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Turismo e cultura nel Quadrante Sud-Est del Piemonte: tra logiche di campanile e aspirazioni di area vasta

di: Arianna Gandini

Ha suscitato un discreto clamore a livello locale l’annuncio, a fine estate, del matrimonio dell’ATL di Asti con l’ATL di Alba Bra Langhe Roero, nonostante il conclamato benestare della Regione Piemonte. Con minore enfasi e con maggiore aplomb istituzionale è stata invece accolta la notizia della fusione tra la Camera di Commercio di Asti e quella di Alessandria, operazione da lungi in cantiere e finalmente felicemente conclusa.

In effetti, anche l’unione tra le due agenzie locali di promozione turistica avrebbe potuto scivolare via come l’ennesimo di una lunga serie di iter procedurali imposti dalla riforma Madia, notoriamente fautrice di più o meno volontari accorpamenti amministrativi. Senonché Asti Turismo, l’ATL astigiana, era già da tempo “promessa” di Alexala, l’ATL della provincia di Alessandria, con la quale condivideva, e tuttora condivide, la comune appartenenza al Monferrato. Se è vero che non sempre i lunghi fidanzamenti sfociano nel matrimonio, è pur vero che, all’apparenza, i presupposti per un’unione felice tra Astigiano e Alessandrino c’erano tutti. Ma è altrettanto vero che questo rinforzato sodalizio tra Asti e Alba ha fatto pubblicamente venire al pettine alcuni nodi che da lungo tempo serpeggiano latenti nei rapporti tra i diversi ambiti del Piemonte sud-orientale e ha riacceso il dibattito sull’effettiva possibilità di attuare politiche “di area vasta” in campo turistico-culturale. Sussistono le condizioni e, soprattutto, la volontà di realizzare un progetto condiviso di promozione territoriale tra Alba, Asti e Alessandria?

Questo è anche l’interrogativo da cui ha preso le mosse la mia tesi di ricerca, che si è posta l’obiettivo di stabilire se i tempi e gli attori siano “maturi” per dialogare e attivare sinergie a scala sovralocale in un contesto che registra una costante crescita di visitatori, un tendenziale aumento degli addetti alla ristorazione e alla ricettività, nonché una rinnovata attenzione all’elemento culturale come significativa componente di un’offerta turistica integrata.

L’analisi è stata condotta dapprima attraverso i dati, ovvero misurando le performance di Albese, Astigiano e Alessandrino in termini di flussi turistici (numeri, provenienza, tempo medio di permanenza e caratteristiche della domanda), offerta ricettiva e offerta culturale, intesa come dotazione di patrimonio tangibile, con un focus sull’attrattività della componente museale. All’oggettività dei numeri sono state associate una serie di interviste volte a cogliere la percezione di alcuni testimoni privilegiati in merito ai fattori che influenzano lo sviluppo turistico-culturale del nostro quadrante e a verificare la loro eventuale disponibilità a costruire un’immagine univoca del territorio in chiave turistica.

Dopo aver dato l’opportunità a ciascuno di raccontare e raccontarsi, l’intervista si concludeva con una domanda insidiosa: «Come valuta lo scenario di Quadrante: di competizione o di collaborazione?». Curiosamente, nonostante la neutralità del quesito, tutti gli intervistati delle zone astigiane e alessandrine hanno espresso una valutazione comparando il proprio territorio a quello di Alba. L’inconsapevole misunderstanding è sintomatico di una forma mentis abituata a ragionare in termini di “Monferrato versus Langhe”, non necessariamente con un approccio concorrenziale, ma, semplicemente, di separazione di confini; anzi, molto spesso Alba è considerata un modello cui ispirarsi, ma resta fisicamente e mentalmente ancora lontana.

E’ forse da questo sentire collettivo che discende lo stupore di alcuni di fronte alla santa alleanza che le ATL di Asti e Alba hanno di recente sancito, benché, in termini di business, tale operazione non possa che meritare un plauso, essendo l’appeal turistico albese un innegabile dato di fatto. Invero anche le Langhe nutrono un forte spirito di differenziazione territoriale, ma lo proiettano in una dimensione internazionale: per riprendere le parole di un soggetto intervistato, “Alba non si sente in competizione con il resto del quadrante, si sente in competizione con il mondo”.

