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Grazie alla terra

di: Beppe Rovera, giornalista

Si intitola Grazie alla terra, dura una quarantina di minuti e racconta storie di giovani imprenditori tra Monferrato e Langhe. È un video girato per il Festival del paesaggio agrario ideato dieci anni fa ad Asti da Laurana Lajolo, figlia di Davide, animatrice culturale dopo una vita trascorsa a insegnare in licei e istituti superiori. Obiettivo: testimoniare il passaggio generazionale dalla tradizione contadina all’azienda agricola multifunzionale, dove l’innovazione tecnologica favorisce uno sviluppo sostenibile in armonia con la visione europea. Insomma: di padre/madre in figlio/figlia, come cambia la vita di un territorio dalla bellezza riconosciuta universalmente (è patrimonio dell’umanità), ma talmente aspro fino a solo settant’anni fa che Beppe Fenoglio lo fulminò nel titolo di uno dei suoi romanzi  come “la malora”.

Così, tra i saliscendi contrappuntati da paesi che sbucano tra boschi di querce, carpineti, salici, aceri, ciliegi, dove la fauna selvatica ancora gode indisturbata di radure e zone umide, e in una alternanza unica di vigne a coronare antichi palazzi, torri, chiese, pievi, musei, gallerie private sino a fondersi dolcemente con la pianura e le risaie che dal vercellese si allungano all’alessandrino, il viaggio riserva incontri degni di attenzione. 

Monferrato, Langhe e Roero fanno tutt’uno per l’Unesco; ma si tratta di identità diverse, ognuno ha una propria “pelle”; e il Monferrato si distingue per aver conservato una varietà di paesaggio non più riscontrabile nelle celebri colline a ridosso di Alba, dove i vigneti di pregio hanno conquistato anche le zone più impervie imponendo una armonia sofisticata anche laddove la natura aveva destinato solo durezza e vita grama. 

Lo sa bene Michele Chiarlo, uno dei padri nobili della rinascita di un angolo di astigiano che con lui ha visto volare in America “la barbera”, un’uva che fino alla maledizione dello scandalo del vino al metanolo negli anni ‘80 (morirono diverse persone) era ben poco considerata, utile più che altro a “tagliare” altri vini più consistenti. A Castelnuovo Calcea, dove nella cascina La Court ospita tra i filari le sculture di Emanuele Luzzati a rimarcare il prestigio di un luogo che non è più solo terra, confida: “Mio padre faceva lo schiavandaio, era a servizio nelle cantine. Mi lasciò frequentare l’enologico di Alba a costo di sacrifici enormi e a patto che non venissi mai nemmeno rimandato. Così è stato e ho potuto incontrare su quei banchi compagni che poi sarebbero diventati i protagonisti di una vera e propria rivoluzione in cantina, quella che consentì a me di sfondare oltre oceano e a una fetta importante di Piemonte di contare su una nuova, forte economia”. Oggi è suo figlio Stefano a portare innovazione ulteriore, a espandere ancora i confini di un marchio che mai ha deluso: “ Ma non gliel’ho chiesto, né imposto; ha scelto lui di proseguire”. Le loro colline sono meta di visitatori quasi ogni giorno, da tutto il mondo. Lì, quando non si vendemmia, si organizzano incontri culturali, festival, momenti di festa, rievocazioni, si mantiene viva la memoria di un ambiente trasformato, non rinnegato, né stravolto. Ma comanda sempre lei in azienda, Michele Chiarlo? “Comandiamo tutti, compreso l’enologo. Certo, Stefano ha le sue idee, discutiamo. Ma alla fine troviamo sempre la quadra”. 

È lui a segnare il trait d’union tra passato e futuro nella nostra ricerca di nuove forze dell’agricoltura tra queste straordinarie colline tra astigiano, albese, alessandrino. Qui, del resto, in passato si era sviluppata una ruralità specifica con la coltivazione di una varietà di prodotti agricoli, ortofrutticoli, di metodi di conservazione, di pratiche di trasformazione uniche. 

