniziative analoghe in corso nelle parrocchie confinati e poter realizzare progetti altrimenti preclusi perché troppo complessi per ogni singola realtà.

Il riconocimento giuridico

Le mutate condizioni sociali, la composizione della pluridecennale diatriba che vedeva contrapposti Chiesa e Stato con una serie di accordi successivi, ma soprattutto una legislazione più attenta alle problematiche di natura sociale, comprese tra queste anche il riconoscimento del diritto all’associazionismo che veniva tutelato sia come istituzione che come diritto alla sicurezza delle persone in esso coinvolte, se da una parte richiedeva maggiori oneri ed impegni anche agli oratori, dall’altra offriva nuove possibilità di accedere a risorse pubbliche, specialmente se a farne richiesta non fossero state piccole organizzazioni ma associazioni ad ampio respiro operanti su vaste aree del territorio nazionale. Ecco nascere dunque la necessità di dotarsi di uno status giuridico il cui costo gestionale, sia di impegno che economico, poteva risultare assai gravoso per ogni singola realtà; lo scoglio fu aggirato con la costituzione di apposite società dapprima particolarmente specifiche per ogni tipo di attività e poi generalizzate; tra queste l’esempio più significavo può essere considerato l’Associazione nazionale san Paolo Italia costituita per affiancarsi alle parrocchie per tutte quelle attività che non fossero direttamente legate al culto.

Più o meno diretta emanazione del Concilio (l’intitolazione a Paolo non cela l’evidente intenzione di rendere omaggio, più che all’Apostolo delle Genti, a sua santità Paolo VI che caldeggiò l’iniziativa) l’Anspi, fondata come associazione di sacerdoti e laici, fornì agli oratori una “capacità di agire” diversa dall’ente prettamente ecclesiastico e di conseguenza la possibilità di organizzare escursioni, eventi sportivi, intrattenimenti ludico - culturali compresa la gestione di locali per le somministrazione di cibi e bevande.

Sdoganata così la struttura da un ambito circoscritto, ed in fondo abbastanza privato, essa è diventata anche oggetto di studio innanzi tutto per quanto riguarda la sua evoluzione storica. A queste si sono affiancate analisi relativi alle ricadute sul tessuto demografico coinvolgendo nella ricerca anche delle componenti proprie delle sociologia. Numerosi sono i testi in materia da allora già pubblicati e tra questi L’oratorio  luogo di evangelizzazione – la realtà di Asti di don Mauro Canta, vice parroco di San Pietro che ha sviluppato un’accurata ricerca in merito.

Le attività ricreative

Le considerazioni “astigiane” possono però essere tranquillamente estese tutte quelle realtà sociali proprie della città di medio - piccola dimensione, dove l’oratorio avrebbe subito profondi cambiamenti sia nella struttura ma anche nell’organizzazione e nelle finalità perseguite. Innanzi tutto avrebbe finito con l’indicare soltanto con un luogo fisico dove collocare i ragazzi in un ambiente ragionevolmente protetto sotto un occhio abbastanza attento di un religioso preoccupato di garantire quel minimo indispensabile di ordine ed organizzazione necessari a favorire con ragionevole sicurezza il divertimento. Questo fino ad allora generalmente si esauriva in un gioco sportivo: quasi esclusivamente il calcio durante la bella stagione, e gare a biliardini e calcetti al riparo dalle intemperie quando il tempo fosse inclemente.

