itenfrdeptrorues

Disuguaglianze e Marx

di: Willy Rizzolari dal Costarica

La scenografia latinoamericana e di altre regioni geografiche del mondo, nel dare il benvenuto al 2020, viene presentata in un articolo di qualche giorno fa apparso su un quotidiano locale.

Due ex Ministri cileni, l’ex Ministro delle Finanze e decano della scuola Politica della London School of Economics e Scienze Politiche, Andrés Velasco, e l’ex Ministro per l’Economia e professore di Economia dell’Universitá, Adolfo Ibañez, si interrogano su un tema candente che, a loro dire, percorre il mondo intero: disuguaglianze e “Marx”.

L’articolo apre con il riferimento a un “graffito” intercettato all’uscita di una autostrada di Santiago del Cile, recentemente costruita con fondi pubblici.  La scritta dice : “Marx aveva ragione?” e il titolo del loro articolo riproduce l’interrogativo. In effetti, scrivono, citando Carlo Marx: ”... lo sviluppo capitalista genera le proprie contraddizioni, come é di seguito dimostrabile.

I cileni, negli ultimi mesi, sono scesi in strada e nelle piazze delle cittá in segno di protesta manifestando il proprio malcontento e “urlando” un profondo cambiamento del Paese rivendicando una nuova Costituzione Politica.

Analoghe manifestazioni di proteste popolari pacifiche e in occasioni anche violente, con saccheggi, in concomitanza tra loro durante il 2019, sono avvenute in Costa Rica, Colombia, Perú, Argentina, Hong Kong, Equador, Sudan, ecc.ecc.

Anche se le marcate diversitá tra questi paesi e gli incidenti locali dei disturbi si sono caratterizzati nelle loro specificitá di rivendicazione e nelle forme di protesta, gli organi tradizionali di informazione e i media in generale hanno diffuso comode narrazioni, spesso e volentieri limitandosi a elencare i fatti violenti, le reazioni degli eserciti o polizie con gas lacrimogeni e getti d’acqua contro i manifestanti, le bombe Molotov e le barricate dei manifestanti, trincerandosi nella cronaca spicciola e “morbosa” della violenza, senza ricercare a fondo le cause degli avvenimenti in corso, con rare eccezioni giornalistiche.

Dal sito web The Conversation si puó leggere: “ l 2019 é stato un anno di agitazioni in tutto il mondo, scoppiate per la rabbia di fronte alla crescente disuguaglianza, ed é probabile che il 2020 sia ancor peggiore”.

Il giornale inglese The Guardian scrive: “Non tutte le proteste sono motivate da rivendicazioni economiche, nonostante l’abisso sempre piú profondo tra ricchi e poveri, radicalizzando in particolar modo la situazione giovanile”.

Anche il ponderato e principale giornale economico-finanziario del Regno Unito Financial Times si cimenta nel riconoscere che: “ La disuguaglianza nello “stabile” Cile accende il focolaio dei disturbi”.

Il professore titolare della cattedra di storia della propaganda dell’Universitá Complutense di Madrid, Pablo Sapag M. in un recente articolo dal titolo Cile senza soluzioni immediate per una deflagrazione annunciata, scrive: “ Non per il drammatico succedersi di morti e distruzioni, lo scoppio della rivolta cilena é stata una sorpresa. E’ una costante storica”. 

Se una cosa é certa é che le disuguaglianze in questi Paesi poveri o emergenti é all’ordine del giorno da sempre e le condizioni economiche distano dalla grave crisi mondiale degli ultimi decenni, e allora perché oggi la gente si lancia alle piazze, alla strada?

Povertà e sfiducia

I dati del Banco Mondiale, per l’America Latina, segnala che tra il 2000 e il 2017 le disuguaglianze si sono ridotte proprio nel corso degli anni dove invece si é marcato con maggior intensitá negli Stati Uniti e nel Regno Unito.

Il coefficiente Gini* ha segnato una riduzione in tutti i Paesi dell’America Latina e i Paesi oggi in protesta, per esempio Equador e Bolivia hanno avuto un abbassamento di oltre 8 punti; mentre la crescita economica é animica: 0,1% é la media regionale;  la popolazione si é riversata nelle strade manifestando il forte malcontento e la rabbia.

Uno studio della CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi) rileva che la povertá é tornata a crescere (30,8%) e la riduzione della disuguaglianza si é arrestata.

