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L’uomo che creava futuro

di: Beppe Rovera, giornalista

Il fuoco della fede

“Ma come fa a sobbarcarsi tante spese? Dove prende il denaro per mantenere tanti giovani?” Il casalese Giovanni Lanza era ministro dell’interno quando, nel 1865, si rivolgeva così a don Giovanni Bosco. Il quale, serafico, rispondeva: “Faccio come la macchina a vapore, vado avanti a puf, puf, puf...” Dove “puf” stava per...debiti. “Ma dovrà ben soddisfarli tutti questi puf”. “Dentro la macchina ci vuole il fuoco”. “Quale fuoco, che metafora è?” “Il fuoco della fede in Dio”. 

Sfoglio il bel volume di Pier Giuseppe Accornero, Testimoni di un amore più grande, per le Edizioni Mille, ricco di citazioni e documenti d’epoca, e mi rendo conto che la spinta ad aprire oratori, a fare formazione, a creare futuro non si è mai fermata; s’è anzi propagata nei continenti, abbattendo le frontiere più invalicabili, conquistando cuori e menti. Lo documentano opere murarie e letterarie, testimonianze vive rinnovate di generazione in generazione.

La modernità di don Bosco

Lo stesso don Bosco, del resto, aveva affidato alla comunicazione in tutte le forme in allora conosciute (dalla scrittura al teatro di strada) la trasmissione fedele del suo progetto, rivolto soprattutto al mondo giovanile: 1174 i suoi scritti oggi raccolti in 37 grandi volumi, ma una infinità di pubblicazioni in più di un secolo e mezzo di presenza salesiana attiva. Negli anni dell’Unità d’Italia che apre le dogane, migliora le tecnologie, velocizza lo scambio delle informazioni, favorisce l’alfabetizzazione, la scolarizzazione, la cultura, don Bosco è figura dalla straordinaria modernità. Che incrocia personalità come Francesco Faà di Bruno (beato dal 1988), fondatore tra l’altro nel 1884 di una “Biblioteca circolante per le signore torinesi”. O San Giuseppe Cafasso, formatore di sacerdoti e consolatore dei condannati a morte; San Domenico Savio, ragazzo/modello dell’oratorio; don Giovanni Cagliero, che per primo raggiunse l’Argentina in missione divenendo poi primo vescovo e cardinale della Congregazione. E via elencando figure divenute popolarissime, proprio perché capaci di incidere profondamente nelle mutazioni sociali, negli scenari geopolitici che si andavano disegnando, nelle coscienze che si risvegliavano. 

L’educazione dei giovani

 “I giovani non solo siano amati, ma conoscano di essere amati”, raccomandava per lettera don Bosco ai suoi: “L’educazione è cosa di cuore. Per fare buoni cristiani e onesti cittadini”. Credeva nei ragazzi e scommetteva su di loro quando nessuno lo faceva, intuizione fenomenale in quel contesto di nascita di un’Italia unica. Accoglieva i “birichin”, gli indomabili, i figli del popolo, i senzatetto, gli immigrati che arrivavano a Torino e aumentavano con la costruzione delle fabbriche e delle “barriere”, le prime periferie industriali. Insegnava a leggere e scrivere, dava loro un mestiere, li invitava a cantare e giocare. E chiedeva loro di amare Dio, di non far male, di affidarsi alla Madonna. Rifiutò la nomina a Monsignore perché i suoi ragazzi non avrebbero capito, l’avrebbero presa come una vanteria... “Sono povero e ospito ragazzi abbandonati”, scriveva alla madre, Margherita, che lo aveva avvertito: “Se diventerai ricco, non metterò piede a casa tua”. 

Asti salesiana

Anche la storia salesiana nella città di Asti comincia con una sorta di sfida tra due sacerdoti salesiani e quattro monellacci che li sfottono mentre passeggiano; a insulti e provocazioni la risposta è: “Costruiremo proprio qui il nostro oratorio e voi ci verrete a cercare”. Infatti, cento anni dopo, eccoci a rievocare fatti, opere, persone in un racconto che offre anche l’occasione per una rilettura dello sviluppo della realtà astigiana; dove la presenza salesiana ha caratterizzato e “orientato” la trasformazione di due importanti quartieri, ha fatto formazione e ricreazione, è stata motore di comunicazione e dialogo, è stata casa di associazioni e gruppi missionari.