Questa sua identificazione con un luogo certo e circoscritto auspicato a suo tempo dal cardinale Ferrari, da punto di forza finì con il trasformarsi in limite dovuto con l’andare degli anni agli aumentati costi di gestione del medesimo sia per la manutenzione ordinaria della struttura che per il suo adeguamento alle sempre più vincolanti normative relative alla sicurezza. Così la sua ampiezza e disponibilità di locali, un tempo indiscusso pregio, finirono con il diventare un non indifferente problema economico gestionale come attesta quanto sta avvenendo in Nizza Monferrato dove lo storico oratorio salesiano è stato ceduto dalla Congregazione alla Diocesi, che ora si sta adoperando per trovare un partner a cui cederlo nuovamente o con cui realizzare quanto meno un progetto di utilizzo condiviso; tutto ciò senza che di fatto vangano a meno le iniziative (compresa la costituzione di un ampio movimento di opinione propugnate il suo recupero funzionale) degli ex allievi dell’istituzione che continuano a svolgere uno svariato numero attività che si concretizzano con l’organizzazione di incontri, gite, spettacoli e quant’altro talvolta anche solo per mantenere salda una vecchia amicizia ed il ricordo indelebile dove essa si è formata e sviluppata.

La reinvenzione delle funzioni

Questo caso limite è comunque dimostrazione della necessità, già presente da decenni, di dover in qualche modo reinventare l’idea stessa di oratorio per renderlo capace di sviluppare anche attività non soltanto ricreative in senso stretto ma propedeutiche al passaggio dal prettamente ludico al didattico; tra queste prima tra tutte si annoverano l’organizzazione di proiezioni cinematografiche, la realizzazione di spettacoli teatrali e la formazione di gruppi musicali capaci di coinvolgere persone di varia provenienza alcune delle quali, dedicandosi a questi impegni potrebbero, come è già successo, trovare anche uno sbocco professionale.

Tutto questo fervere di novità impose il coinvolgimento di altre persone da affiancare alla classica figura del “vice parroco” detentrici di specifiche competenze con le quali guidare i giovani più interessati nel raggiungimento di obiettivi non limitati seppur importanti all’organizzazione di una squadra sportiva. Ma già si profilava il desiderio di molti di realizzare serate di arti varie che, per quanto amatoriali potessero essere, dovevano comunque garantire un minimo di qualità per potersi presentare ad un pubblico sia pure, almeno all’inizio, composto dagli amici e dai parenti.

Ad Asti è emblematico l’esempio dell’oratorio di San Pietro degli anni ‘70 dove forse sull’onda di un purtroppo effimero successo di un concorso teatrale per filodrammatiche promosso dalla Diocesi, affondano le radici più profonde di quella che ora è una compagnia teatrale apprezzata a livello nazionale: Gli Alfieri.

L’apertura alla collaborazione con il mondo laico è stata dunque inevitabile e tra le figure di riferimento poste a gestire l’oratorio con il trascorrere degli anni si affiancarono, oltre ai volontari pronti a collaborare con l’accortezza e l’attenzione del “buon padre di famiglia”, anche persone professionalmente competenti in ambiti didattici e psicologici.

Di tutto questo rinnovarsi sarà inutile cercare negli anni post conciliari quale sia stato quello dell’evoluzione che segnò il passaggio da un “prima” ad un “dopo” poiché, se il Sessantotto sicuramente lasciò dei segni anche su questa istituzione, questi non furono così traumaticamente evidenti come in altri settori della società forse soltanto perché distribuiti su lassi temporali assai più lunghi conseguenza di un’inerzia strutturale che un ente bimillenario come la Chiesa aveva acquisito nel corso dei secoli.

Ma la strada verso una gestione più moderna dell’oratorio aveva ancora una strettoia da superare poiché retaggio forse di quando ancora negli edifici adibiti al culto esisteva il matroneo; di oratori in quei tempi ne esistevano sostanzialmente due nei quali, pur perseguendo finalità identiche, si differenziavano per le proposte essendo esse adattate al genere di appartenenza di chi vi era accolta, o accolto. Soltanto in rare occasioni la barriera cedeva ad una promiscuità comunque controllata come accadeva nelle sale cinematografiche parrocchiali nelle quali comunque un corridoio divideva senza lasciar margini ad errori di interpretazione le file di sedili riservati alle ragazze da quelle per ragazzi.