L’enfasi di Marx circa il progresso e le conseguenti contraddizioni ci suggerisce un’aiuto necessario alla comprensione

Le manifestazioni di protesta e le lotte popolari nelle cittá sono da ricondurre, tra le altre cose, alla disaffezione dalla politica e alla sfiducia nella classe politica di chi governa, dovuta alla mancanza di risultati e delle promesse incompiute.

La regione latino americana si trova ad essere la regione con piú disuguaglianza al mondo, non é piú la stessa del decennio passato dove ideologicamente anche la governabilitá di singoli Paesi si situava nel centro sinistra o nella sinistra.

L’effetto dei cambiamenti politici governativi, riconducibili alle oscillazioni del pendolo, destra-liberali-conservatori, radicali-sinistra-progressisti sono evidenti nei risultati delle elezioni presidenziali con un ciclo di destra a partire dalla vittoria di Maurizio Macri in Argentina (2015), Pedro Pablo Kuczynski in Peru (2016), Sebastián Piñera in Chile (2017), e via di seguito con Ivan Duque in Colombia, Abdo Benítez in Paraguay, Jair Bolsonaro in Brasile.

Alcuni analisti annunciarono “ ... la fine di governi progressisti” e vaticinarono “... un lungo ciclo di destra e di centro destra”.

I pronostici non sono sempre andati in questa direzione e lo dimostrano le vittorie presidenziali di candidati di centro sinistra: Andrés Manuel López Obrador in Messico (2018), Laurentino Cortizo in Panamá (2019), Alberto Fernandez in Argentina (2019).

Il voto espresso nella cabina elettorale é stato percepito come un voto di protesta, un voto contro i partiti ufficiali e le schede depositate nelle urne accompagnavano un forte reclamo ai Governi nelle strade.

La perdita di pazienza e tolleranza nella cittadinanza verso chi li governa é altresí sempre piú esigente per godere e difendere i suoi diritti, rivendicando beni d’uso pubblici universali di qualitá e sostenibili, misure efficaci in materia di mobilitá sociale rispetto al passato e l’interconnessione digitale dei social favorisce la presa di posizioni di massa. La sfida a questi nuovi Governi é quello di saper ascoltare i loro cittadini e amministrare onoratamente nei prossimi anni in un contesto sempre piú carico di complessitá interne e esterne.

Titoli di studio

Ma tornando a Karl Marx e Friedrich Engels, questi, furono impressionati di fronte al “...costante rivoluzionare della produzione... ” del capitalismo, peró segnalarono che questo tiene in “... un conflitto ininterrotto di tutte le condizioni sociali, una insicurezza e una agitazione perpetua”.

Possiamo prendere in considerazione un elemento della formazione del “progresso”, l’accesso e l’iscrizione alle universitá in Paesi dall’economia emergente quali: Brasile, Cile, Equador, Costa Rica per l’America Latina ma, anche Turchia, Libano, Hong Kong hanno avuto un alto incremento negli ultimi decenni.

Siccome l’offerta di personale accademicamente preparato cresce piú in fretta della domanda per il loro impiego, di conseguenza diminuisce l’ampiezza della forbice tra le remunerazioni di chi ha raggiunto una educazione universitaria e quella degli altri senza titolo accademico; come risultato si sono ridotti gli indicatori delle disuguaglianze di ingresso.

Cosa si puó pretendere di meglio con maggior conoscenza, piú specializzazione, alti studi? Non molto di piú, a meno che si appartenga e ci si sia trovati a transitare nella generazione di transizione degli ultimi venti, venticinque anni.

Coloro i quali si sono trovati a terminare gli studi universitari negli ultimi venticinque anni stanno ricevendo salari e remunerazioni molto al di sotto di quelle sperate.

Il risultato é quello di una generazione di donne, uomini, giovani con titoli di studio universitario o parauniversitario addetti a lavori (quando li trovano) con salari non adeguati alla loro preparazione e non riconosciuti come applicabili nell’attuale mondo del lavoro, indebitati e, frequentemente, per questo, “incazzati”.

Ci possono essere delle anologie tra quanto avvenne in Europa e negli Stati Uniti, nel decennio degli anni sessanta, se il denominatore che accomuna questi giovani di oggi e i “sessantini” di ieri é da ricondurre a uno status sociale derivante da una istruzione superiore che aiuta a sintonizzarsi contro le ingiustizie, le prevaricazioni, le disuguaglianze e a favore della rivendicazione dei diritti, della solidarietá, dei meriti?