Ciò che è emerso dall’indagine è uno scenario complesso e in continua evoluzione: da un costitutivo individualismo dei singoli ambiti, spesso originato da ragioni storico-identitarie e talvolta consolidatosi in sterili campanilismi, ci si sta lentamente avviando verso una prospettiva di sviluppo turistico-culturale di maggior respiro, incoraggiata sia da una visione più lungimirante da parte della classe dirigente che da impellenti necessità economiche. Non è un segreto infatti che, in un contesto territoriale che sta attraversando una fase di transizione da un’economia basata soprattutto sui settori manifatturiero, commerciale e agricolo a un sistema multipolare post-industriale perennemente in bilico tra depressione e rilancio, turismo e cultura rappresentano due nuovi asset strategici su cui puntare.

I dati, tuttavia, parlano chiaro: sussiste una profonda dicotomia tra il sistema delle Langhe, coeso e ben strutturato, e il resto del Basso Piemonte, che pure ha delle notevoli potenzialità turistiche e un patrimonio culturale di assoluto pregio. Infatti, benché nell’ultimo decennio i flussi turistici siano dappertutto in aumento, non tutti i distretti beneficiano in egual misura di nuovi arrivi e presenze. Il vero catalizzatore di turismo dell’area è l’Albese, della cui forza attrattiva sembrano però progressivamente usufruire anche i territori confinanti, Canelli in particolare. Man mano che ci si allontana da questo epicentro, le performance dei centri zona peggiorano in termini sia assoluti che relativi.

Anche i problemi appaiono diversi. Le Langhe si configurano come un territorio da oltre vent’anni programmato per ospitare turisti, gli operatori economici agiscono in maniera sinergica, i servizi di informazione turistica risultano più che efficienti. L’Albese, nell’ambito di questo quadro di accoglienza così ben strutturato, riconosce come proprio punto debole il fatto di essere monotematico – il famoso binomio “vino e tartufo” – e si strugge perché il tempo medio di permanenza del turista è troppo breve.

La preoccupazione degli altri ambiti, invece, è focalizzata sull’offerta ricettiva, che risulta disomogenea e con una limitata integrazione e connessione funzionale. In generale, la proposta extra-alberghiera (agriturismi, bed&breakfast, case vacanze…) supera quella alberghiera: in particolare Asti lamenta la mancanza di hotel con un numero adeguato di camere per ricevere il turismo organizzato. Carenti sono anche i servizi ai turisti, ovvero pare il Monferrato difetti di quella cultura dell’ospitalità che invece funziona molto bene nelle Langhe: forse perché il nostro è un territorio non avvezzo a vivere di turismo?

Al contrario, dal punto di vista culturale non ci manca nulla. Dal patrimonio architettonico al paesaggio vitivinicolo, dal prodotto enogastronomico di eccellenza all’artigianato tradizionale, dai borghi storici alle manifestazioni folkloristiche: ogni elemento testimonia un’offerta rilevante, forse non sufficientemente tutelata, forse non adeguatamente valorizzata, forse ancora troppo poco conosciuta, riprendendo alcuni dei commenti scaturiti durante le interviste, ma potenzialmente in grado di soddisfare le aspettative di un qualsivoglia turista, dalle più scontate alle più raffinate.

Nonostante l’Albese, a detta dei suoi stessi abitanti, non goda di un’altrettanta varietà di proposte culturali a paragone di Astigiano e Alessandrino, è lì che si trovano le strutture museali più visitate, benché negli ultimi anni  la Fondazione Palazzo Mazzetti abbia creato in Asti un grande polo di attrazione del turismo culturale. Dalle altre parti, invece, nessun museo riesce a raggiungere i 10.000 accessi all’anno, a riprova di un’offerta che deve ancora compiutamente strutturarsi e che, nonostante l’indubbia qualità, al momento non riesce a essere attrattiva. Comunque, al di là delle differenze da zona a zona, nel complesso i numeri non sono neanche lontanamente paragonabili al Sistema Museale Metropolitano di Torino.