L’impasse fu superato a fine anni ‘60 favorito dalla novità che aleggiava sul mondo. Complice anche la riscoperta da parte dei frequentatori del piacere del teatro e dello spettacolo in genere non tanto in veste di spettatori ma in qualità di interpreti, e non essendo più proponibile la divisione tra commedia in rosa od in azzurro, la barriera fu superata anche con la volontà mostrata da parte di molti parroci di abbandonare certi stereotipi saldamente radicati nella propria formazione ministeriale spesso risalente a tempi antecedenti i Patti lateranensi. Il venir meno della secolare divisione, affidando però la sua funzione ad una più corretta educazione della persona basata non sulla proibizione aprioristica ma spiegando le motivazioni per le quali sarebbe consigliabile adottare adeguati atteggiamenti di comportamento, favorì sviluppi ulteriori della proposta oratoriana contribuendo a svincolarlo, come già osservato, da un preciso luogo fisco; si cominciarono ad organizzare timidamente escursioni nel circondario alla scoperta di altre realtà analoghe e con l’andare del tempo anche gite in luoghi più distanti; non furono dimenticate esperienze di vita che definire comunitaria sarebbe ancora forse un po’ prematuro se non eccessivo ma che comunque già si orientavano in tal senso estendendo il periodo dedicato alle relazioni interpersonali dalle poche ore di un pomeriggio all’intera giornata. Si apriva così la strada alla programmazione di periodi di vacanze di gruppo che avrebbero avuto ben più ampio sviluppo negli anni successivi.

Ortari estivi

Per realizzare tutto ciò era comunque richiesto un impegno organizzativo non indifferente che spesso i singoli oratori non erano in grado di sostenere ecco allora diffondersi di quello spirito già auspicato dall’Anspi che portò i vari responsabili delle attività della parrocchia a collaborare tra loro senza più il timore di perdere frequentatori a favore di altre e superando finalmente un altro scoglio che fino ad allora aveva impedito di fatto la realizzazione di progetti condivisi a più ampio respiro. Non si dimentichi che tra gli ostacoli che lo stesso don Bosco dovette affrontare vi furono anche quelli suscitati dalle critiche di alcuni parroci cittadini che vedevano in quel suo oratori sovraparrocchiale un’organizzazione capace di portare via giovani dalle comunità di origine che difficilmente avrebbero poi potuto essere recuperati da adulti.

Ma la strada era ormai segnata e le collaborazioni divennero sempre strette sfociando in grandi iniziative specialmente estive che videro, e vedono tuttora, la collaborazione di gruppi di parrocchie proporre non soltanto ai fedeli ma a tutta la comunità servizi paragonabili ai “centri estivi” proposti da enti sia pubblici che privati. Tutto ciò per andare incontro alle necessità di gestire i figli nei periodi di vacanza a famiglie con entrambi i genitori occupati al lavoro che apprezzano moltissimo l’offerta. Questi “centri” sono chiamati non soltanto per vezzo, ma per designare uno specifico valore aggiunto, Ortari estivi così da dichiarare già nel nome la loro matrice cristiana senza per altro imporla. Essi si sono sviluppati sia nelle parrocchie cittadine che in quelle dei paesi di provincia con marginali differenze sfruttando quegli ambienti oratoriali più spaziosi ed organizzati dove svolgere la stragrande maggioranza ma non tutta la serie di attività in programma.

Ad Asti ne sono già state realizzate numerose edizioni e nell’ultima si sono registrati oltre un migliaio di partecipanti assistiti da un centinaio di persone tra i volontari laici affiancati da personale che con il trascorrere degli anni si è via via sempre più specializzato nell’educazione giovanile. Alle giornate classiche ”in oratorio” se ne sono alternate altre con attività all’esterno tipiche della stagione come gite e pomeriggi in piscina. Momento importante dell’iniziativa di alto valore educativo sarebbe poi diventata la verifica che giornalmente alla sera, o comunque a cadenza periodica fissa, viene proposta dagli assistenti a sé medesimi collegialmente con gli assistiti; ciò per poter verificare criticamente quanto fatto, evidenziando i punti di forza da sviluppare e le eventuali debolezze su cui intervenire proponendo soluzioni atte a superarle.