Parrebbe tutto questo quello che sta succedendo a tutte le latitudini del mondo, con modalitá piú rapide e intense del passato, grazie alle nuove tecnologie e le reti sociali.

Accumulazione del capitale e salari

Consideriamo l’accumulazione del capitale, allora, se per definizione un Paese é povero perché il capitale produttivo é scarso, non puó chiedere capitali in prestito per far crescere le imprese e quindi una politica di sviluppo obbliga mantenere i salari, le remunerazioni e le imposte basse per dar modo allle imprese di dare “impulso” (messo tra virgolette perché mi é venuto in mente i Capitani Coraggiosi) all’investimento e alla crescita, determinando peró che molto pochi sono coloro che ne beneficiano con una maggior produttivitá e salari piú alti in misura dell’accumulazione del capitale.

Ora questa situazione non puó continuare in questo modo dove l’1% riceve un trattamento di grandi benefici per sempre, nell’arco della loro vita (e forse anche per gli eredi), e deve imparare a vivere con minori guadagni, con carichi impositivi piú alti, a meno che non voglia utilizzare il potere politico per lottare contro questo necessario cambiamento.

Questo é quanto é successo in molte economie emergenti: Corea del Sud, Messico, Cile, Singapore, Paesi poveri dove il progresso é avvenuto attraverso un livello impositivo basso.

Per esempio in Messico si registra un ingresso medio alto, peró la fiscalitá registra uno scarso 16% del PIL (Prodotto Interno Lordo), meno della metá che registra l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), mentre per il Cile la proporzione é del 21% rimasta tale per decenni.

Tutto ció si traduce in una sicurezza sociale non adeguata alla domanda della crescente classe media, nell’arretratezza infrastrutturale, nella precarietá della crescita, l’assenza di innovazione e modernizzazione e non redistribuzione.

Le conseguenze delle proteste in Cile sono anche da addebitarsi a queste situazioni e probabilmente il Messico, nel prossimo futuro, percorrerá la stessa strada.

Infine, le politiche della libera concorrenza ci portano a un altro esempio della massima marxista dove il successo del capitale genera la propria sconfitta.

Quando un Paese é relativamente povero, ma vale anche in Paesi ricchi, permettere un certo guadagno monopolistico alle imprese, accelera l’accumulazione senza pregiudicare l’innovazione.

Peró ecco spuntare una serie di difficoltá e di problemi: i piú rigorosi livelli di standars innovativi richiesti al Paese, spesso da assegnare all’acquisto di strumenti, macchinari e alla conoscenza tecnologica straniera, rivelano innumerevoli scandali di corruzione, di collusione, che riempiranno le prime pagine dei giornali incendiando la rabbia pubblica prima ancora che la maggior concorrenza produca innovazione e maggiori ingressi che plachino la rabbia.

Una volta ragggiunto un certo livello di progresso tecnologico vengono richieste maggiori competenze e di fatto si aprono vie a nuove istanze di maggior e miglior redistribuzione di capitale.  

Ne deriva che, in particolare, le economie emergenti devono adottare politiche antimonopolistiche se vogliono mantenere il successo acquisito.

Non é da escludere che il prezzo da pagare per la lotta contro i monopoli e gli oligomonopoli si ritrovino in maggiori proteste nelle strade. Il quadro regionale convulso e inestabile chiude il 2019.

Tornando indietro, Marx e Engels, a ragione, non solo affermarono che lo sviluppo capitalista genera le proprie contraddizioni, ma che queste contraddizioni si potranno superare solo attraverso “... la sconfitta forzosa di tutte le condizioni sociali esistenti”.

Per il momento quest’onda di proteste non ha ancora sovvertito molto.

I due ex Ministri e economisti, autori dell’articolo “Aveva ragione Marx” chiudono indicando che: “...  toccherá ai Governi mettere in campo le legislazioni per le riforme che possano permettere che in quet’ultimo punto Marx e Engels non avevano ragione”.


*Coefficiente Gini: indice di distribuzione dell’ingresso, dove 0 (zero) rappresenta l’uguaglianza perfetta e 100 la disuguaglianza assoluta

Tags: politica, disuguaglianze, capitalismo

 


© 2018-2020 ADL culture On-line

Autorizzazione del Tribunale di Asti n. 4/2018

logoADL
Associazione Davide Lajolo onlus - via Alta Luparia, 5 - 14040 Vinchio (AT) - P.IVA. 91006490055


Contattaci: redazione@adlculture.it

 

adlculture.it rimane a disposizione dei titolari di copyright che non è riuscita a raggiungere.