Ma il Basso Piemonte nel suo complesso possiede indiscutibili punti di forza, a partire dalla posizione geografica baricentrica rispetto ai principali poli metropolitani (Torino, Milano Genova), nonché da un certa vicinanza fisica a porti (Genova e Savona) e aeroporti internazionali (Malpensa, Linate, Torino). L’altro aspetto del territorio che ogni interlocutore cita come indiscutibile eccellenza è la sua qualità paesaggistico-ambientale, consacrata per altro dal riconoscimento UNESCO, che lo rende una meta ideale per i turisti appassionati di outdoor e, più in generale, di un turismo slow alla scoperta delle bellezze naturali o architettoniche del territorio.

Volendo tirare le fila, è ovvio che per far crescere i flussi turistici sia necessario elaborare una strategia mirata a migliorare la competitività del territorio puntando su prodotti maggiormente in linea con le richieste del mercato. Tuttavia non sono le mete a fare la differenza, ma le emozioni che si possono vivere, il rapporto che viene a crearsi tra individuo e luogo. Se è vero che il turista moderno va alla ricerca dell’esperienza, paradossalmente potrebbe rimanere più soddisfatto dalla genuinità di un ambiente non costruito apposta per lui e, viceversa, deluso dall’atmosfera artificiosa di un luogo ricreato per accondiscendere ai suoi desideri. La minaccia che i territori turisticamente maturi come le Langhe devono affrontare è un possibile calo della reputation in caso di aspettative disattese rispetto all’autenticità dei luoghi; l’opportunità che destinazioni emergenti come l’Astigiano e l’Ovadese possono cogliere è quella di conquistare il turista esperienziale cercando il più possibile di rimanere se stesse e di non cadere nella trappola della finzione.

Ma anche il web ha la sua importanza: l’evoluzione della tecnologia e la diffusione dell’utilizzo di internet stanno modificando i comportamenti di acquisto dei turisti. Ogni destinazione nel proporre la sua offerta deve tener conto di questi cambiamenti se non vuole incorrere nel rischio di rimanere fuori mercato. In parallelo, su tutto il Quadrante si deve diffondere una cultura dell’ospitalità basata sulla professionalità degli operatori turistici e, in generale, di tutti coloro che forniscono servizi ai turisti. In quest’ottica il turismo culturale dovrebbe vedere più coinvolti i residenti. La difesa e la valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale non possono infatti derivare se non da una sua conoscenza sempre più diffusa, soprattutto fra coloro che, vivendo immersi in una determinata realtà storico-artistica, sono in prima battuta responsabili dei beni ereditati dalle passate generazioni. In merito a queste prospettive, le problematiche comuni che affliggono il territorio in tema di sviluppo turistico-culturale e che sono affiorate sia dall’analisi dei dati che dalle testimonianze raccolte attraverso le interviste sono sostanzialmente due: l’esigenza in campo turistico di promuovere la domanda e razionalizzare l’offerta e la difficoltà di organizzare economicamente i beni culturali perché possano risultare una componente “di peso” nelle strategie di destination marketing.

Lo studio tuttavia ha parimenti rilevato che la condivisione di preoccupazioni simili tra i diversi ambiti del Quadrante è presupposto forse necessario, ma certamente non sufficiente a far sì che gli attori locali siano disposti a mettere a fattor comune i punti di forza e di debolezza del proprio territorio di appartenenza per pianificare una strategia di area vasta che possa fornire risposte concrete e in tempi ragionevoli alle incertezze di sviluppo connesse alla prospettiva turistico-culturale. Per essere espliciti, è palese la differenza tra obiettivi, risultati attesi e modus operandi delle Langhe e aspirazioni, potenzialità e attivismo del Monferrato, laddove questa denominazione, utilizzata per esigenze di semplificazione, racchiude al suo interno una complessità di significati, di interpretazioni e di posizioni in merito.

Come già dichiarato, l’Albese è un sistema e funziona. Incentrato su un turismo di nicchia a forte componente internazionale, registra flussi molto elevati ed è in costante crescita. Il target classico è rappresentato da coppie o piccoli gruppi di mezz’età attirati dalle eccellenze enogastronomiche e paesaggistiche e dotati di un’ottima capacità di spesa. L’offerta, internamente coesa, è alla continua ricerca di innovazioni e alleanze strategiche con l’obiettivo, ancora non raggiunto, di aumentare il tempo di permanenza del turista, soprattutto straniero, che dopo qualche giorno nelle Langhe “si annoia”. In campo culturale la coalizione con Torino è un’osmosi efficace, ma Alba guarda anche a Cuneo per le montagne e valuta con attenzione qualunque collaborazione con l’esterno che possa rafforzare la sua immagine internazionale e il suo prodotto, come la recente unione con Asti dimostra.

