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A proposito della Way Assauto

di: Willy Rizzolari dal Costarica

A distanza di pochi giorni uno dall’altro, su ADL Culture, sono apparsi pubblicati tre interessanti articoli sul tema dello sviluppo della città di Asti e in particolare sulla presenza del “manufatto” della fabbrica Way Assauto:

I tre articoli sopra richiamati, da un punto di vista del tutto personale, stimolano a partecipare, a manifestare l’interesse sui temi che vengono sviluppati, e a proporre l’utilizzo di uno “strumento” internazionale che, se conosciuto e applicato aiuta a favorire le scelte pubbliche di pianificazione pratica della città e (si spera) eleva l’esperienza politico-amministrativa, quest’ultima in grave crisi (e non solo in Asti).

Chi ha trascorso una parte importante della sua vita, vivendo nella città e dall’adolescenza al compimento di oltre quaranta anni lavorando alla WayAssauto, sente la necessità di raccogliere l’invito ad aderire ad una idea di visione di “città futura”.

Se i qualificati temi presenti negli articoli contengono l’idea di presentare una risposta tecnica moderna, “amichevole” con l’ambiente, regolatrice di necessari interventi di programmazione pianificata delle infrastrutture pubbliche “abbandonate”, riequilibrare aree cementificate con spazi di “verde” per la fruizione delle persone anziane, per i bambini, per i più vulnerabili, tutti questi interventi che si ispirano al futuro, dovrebbero essere includenti della storia degli operai e delle operaie della Way Assauto.

Cerco di spiegare.

Sarebbe interessante accompagnare il “cambiamento urbanistico”, previsto dagli interventi sull’edificio Way Assauto, della sua superficie occupata, e tutta l’area “industrializzata” della zona, preservando, dove possibile, la recuperazione del processo dello sviluppo tecnologico avvenuto nei decenni.

Verrebbe messo in evidenza il contributo di chi ha speso la propria vita apportando non solo lavoro fisico, manuale, le braccia “del famoso gorilla fordiano”, ma la conoscenza, il sapere, l’intelligenza, la creatività di coloro che in prima persona sono passati dai sistemi di movimento dei macchinari con cinghie di trasmissione, all’introduzione dell’elettromeccanica e chiudere il ciclo produttivo innovativo con macchine a controllo numerico e elettronico robotizzato: “il museo del lavoro”?

Questi passaggi tecnologici e il loro funzionamento, determinati da un sistema di organizzazione tayloristico del lavoro, sono stati possibili per la qualità della forza lavoro di donne e uomini capaci di comprendere, suggerire, inventare come lavorare, quanto lavorare, quanti pezzi all’ora produrre, quante pause necessarie introdurre durante le ore di lavoro stabilite, e a volte impugnare le decisioni che provenivano dall’alto della direzione dello stabilimento, e rivendicare una quota partecipativa all’evoluzione tecnologica e al cambiamento del modo di lavorare: non avvennero mai azioni “luddistiche”, distruttrici.

Gli esperti, i progettisti, gli studiosi, e coloro che parteciperanno allo studio per un nuovo progetto urbanistico cittadino, dovranno tener conto della storia dell’industrializzazione dell’area Way Assauto e non stride, a mio giudizio, ricordare che: “Il progetto sta all’edifizio materiale come il “manoscritto” sta al libro stampato; l’edifizio è l’estrinsecazione sociale dell’arte, la sua “diffusione”, la possibilità data al pubblico di PARTECIPARE alla bellezza (quando è tale), così come il libro stampato”. *

Ed è sulla questione della partecipazione alle scelte che dovrebbero essere messe in pratica, che richiamo all’attenzione dello “strumento” internazionale che cito all’inizio, si tratta della “Convenzione di Aarhus”  **.

Da oltre 20 anni, in Danimarca, nel giugno 1998, 48 Paesi europei, del Caucaso e dell’Asia centrale, sottoscrivono la Convenzione sull’accesso alle Informazioni, la Partecipazione del pubblico ai processi Decisionali e l’accesso alla Giustizia in materia Ambientale.

In un primo momento l’applicazione di questa Convenzione, per esempio in Germania e in altri Stati, ha suscitato scetticismo, resistenze politiche e imprenditoriali, adducendo l’ingerenza sulla sovranità nazionale, ostacolo all’attività privata in materia di progetti di infrastrutture, costruzione di strade, modernizzazione e pianificazione urbana moderna, ecologia e ambiente, “verde” e energia, e non ultimo l’aspetto economico che sarebbe stato relegato a un effetto marginale.

E cosa è successo: oggi si sa che l’applicazione della Convenzione Aarhus non ha compromesso la sovranità nazionale, molte regolazioni presenti nella Convenzione sono leggi e regole nazionali esistenti, i progetti non rallentano il loro corso, la pianificazione migliora.

Applicare, dunque, la Convenzione di Aarhus permette che tutte le parti, interessate al risultato positivo del progetto, partecipino alla risoluzione pacifica dei conflitti che si potrebbero presentare, si lavorerà per incontrare una soluzione accettabile e giusta attraverso prese di decisione congiunte.

Gli ambientalisti, i gruppi ecologisti, chi si batte per l’eliminazione del CO2, singoli cittadini e famiglie non organizzati, che legittimamente promuovono iniziative di disturbo, di ostacolo, come succede in molte occasioni, quando si tratta di progetti che modificano lo status quo della città, saranno partecipi del processo d’ideazione, parte attiva di una iniziativa studiata democraticamente, porteranno la loro esperienza alla realizzazione di una pianificazione urbana giusta, equilibrata in funzione del benessere delle persone e non solo dell’ambiente.

I difensori dell’ambiente sapranno che la costruzione di una nuova strada, la rimozione e/o la modificazione di aree cementificate, creerà problemi per chi vive nei pressi del cantiere, che probabilmente la somministrazione di acqua potabile sarà deficitaria, e per la difesa della fauna e della flora si potrà trovare una soluzione che preveda una variante della rotta che verrà indicata dallo studio se questo, in prima battuta, causa problemi alla salvaguardia per il miglior funzionamento sia per le persone, che per gli animali.

Le responsabilità saranno condivise.

Uno degli obiettivi dell’applicazione delle norme della convenzione Aarhus è l’intercambio argomentato fin dall’inizio tra svariati soggetti con interessi diversi, con il fine di presentare piani di intervento concordati e viabili.

Se la salute, intesa come il benessere psico-fisico-spirituale, l’ecologia e l’economia sono un trio inscindibili, in un mondo dove il cambio climatico si presenta come la maggior sfida da vincere, e nella democrazia si esige con ragione la maggior trasparenza possibile degli atti dello Stato, degli amministratori pubblici delle città, si rende necessario compiere un atto di grande responsabilità nell’avviare programmi di pianificazione di infrastrutture inserendo a pieno titolo, fin dall’inizio del disegno progettuale, la popolazione che fruirà del nuovo ambiente nel futuro. 


*Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere, Quaderno 3, 1930 Miscellanea, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi Editori, pag. 406.

**Convenzione di Aarhus: www.isprambiente.gov.it

Tags: urbanistica, democrazia, Laboratorio città, riqualificazione edifici

 


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