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Un tuffo negli anni '60

di: Mario Malandrone, consigliere al Comune di Asti, docente CPIA

Il dibattito sui giornali della città post Covid, gli annunci da varie parti: proposte e politica datata! Un tuffo magico negli anni 60 quello del Recovery fund del 2021.

Sviluppo anni ‘50/60, sviluppo tipico di un capoluogo provinciale. Una cesura col passato contadino, una cesura con quel mondo di fatica, le auto, progetti nuovo di villette di cemento armato anziché la casa eco-ambientali dei padri. Negli anni ‘60 era capibile e oggi che arrivano fondi come nel dopoguerra se questa è la proposta politica che coinvolge il futuro dello sviluppo che avremo, il Covid non è servito a nulla.

E così anziché curare i cancri (bonifiche e edifici vuoti, assenza di spirito di innovazione) e le magagne di una città, anziché farne un piano di cura e sviluppo (bonifiche delle aree industriali, un progetto territoriale all'altezza delle nostre preziose risorse idriche, attirare centri di ricerca, cultura, istruzione, percorsi di transizione ecologica su aria, acqua, investire in sanità, in spine culturali e in nuovi paradigmi) si continua a sognare col programma elettorale.

Dare la bretella para-autostradale pensata su dati del traffico vetusti, dare il teatro un po' archeologico dove prendere la frescura nelle sere di estate (alla faccia della resilienza di un mondo culturale che tenta di campare) sono idee che ben poco hanno a che fare col Recovery. E siccome la mentalità rimane degli anni ‘60, un parcheggio in centro.

E poi gli anni ‘60 sono gli anni del rock e dello sport e così per rilassarsi un nuovo palasport (quanti soldi già buttati in passato). E poi magari si accontentano i ciclisti (non che non posseggano la macchina) per fargli percorrere nelle giornate di relax le ferrovie sospese. Alla faccia della mobilità e trasporti così insufficienti in epoca precovid e così deleteri (per carenza) in epoca Covid.

Negli anni ‘60 poi si facevano allegramente i falò di ramaglie e se ci finivano i rifiuti in mezzo non ci si badava troppo. E così perché non amare anche un moderno falò chiamato termovalorizzatore. Concetto annunciato dal presidente di Gaia pochi giorni fa. E quindi tutti gli asset ben declinati del Recovery fund diventano semplicemente risorse nuove per progetti vecchi che siano visti da una partecipata o dal Comune.

Al massimo riempiremo i fogli di progettazione, i documenti relativi allo sviluppo territoriale di parole come: sostenibilità, circolare, conversione, ecologia, transizione. Tutto sarà più fashion, più green, più smart ma la minestra sarà la stessa, riscaldata e ormai stantia. La visione provinciale offusca anche linee programmatiche chiare, quelle dell'Europa.

E se leggere, capire gli asset del Recovery diventa impossibile pare per la politica che governa la città almeno si potrebbe usare la lezione della pandemia. Gli asset sono chiari e hanno a che fare con resilienza dopo il Covid (sostenere chi ha sofferto la crisi), sostenibilità, cultura e ricerca. Eppure, il Comune ha elencato una serie di progetti a suo dire innovativi, che in realtà sono la somma di queste idee e progetti precovid, mai realizzati che poco hanno a che fare con gli asset del Recovery. Tutto quello che è annunciato è la somma di ciò che non hanno saputo fare è che già avevano nel programma.

Ma allora se la lista della spesa è già stata fatta, perché convocare tavoli tematici (in cui assenti erano molti stakeholders), se in fondo è l'elenco del programma di Rasero mai realizzato, perché venderlo come futuro?

A circolare poi c'è solo la circolazione di denaro da Europa, a Roma e poi ad Asti. L'economia circolare è altro (non il cemento annunciato dall'amministrazione, inceneritori annunciati dal presidente di Gaia, vecchi progetti). Se é difficile capirli questi asset almeno usate San Remo e ascoltate Willie Peyote. "lo chiami futuro ma è solo progresso sembra il Medioevo più smart e più fashion, se è vero che il fine giustifica il mezzo non dico il buongusto ma almeno il buonsenso."

Ho una lettura del Medioevo non così fosca, magari la città tornasse a quegli splendori, ma siamo imbrigliati da idee stanche e proposte datate e chissà quando potremo avere un'occasione del genere nuovamente.

Cari decisori: se è vero che il fine giustifica il mezzo non dico il buongusto ma almeno il buonsenso!

Tags: sviluppo locale, Laboratorio città, pandemia

 


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