Esperienze significative

In questo ambito particolarmente significato è stato lo sviluppo delle iniziative in corso nei paesi delle media valle Tiglione. Come conseguenza di un oratorio molto attivo, voluto parecchi anni fa dal parroco di Mombercelli don Franco Cartello, ed al quale partecipavano anche ragazzi di comunità limitrofe, con il nuovo millennio si è assistito ad un’apertura molto interessante; essa è stata favorita forse dalla presenza di don Cartello medesimo tra il corpo insegnate della scuola media frequentata per necessità anche da molti giovani dei paesi vicini. Molti di loro sono stati coinvolti in questa attività extra scolastica favorendo una collaborazione alla quale mano a mano hanno cominciato a contribuire non soltanto le parrocchie dei paesi di provenienza dei ragazzi, tra le quali anche una extra diocesi, aggiungendosi via via comuni ed altri enti pubblici, circoli, associazioni e ed imprese private presenti in zona.

Molto interessanti ed istruttive sono poi risultate le serate invernali organizzate in alcuni sabato sera; queste furono propedeutiche ad analoghe iniziative estive: una decina di incontri ospitati dai comuni e dalle pro loco aderenti al progetto che si sono fatti carico di offrire la cena ai partecipanti ed organizzare insieme agli animatori serate a tema capaci di entusiasmare con giochi vari con i quali trasmettere nozioni di storia e cultura. L’immancabile ciliegina sulla torta è poi lo svolgimento di un campeggio in località montana diventato ormai tradizione consolidata. Ad arricchire l’iniziativa di un significativo valore aggiunto vi è stata l’idea di coinvolgere coloro che si avviavano alla maturità. Con il trascorrere degli anni molti partecipanti superarono l’età per potervi partecipare che in origine era stata pensata per gruppi di dieci – quindicenni. Si pensò allora di coinvolgerli nell’organizzazione medesima in qualità di aiuto animatori, pur senza gravarli di responsabilità troppo onerose ed offrendo loro un percorso formativo mirante all’auto responsabilizzazione. 

Prospettive future: il laboratorio dei talenti

Fin qui guardando al passato ed al presente. Non si può però dimenticare il futuro che già si prospetta da alcuni decenni scuotendo il mondo dalla sua apparente granitica e secolare immobilità con un parossistico rincorrersi di novità destinate a lasciare un segno che tuttavia nell’oratorio, almeno fino ad ora, è risultato meno appariscente e forse anche sostanziale di quanto è avvenuto in altri ambiti delle società occidentale.