In queste pagine si alternano analisi e testimonianze, dal profilo storico a quello sociologico, dall’impatto urbanistico generato dalle costruzioni nuove (si pensi al solo complesso tra corso Dante e via Conte Verde, un tempo anche Convitto e scuola oltre che Chiesa e oratorio) a quello derivato alle comunità col succedersi di sacerdoti e animatori.  

Critiche all’attivismo di don Bosco

Ma non è stata una “passeggiata” la crescita salesiana in città. Così come non fu privo di ostacoli, incomprensioni, feroci attacchi l’attivismo mai venuto meno di don Bosco, nel mirino costante di anticlericali e massoni, ma anche di parte della Curia torinese e di Roma. Come emerse al momento della morte nella cronaca dei quotidiani; i quali si divisero nella valutazione del suo operato, a seconda delle tendenze di ciascuno.

Ma, se la livorosa e anticlericale “Gazzetta di Torino” arrivò al punto di ignorare l’evento negando la notizia ai propri lettori, il liberale “L’Italia”, fondato da Cavour, non poté sottrarsi al coro unanime di chi lo aveva ammirato: “Con lui si spegne una vita tutta dedicata a un’idea, anzi si può dire che si spegne una potenza. Gli uomini come don Bosco sono di stampo antico e ai dì nostri sono rari. L’aver voluto ferreamente l’incarnazione del suo ideale costituisce una caratteristica degna di considerazione. Seppe crearsi fama e considerazione pari a quella dei più celebri apostoli”. 


*Prefazione al volume AA.VV. Un secolo di don Bosco ad Asti a cura di Beppe Rovera, ed. Diffusione Immagine

BREVE DESCRIZIONE DI UN SECOLO DI DON BOSCO AD ASTI

Il volume riporta dopo i saluti di don Angel Fernandez, Rettore della Società di San Francesco di Sales – sede centrale Salesiana, del vescovo Marco Prastraro, del vescovo emerito Francesco Ravinale, dell’ispettore dei Salesiani di Piemonte e Valle d’Aosta don Enrico Stasi, del Sindaco di Asti Maurizio Rasero, alcune testimonianze interessanti. Pippo Sacco ricostruisce l’avvio dell’attività salesiana ad Asti nel 1919 e la costituzione dell’oratorio di Viale alla Vittoria fino alla nuova sede di corso Dante.  I sacerdoti salesiani ricordano le molteplici attività svolte dalla ricreazione al teatro, dallo sport al cinema, alle funzioni formative con la testimonianza del secondo parroco della Chiesa don Olearo. Maria Augusta Mazzarolli ricostruisce le vicende costruttive della nuova sede di corso Dante, tracciando una storia urbanistica dello sviluppo della città oltre gli “Sbocchi Nord”. Luigi Ghia pone l’accento sull’azione educativa di don Alfredo a favore dei ragazzi delle nuove periferie sociali. Ezio Claudio Pia ricostruisce storicamente i cento anni della presenza dei salesiani in città, che si intersecano con le vicende cittadine. Guglielmo Berzano ricorda l’esperienza da sindaco nel momento della costruzione della nuova Chiesa progettata dall’arch. Giorgio Platone nella zona nord e Antonio Guarene paragona l’oratorio alla “vigna del signore” secondo le indicazioni di papa Francesco. Massimo Cotto e  Andrea Pignatelli ricordano la loro adolescenza all’oratorio. Gianfranco Monaca dichiara di aver scoperto il teatro al “Don Bosco”. Umberto Sconfienza parla della sua esperienza nel Convitto. Gianna Bellone coordinatrice e Vanda Rovero responsabile della formazione si rifanno alla funzione missionaria nel mondo. Marco Scassa riconosce l’apporto salesiano nella sua passione equestre e per il Palio. Piero Mora si riferisce all’insegnamento di don Bosco come antidoto alla crisi contemporanea dei valori. Lorenzo Fornaca rievoca episodi calcistici.

Il volume è corredato da un ampio repertorio fotografico, dall’indice dei nomi e dalla bibligorafia.

Tags: giovani, cultura, oratorio, educazione, Don Bosco, biblioteca

 


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