Un autentico modello che aveva resistito sino agli anni ’60 del ‘900; ma poi arrivò il Piano Marshall, i prezzi dei cereali furono abbassati, la collina e il frazionamento fondiario che mal si prestavano alla meccanizzazione, insieme con l’attrazione urbana dell’industria automobilistica che garantiva redditi non stagionali, ed in ultimo il fallimento delle Cantine sociali (nel dopoguerra esempio assai interessante di cooperativismo tra piccoli produttori) determinarono l’abbandono di questa fetta di Piemonte innescando la crisi storica di questa civiltà. Così, un territorio abituato a resistere alla perdita delle migliori gioventù maschili in età di lavoro a causa delle guerre, non aveva poi potuto resistere all’abbandono delle intere famiglie per quelle cause concomitanti. E lo spostamento delle donne e dei figli divenne fatale.

Ma adesso si respira tutt’altra aria. Il ritorno alle origini da parte di molti giovani c’è, basta bussare ai casali, alle piccole strutture produttive che fanno capolino tra una curva e l’altra. 

Leo Carozzo lo incontriamo a Nizza Monferrato. È un giovanotto che ha studiato per fare il pasticcere e per amore s’è ritrovato a coltivare il cardo gobbo, presidio slow food. “È stato mio suocero a farmi venir voglia di coltivare questa specialità. Alla fine ho messo in piedi la mia ditta, coltivo, faccio i mercati, mi chiamano addirittura a fare convegni, a raccontare la mia attività nelle scuole. Non l’avevo immaginato, ma col cardo gobbo oggi con la mia famiglia ci campiamo e contiamo addirittura di ingrandirci”. 

Poco fuori Nizza è Mauro Damerio a svelarci che ha voluto fermarsi dopo l’enologico per “reinventare” l’azienda agricola dei genitori. Ho capito che bisognava diversificare, allargarsi, concepire il modo di coltivare in modo moderno, puntare sulla qualità totale. I genitori l’han lasciato fare, pur non così convinti. “Lavoriamo una cinquantina di ettari, parte di nostra proprietà, parte in affitto. Produciamo vino, ma non solo. Abbiamo anche intenzione di attivare un agriturismo; insomma, vogliamo spaziare dalle coltivazioni all’ospitalità”. Damerio è pure presidente dell’enoteca di Nizza che vanta associati di prestigio e la nascita recente di un vino d’eccellenza, il Nizza docg. La pensano come lei gli altri soci? “Abbiamo capito che dobbiamo fare squadra, avere obiettivi comuni, desiderare il bello e buono e mantenerli”. Bra è distante una cinquantina di chilometri, i messaggi da lì riverberati in tutto il mondo da Carlin Petrini col suo movimento Slow food qui a Nizza li hanno ben incamerati e condivisi. E i frutti cominciano a spuntare.

Uno con le idee chiare è anche Alessandro Durando. Alle porte di Asti, nella Portacomaro abitata dai bisnonni di Papa Francesco e caratteristico per l’antico Ricetto oggi polo culturale assai vivace, ha anch’egli rigenerato l’azienda di famiglia puntando sulla multifunzionalità: nocciole, vino, gestione di agriturismo, attività didattiche con tanto di orto a disposizione delle scuole, recupero degli antichi “ciabot” in cui si ricoveravano gli attrezzi lungo i sentieri che incorniciano i vigneti. Durando, il cui grignolino non manca mai dagli scaffali della selezione della Douja d’or nel settembre astigiano, ha giocato tutto sulla diversificazione; e a lavorare, nella tostatura delle nocciole, c’è oggi con un amico d’infanzia e la moglie, anche un giovane immigrato dal Ghana. Al suo paese faceva tamburi e la guida turistica; ci ha messo poche settimane a capire come affrontare le colline monferrine. E a lavorare in perfetta armonia. 