Frammentazione dell’offerta, disgregazione amministrativa, campanilismi sono invece le pecche che affliggono l’altra parte del territorio che pure, come si accennava poc’anzi, dispone di un patrimonio culturale, sia materiale che immateriale, notevolissimo. Anche qui i flussi sono in crescita e il trend lascia supporre che in un futuro non lontano, qualora gli attori locali mettano in atto una strategia di promozione organica, coerente e strutturata, quest’area potrà avere significative ricadute economiche da un settore che ancora fatica a percepire come una spina dorsale dello sviluppo locale.

L’impressione è che, nonostante la molteplicità di iniziative e progetti di valorizzazione che “nascono come funghi” un po’ dappertutto e che indubbiamente hanno una loro intrinseca validità, ancora manchi da quelle parti una chiara visione delle popolazioni turistiche che si vogliono attirare e, di conseguenza, della traiettoria da imboccare per aumentare arrivi e presenze. Questa indeterminatezza deriva probabilmente dall’assenza di una vocazione turistica robusta, contestuale alla presenza di forze centrifughe che rischiano di pregiudicare ogni tentativo di ragionamento su larga scala. Preliminarmente a una pianificazione di area vasta occorre forse mettere in atto una politica dei piccoli passi che traghetti le zone meno turisticamente connotate verso la strutturazione di un’offerta che le caratterizzi.

La strategia più plausibile in questa fase di passaggio dal dilettantismo degli inizi, che ha manifestato peraltro risultati incoraggianti, al professionismo di un’offerta di richiamo internazionale consiste, banalmente, nel differenziarsi dai territori limitrofi valorizzando quello che si ha. E ciò che il Basso Piemonte possiede è un’infinita serie di attrattori culturali di un certo valore, ma fisicamente distanti l’uno dall’altro e, pertanto, bisognosi di forme di collegamento, ovvero di essere inseriti in circuiti che ne agevolino la conoscenza e la fruizione. Pertanto si rivela corretta l’intuizione di coloro che stanno lavorando per rafforzare la componente outdoor dell’offerta turistica, perché le risorse paesaggistico-ambientali possono essere il fattore in grado di connettere le risorse culturali.

Di conseguenza l’obiettivo potrebbe diventare quello di insistere sulle tipologie di flussi turistici che già conoscono e frequentano la zona perché particolarmente funzionale al soddisfacimento di un loro particolare interesse connesso al tempo libero e modellare per loro un’offerta “su misura”, possibilmente integrandola con elementi innovativi, ad esempio culturali, che li convincano a trattenersi un po’ più a lungo. Ciclisti, motociclisti, camminatori, golfisti sono, secondo gli operatori intervistati, le popolazioni target sui cui puntare, unitamente a una garanzia di accessibilità per le ulteriori categorie più vulnerabili di turisti, soprattutto anziani, che abitualmente si recano sul territorio per altri motivi: si pensi, ad esempio, al turismo termale e religioso.

Lavorare per ampliare l’offerta e fidelizzare queste nicchie può essere un tentativo di successo a patto che ci si abitui a considerare i luoghi come sistemi integrati che mettono insieme le risorse attrattive, ognuno conservando la propria specificità, ma tutti disponibili a “cedere qualcosa di sé” per un obiettivo comune. E quella delle Langhe è una lezione di coesione che sia gli Astigiani che gli Alessandrini finalmente si apprestano ad apprendere: gli uni virtuosamente, come positiva conseguenza del patto con Alba, gli altri forzosamente, perché il cambio di direzione astigiano ha ottenuto il paradossale effetto di rinsaldare i legami di un territorio provinciale storicamente policentrico che ha caratterizzato la propria storia in termini di autonomie significative.

Per la lettura della tesi integrale sito web: masl.digspes.unipmn.it

Tags: Master di sviluppo locale

 


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