Si tratta in particolare il fenomeno migratorio, sempre presente tra la specie umana, seppur soggetto ad acuirsi periodicamente fino a sconvolgere degli equilibri che parevano immutabili almeno quando non si voglia estendere l’orizzonte temprale dalla cronaca alla storia. Pare comunque che la più o meno grave che sia destabilizzazione sociale causata dal fenomeno sia stata meglio assorbita proprio da questa realtà religiosa apparentemente di spirito più conservatore che non altre. A confermarlo è ancora don Mauro Canta che racconta come ormai siano perfettamente inseriti i discendenti del primo gruppo di migranti provenienti dall’Albania che raggiunse Asti all’inizio degli anni ‘90. Relativamente a questi proto-profughi, se qualche incomprensione può essersi verificata è senz’altro circoscritta con in primi venuti. Erano questi già organizzati in famiglie spesso con bambini piccoli al seguito e questi ultimi, in conseguenza della giovanissima età, non hanno avuto particolari difficoltà ad ambientarsi acquisendo naturalmente le consuetudini del nuovo ambiente; ora i loro figli (di fatto la terza generazione) che in alcuni casi già si avviano all’adolescenza sono completamente integrati ed assolutamente indistinguibili dagli autoctoni. All’oratorio non si presentarono mai particolari difficoltà sebbene si dovesse cominciare a confrontarsi sia con confessioni cristiane che altre fedi diverse senza ancora nessuna specifica esperienza in materia. Sarà forse stata la natura stessa dell’organizzazione, che pur confessionale non era, e neanche è almeno attualmente, orientata a mietere proseliti, che favorì allora come adesso il lavoro di mediazione culturale di chi vi è impegnato. L’oratorio infatti pur esplicitamente dichiarato emanazione della Chiesa cattolica, se non altro per onestà intellettuale, della religione si limita al riconoscimento senza imporne a chicchessia l’adesione o l’impegno per poter partecipare a pieno titolo alla vita sociale del gruppo. Per chi vi volesse aderire sono infatti previste altre forme di organizzazione, ma questo è un altro discorso.

Esso si pone soltanto come obiettivo primario la formazione dei giovani avendo fatto propri quei principi comuni sia all’educazione laica che specificamente religiosa, mirando semplicemente a formarne buoni cittadini anche rispettosi delle idee di tutti senza necessariamente doverle condividere. E dati i tempi ciò non è cosa da poco.

Proprio per questo motivo da qualche tempo si fa ufficialmente riferimento ad esso come laboratorio dei talenti, dove permettere di sviluppare le capacità, appunto i talenti della parabola evangelica, intrinseche di ogni partecipante in un apposito “laboratorio” parola che suona molto affine ad “oratorio”. La scelta del termine è stata compiuta con cognizione di causa, e non per confusione dovuta all’assonanza, come fece il torinese Pinardi, primo laico tra tutti che credette nell’idea di don Bosco, quando offrì in affitto una tettoia nel quartiere di Valdocco contribuendo all’avvio della congregazione salesiana, che, insieme alla Chiesa tutta, è chiamata ad affrontare le sfide del nuovo millennio. Quelle sfide non sono limitate al problema derivato dalle necessità di integrare i migranti, rispettandone le tradizioni, traguardo che sembra poter essere raggiunto almeno in ambito oratoriano senza eccessive difficoltà, ma anche altre nuove.

C’è anche la sfida tecnologica, che oramai richiede, anzi impone nuovamente, che anche l’idea stessa di oratorio si riammoderni soprattutto consolidando la sua presenza ben oltre alla limitatezza dei luoghi, siano essi fisici, come era stato storicamente, che ideali come lo erano diventati a partire dagli anni ‘60, quando si incominciò a puntare sul senso di appartenenza ad un gruppo non necessariamente vincolato ad una sede ben identificabile. Ora l’oratorio dovrà affermare la sua presenza nel mondo virtuale e non soltanto con generiche apparizioni sui numerosi “social” al solo fine di farsi conoscere, ma soprattutto educando i giovani internauti a destreggiarsi tra gli scogli, le correnti e le procelle del nuovo pelago, che, per quanto noto possa essere, si amplia costantemente di nuovi golfi inesplorati. Una sfida che non può più essere posticipata e che comporterà per gli assistenti oratoriali di farsi carico di istruire i giovani all’uso di queste nuove tecnologie, capaci di amplificare indefinitamente, nel bene e nel male, ogni possibilità si possa presentare.

Per il momento pare non esserci ancora una linea di condotta omogenea e soprattutto collaudata, poiché il problema è ancora in fase di studio in seno a commissioni appositamente costituite in molte diocesi, che comunque cominciano a prenderlo in considerazione, facendovi esplicito riferimento nei documenti e nelle lettere pastorali; ad affrontarlo poi a livello più generale è già schierato un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica di Milano.

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