Cesare Quaglia, dall’altra parte del capoluogo astigiano, nella zona di Variglie/Revigliasco, è invece un geometra “pentito”. Nel senso che ha studiato, ma il diploma non l’ha strappato alla sua terra. Laurana Lajolo ricorda quanto fosse importante in passato la produzione della canapa in quest’area di Piemonte: “Come quella del baco da seta, del resto. Qui si contavano molti campi di canapa la cui lavorazione era spesso affidata proprio alle donne. C’è un’ampia letteratura in proposito”. Anche Quaglia diversifica, s’allarga ai girasoli, al grano, a una varietà di ortaggi; una cinquantina di ettari e, per la canapa, l’incombenza di far arrivare la mietitrebbia addirittura dalla Germania perché l’Italia, in tal senso, è poco fornita e costosa. Ma come l’hanno presa i suoi genitori questa scelta? “Bene. Hanno avuto fiducia. Credo di non averli traditi”. Ha una marcia in più Cesare; s’è spinto in Senegal, ha attivato una cooperazione internazionale e almeno due volte l’anno va in Africa ad aiutare i contadini a fare agricoltura sostenibile. Ha convinto pure il comune di Asti a partecipare. 

“È una realtà tutta da scoprire quella di queste terre”, insiste Laurana Lajolo. E a Vinchio-Vaglio Serra ci porta a visitare la Cantina sociale, oltre 200 piccoli produttori che condividono la passione per “la barbera” di alta qualità. Una cantina cuore pulsante di un territorio, perché in prima linea, sempre, a tutela del rispetto delle specificità; sulle orme proprio di Davide Lajolo, lo scrittore partigiano che chiamava queste colline “il mio mare verde” e con Giorgio Bassani condusse una delle prime battaglie ambientaliste del dopoguerra italiano, impedendo a un imprenditore spregiudicato, “l’uomo dai capelli rossi”, il saccheggio di parte di quel paradiso. “Su 200 soci - spiega Lorenzo Giordano, presidente della Cantina - l’80 per cento sono giovani tornati alle origini”. 

Anche Marco Rosselli rappresenta il “ritorno alla casa paterna”. Lui vive ormai nell’albese, a Barbaresco, nel cuore della Langa divenuta leggenda. A “tradire” era stato suo padre: troppo “bassa” quella terra da malora incapace di sfamare dignitosamente una famiglia. Se n’era andato a Torino negli anni settanta, ad aprire un bar. Non aveva però svenduto le sue terre. E Marco, messo da parte il titolo di studio, ha ora re-invertito la rotta: è tornato, ripreso in mano la situazione, chiesto contributi all’Europa, ripristinato i vigneti.... Ma proprio qui, tra i marpioni dei grandi vini, non sarà facile operare: “No, ma piano piano comincio a farmi conoscere. Anche all’estero”. Chi l’aiuta? “”Tutti, moglie, figli piccoli. E i miei genitori, che in fondo han sempre creduto in questa terra, anche se l’avevano abbandonata”. 

Ma è una giovane donna di Monforte d’Alba a colpire di più in questo viaggio tra nuove energie e visioni di futuro: Sara Vezza, liceo classico, laurea, stage all’estero. Nella sua azienda che produce Barolo e si attrezza per fare pure accoglienza, ha introdotto nuove metodologie di vinificazione in grandi “uova” di vetro/ceramica e già vanta esportazioni all’estero. Figlia di insegnanti all’enologico di Alba, coltiva l’amore per la storia famigliare e la sfida verso nuovi, inesplorati traguardi. Crede nel territorio e nella collaborazione soprattutto al femminile; e ha dato vita ad una associazione, “le donne del vino”, per confronti, promozioni, iniziative condivise.

Storie di Monferrato e Langa, dove l’avvento dell’Unesco, apre nuove prospettive, anticipate da intuizioni e scelte coraggiose di giovani felici di gridare ancora: “Grazie alla terra”. 

Beppe Rovera intervista:
Michele Chiarlo fondatore dell’azienda,
Leo Carozzo produttore di cardi a Nizza Monferrato,
Mauro Damerio azienda agricola di Nizza Monferrato produttore di vini, nocciole, cardi, progetto di agriturismo e presidente dell’Enoteca regionale di Nizza,
Alessandro Durando di Portacomaro-AT produttore di nocciole, vino, gestione agriturismo e azienda didattica,
Lorenzo Giordano presidente della Cantina Vinchio-Vaglio Serra,
Cesare Quaglia produttore di canapa ad Asti,
Marco Rosselli produttore di barbaresco a Barbaresco-CN,
Sara Vezza, azienda agricola Josetta Saffirio Monforte d’Alba-CN.

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Tags: agricoltura, turismo, innovazione

 


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